Get Out – Mostri quotidiani

Enrico Sciacovelli

Maggio 28, 2017

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Daniel Kaluuya, interpreta Chris in “Get Out – Scappa”

Get Out

Devo iniziare questo articolo con una premessa, forse un po’ ovvia: io sono bianco, e se stai leggendo questo articolo, c’è un’alta probabilità che anche tu lo sia.

Probabilmente quella che ho appena fatto è un’osservazione superflua, ma, onestamente, mi affascina pensare come potrebbe differire l’opinione di un afroamericano rispetto alla mia.
Perchè, da uomo ventiduenne bianco, questo film mi ha trasmesso un livello di angoscia e tensione comparabile solo ai migliori thriller degli ultimi anni, e non oso pensare a che sensazioni avrei potuto provare, se non fossi bianco.

Get Out parte con una premessa molto semplice: Chris, un giovane ragazzo di colore, viene invitato dalla ragazza a conoscere la sua famiglia, gli Armitage, composta da rispettabili persone di classe medio-alta e bianchi. Si ritrova, quindi, a dover interagire con loro e con tutte le implicazioni sociali che la differenza razziale comporta.

La sceneggiatura, colonna portante del film, è dotata di una tremenda cura per la struttura e per la forma, sia della trama che dei dialoghi.

L’intero primo atto, è un attento ballo intorno al fulcro della tensione, con dialoghi ambivalenti e sofisticati, che dipingono la famiglia come benevolenti ma eccessivamente zelanti nei confronti di Chris, mettendolo a disagio nella sua stessa pelle.

Il film riesce, quindi, a creare comprensibile angoscia nello spettatore, già dalle prime battute, semplicemente attraverso l’educato scontro verbale tra il protagonista e le persone che lo circondano, portandomi a paragonare il regista (Jordan Peele, noto comico insieme al compagno Key) a un Tarantino socialmente responsabile.

Il ritmo del film è lento, giusto quanto basta per permettere allo spettatore di sentire il peso di ogni, imbarazzante, conversazione e di tutte le piccole incongruenze nelle azioni dei comprimari. Si giunge, così, con decisione a una serie di ganci ben mirati allo stomaco, dei twist capaci di far spalancare gli occhi, e portare le mani alla bocca per coprire un urlo incredulo.

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Una scena del film “Get Out”

A dare forza a questi colpi, si notano le robuste performance da parte di tutto il cast, in particolare della coppia principale, costretta a passare dall’imbarazzo all’inquietudine con frequenza, e la figura comica di Rod, capace di spezzare la tensione con qualche battuta ben piazzata, che rivela l’origine comica del regista.

Vorrei poter parlare più liberamente della trama, del significato di determinate scene e del loro possibile commento sociale, ma sarebbe una cattiveria spoilerare i colpi di scena e le piccole perle che vengono snocciolate nel terzo atto.
Jordan Peele ha dichiarato di aver creato un film da vedere due volte, e quella maniacale cura si nota. Si sente la presenza di una mano ferma e di uno sguardo disilluso e malizioso su quella che è una vecchia, rognosa questione.

Chiaramente, il contesto razziale è re all’interno del film, ma è affrontato sotto un punto di vista non orgoglioso, storico o sofferente, ma disturbante. Riesce a comunicare un fastidioso disagio attraverso un’iperbole scioccante, designata per parlare a un mondo civile della sua inciviltà, della sua invidia e delle sue ipocrisie, e di quanto si ha bisogno di fuggire da questi perversi desideri, anche nel nostro piccolo.

Senza alcun dubbio, uno dei film horror più rilevanti degli ultimi anni, con un messaggio coinciso quanto spettrale.

Leggi anche: His House – L’horror e le disparità sociali post Jordan Peele

 

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