Madre! è un film diretto da Darren Aronofsky.

Nel simbolo l’uomo canalizza l’incerto.
Reprime ed esprime, implode ed esplode ma, in ogni caso, ha bisogno di trovare un luogo sicuro, un concetto, una credenza che tranquillizzi la sua “ansia primordiale”.
Il più grande fallimento umano è la ricerca di risposte razionali a reazioni emotive. Tutto è nato da questo processo mai risolto, tutto è divenuto infinitamente complesso.
Un impulso animale è divenuto stato d’animo; uno stato d’animo è divenuto condizione esistenziale, in un ciclo di degenerazione crescente, come un seme divenuto infiniti rami di incertezza, cresciuti poiché annaffiati dal dubbio.
Quando la ricerca razionale non approda a certezze, a risposte o a definizioni scientifiche, trova fiabe giustificatorie. Il mito, gli dei, la metafisica, ma possibile che siano semplicemente un’invenzione umana? Cosa ci sfugge?
Madre! porta alcuni grandi simboli, punte di diamante di alcuni grandi concetti, nello sguardo cinematografico. È un’opera complessa, che vuole essere esplosiva, ma che si perde in uno strano paradosso.
Nel non seguire una dottrina simbolico concettuale, nel vagabondare in tante interpretazioni, infine, non dà risposte alle grandi domande, o meglio non tenta neppure di darle. Nonostante ciò si vuole mostrare totale, compiuta come se sapesse, non come se cercasse.
Eppure ha una potenza simbolica tutt’altro che semplice, non tanto nelle varie metafisiche trattate con confusione, quanto nella denuncia cosmica.
Per trattare questi due punti, l’articolo verrà diviso in due paragrafi: il primo critica l’incertezza concettuale e la dispersione tematica; il secondo riflette sulla potenza simbolica della denuncia fortemente manifestata.
1. Il poeta non è un filosofo, il filosofo non è un poeta.

I poeti sanno, senza sapere perché sanno; i filosofi cercano la comprensione del sapere, proprio perché sanno di non saperlo, sanno di non potere possedere mai interamente quel sapere. Così i poeti colgono grandi intuizioni senza un quadro consapevole del tutto, mentre i filosofi costruiscono castelli concettuali, seguendo linee e argomenti sempre logicamente motivati.
Aronofsky con Madre! non sa bene quale dei due ruoli umani gli spetti, così prova ad averli tutti e due.
Prova a essere un poeta, come per l’appunto il protagonista del suo film; prova a raccontare l’eterno e il ciclo, il divino e la physis, l’ego e la maternità, ma non analizza in profondità, è didascalico. Mostra le cose citando e quando interpreta, agisce senza una consecutio di senso. Eppure è onnisciente nella sua stessa descrizione.
Non è una possibilità, un’intuizione poetica la sua, ma un sistema con un inizio e una fine. Dunque prova a essere un filosofo che mostra il tutto come se lo avesse compreso interamente.
I poeti toccano le verità che i filosofi cercano. Ma i poeti non conoscono il perché, solo i filosofi sanno mostrarlo.
Madre! vuole essere ambedue le cose. Prende l’esplosione visiva e ispirata del poeta, ma pecca nel non rimaner dubbiosa. Sembra tutto un processo dialettico già definito, come se fosse così che va e non ci fosse una possibilità diversa, come se un filosofo avesse mostrato la verità.
Ma la verità non può legarsi a un’indefinita confusione concettuale.
Il film, infatti, affronta simboli biblici, metafisici, umani e inquieti, sperando di connetterli tutti in un perfetto quadro d’insieme, come se le cose stessero così. Tratta l’eterno sentendosi esso stesso l’eterno, perché in Madre! non esiste il dubbio, ma non esiste neanche una linea concettuale chiara e definita.
Proviamo a chiarire la questione.
Il concetto del protagonista, il poeta, è il primo punto da analizzare. Egli è interpretabile come Dio, o meglio come il Dio cristiano.
Abbiamo molti simboli che favoriscono questa ipotesi. Innanzitutto arriva l’uomo per primo e Dio condivide con lui tutto il sapere, finalmente apprezzato, poiché dinnanzi a lui c’è “la sua immagine e somiglianza”. Poi arriva la donna, moglie dell’uomo, rappresentata dalle inquadrature e dai dialoghi come provocatrice peccaminosa. Proprio per lei l’uomo entra nella stanza proibita e così rompono “la pietra”, che potrebbe essere la mela del peccato, scatenando l’ira di Dio e la chiusura della stanza, forse emblema dell’Eden. Dunque arrivano i due figli: uno uccide l’altro, simboleggiando così Caino e Abele.

