Orecchie.
«Un film on the road a piedi», ecco come, Alessandro Aronadio presenta il suo film per la sezione “Opere prime e seconde in concorso”.
Il suo intervento si rivela ironico e sottile, ma concettualmente focalizzato, come del resto si dimostra Orecchie, una piccola perla umoristica.
Come osserviamo il mondo? Come giudichiamo l’oggi?
Eccoci spettatori di una prospettiva quanto mai centrata nella sua indeterminatezza, quella di un supplente di filosofia che si appresta ad affrontare una giornata di vita.
Il tutto si predispone da un piccolo emblematico presupposto, un crescente fischio all’orecchio che accompagnerà l’intera parabola del nostro protagonista.
Vagando, risucchiato da avvenimenti quanto mai iperbolizzati, l’uomo si ritrova, forse involontariamente, a fare i conti con circostanze e personaggi della realtà, estremizzati, ma profondamente prospettici, senza un nome che li specifichi.
Tra medici che si burlano dell’ignoranza, direttrici di giornali culturali che rivendicano la necessità di modernizzarsi, giovani rapper che insegnano la semplicità e preti che conoscono la paura umana; nel giovane supplente che vorrebbe esser filosofo, il giudizio diviene terreno conflittuale tra domande arrendevoli e risposte inarrivabili.
Si tratta di un’enorme burla agli occhi di un uomo critico dell’odierno eppure tragicomico, dove il riso è in grado di ampliare lo spettro osservativo e di portare lo spettatore ad una risata stupita, in un primo momento, e di canalizzare briciole di consapevolezza, in un secondo.
Orecchie ci mostra come, proprio in quel grottesco, anche il singolo individuo può riconoscersi. Da un punto di vista oggettivo si passa a uno soggettivo, poiché, ognuno di noi, ha almeno una volta provato la sensazione di un “fischio alle orecchie” – come il regista spiega l’intreccio tra lo spettatore e il protagonista.
Orecchie si rivela davvero una grande piccola opera, piccola per il suo low budget e per la prospettiva di un singolo, grande perché meravigliosamente riuscita.
Un labor limae riflessivo e tecnico che permette all’incompiutezza di compiersi sullo schermo. Il nostro eroe deve trovare una risposta alla solitudine di un mondo dove, la follia, è la nuova normalità e dove, come conclude il brillante Alessandro Aronadio: «Quello che è facile stigmatizzare come altro, estraneo, alla fine è qualcosa con cui devi necessariamente scendere a compromessi e, se lui alla fine lo faccia con una sorta di happy ending o come un tragico modo per poter convivere con il mondo, questo decidetelo voi».




