
È presentato, durante il Bif&st, un lungometraggio che ci porta a riflettere su un tema spesso in sordina, non al centro dei riflettori: le condizioni di lavoro in un call center.
Come lo stesso regista Louis-Julien Petit ci svela prima del inizio della proiezione, è stato complicato per la produzione trovare dei finanziamenti adeguati a causa del tema scelto.
Il coraggio della scelta, però, ha probabilmente supplito ad alcune mancanze di carattere economico, visto che il film è perfettamente riuscito, e oggi ne parliamo come un serio candidato alla vittoria finale per le Anteprime Internazionali in concorso al Festival.
Isabelle Adjani è perfetta nel dare forma ad un personaggio complesso, mai banale, sempre teso e, al tempo stesso, obbligato ad essere incoraggiante a causa della sua professione, medico legale e psicologa del call center.
Non sorprende tanto la crudeltà con la quale Petit descrive i dirigenti, ma piuttosto la forza con la quale in molti cercano di ottimizzare sulla disgrazia, come sciacalli e avvoltoi sulla preda. Non c’è pietà, non c’è compassione, tranne che nel personaggio chiaro scuro di Carole Matthieu.
Quello che ci stupisce, sempre durante la presentazione del film, è una notizia che ci da la produttrice: si tratta di una storia vera. Il romanzo da cui essa è tratta è Les visages écrasés, di Marin Ledun, che ha lavorato per 7 anni in un call center e ne condanna la ferocia e l’inumanità.
L’impotenza dei lavoratori, la gentilezza di Carole Matthieu e il contrasto con il duro mondo delle apparenze, regalano allo spettatore una visione netta, forte e sconvolgente.
Un film di grande qualità, che speriamo esca anche in Italia, seppure la distribuzione non è ancora prevista.