Sembrerebbe molto coerente, ma poi subentrano questioni che scardinano un certo canone concettuale.
Il Dio cristiano infatti viene mostrato come essere egocentrico. Subentra anche l’erotismo con la natura (nella scena in cui con violenza fa sesso con Madre Natura alias Jennifer Lawrence, il cui simbolismo tratteremo a breve), come principio cardine della ciclicità del mondo, dell’eterno ritorno. Questi tre concetti non appartengono affatto alla tradizione cristiana.
Dell’egocentrismo come denuncia all’uomo parleremo nel prossimo paragrafo. Qui invece ne mostriamo l’incoerenza simbolica, aggravata dagli altri due suddetti concetti, appartenenti piuttosto a un filone religioso della cultura induista e/o buddista.
L’erotismo, infatti, il divino con una sessualità viva e anzi emblema della virilità stessa, appartiene a figure come Shiva. Il riferimento dovrebbe essere allora a un pantheon di dei, in questo caso buddisti, ben più connessi al politeismo antropomorfo. Ma il Dio cristiano è trascendente, ontologico e non fisico, così come la ciclicità eterna, la quale è ritrovabile nelle dottrine del samsara e del karman che non appartengono per nulla alla cristianità.
Cosa ci viene mostrato dunque?
Sembrerebbe quasi un fritto misto metafisico con simboli accostati senza un criterio reale, in uno sguardo onnisciente sulla storia umana e simbolica che non ha davvero un senso.
L’incertezza del “grande concetto”, dell’eterno dubbio sull’eterno ha portato a grandi riflessioni, a credi complessi, costruitisi in secoli e secoli, che seguono una loro coerenza concettuale. Sarà pur vero che tutti in qualche modo tornano alla “grande domanda primordiale”; sarà pur vero che Dio ha tanti nomi ma una ragion d’essere originaria similare.
Però questo non implica che si possano prendere pezzi a caso di dottrine secolari e comporre una frittata con ingredienti tra loro assolutamente dissonanti. Il Dio non può essere antropomorfo e trascendente in maniera così evidentemente sconnessa; non può manifestare l’erotismo e, nonostante ciò, risiedere nella castità e nei simboli cristiani.
Rispetto alle grandi dottrine trattate, sarebbe stato affascinante ritrovare dubbi che le mettessero a confronto, quesiti eterni esposti nel film. Ciò avrebbe permesso il manifestarsi di una frammentazione dogmatica tale da giustificare l’utilizzo di concetti differenti, di risposte diverse a dubbi mai risolti. Invece tutto è accostato come se così dovrebbe essere.
Altro elemento di discussione è la figura della protagonista, Jennifer Lawrence. Ella può essere intesa come la natura, come la maternità in assoluto e come Madre Natura.
Anche qui ritroviamo un simbolismo profondamente induista, appartenente a quasi tutti i culti arcaici della tradizione indoeuropea, dove la donna era la divinità per eccellenza della fertilità e della natura. Nella cultura induista troviamo un concetto di Dea Madre che si materializza in forme naturali pure, come il fiume Gange.
In questa lettura troviamo una profonda coerenza con la sacralità della natura che il regista fortemente rilancia costantemente in tutto il film. Anche di questo parleremo nel prossimo paragrafo.
Ma dunque, perché ella deve partorire un proto Gesù Cristo?
Perché riportare una metafisica naturalista meravigliosamente poco occidentale, la cui provocazione sarebbe stata molto più coerente e sottile con una violenta traslazione del simbolo cristiano del corpo e del sangue di Cristo, nato da una Madre Natura, che da un momento all’altro diviene una sorta di Maria che ha fatto sesso con il Dio cristiano?
Così Aronofsky perde la sfida con il simbolismo più intellettualmente alto. Piuttosto si presenta come artista dalle grandi provocazioni, che ha davvero un’intuizione potente da mostrarci, che pensa di sapere tutto, ma in realtà non sa davvero cosa sa.
2. La potenza di una metafisica resa sanguinante

Ecco il punto vincente di Madre!. Seppur perdendosi nella sua ricerca simbolista, il film impatta con una potenza visiva credibile e inquietante, in un percorso di denuncia verso le colpe umane molto alto, capace di tracciare un solco per nulla dimenticabile.
Il punto vincente, a mio avviso, è l’aver materializzato immagini e simboli metafisici nel concreto fisico, per poi disintegrarli in maniera cruda e tangibile, rendendo tangibile ciò che realmente l’uomo sta distruggendo.
Il cosmo, il mondo intero in una casa, traccia un’interessante senso di appartenenza, dove attraverso gli occhi di una donna soffriamo una condizione di disagio, accessibile prima ancora di comprenderne la ricerca simbolica.
Infatti l’inquieto non è dato, almeno fino a un certo punto, da sentori metafisici espressamente detti: non ci inquietiamo per il “nulla cosmico”, ma semplicemente perché vediamo, grazie alla splendida regia del film, un’oppressione estenuante e un isolamento assoluto nel percorso della protagonista.
Questa scelta di Aronofsky è davvero vincente, perché pone una climax crescente assolutamente funzionale allo scopo. Prima crea un disagio a prescindere dal tema trattato, un disagio fisico, una catarsi concreta, tramite un contesto che chiunque comprende: una casa, ospiti non graditi, essere ignorati totalmente nel proprio fastidio, esaltandolo al massimo tra i suoni e ritmi ansiogeni. Poi trasla il tutto nel simbolismo, così da portarci nel “grande concetto” mentre siamo già in una condizione inquieta. Infine conduce quest’ultima in un’inquietudine ben più cosmica.
Così vengono condannati due grandi punti: il primo delineato nell’egocentrismo del poeta (nonostante le perpetue incoerenze precedentemente discusse, ad esempio con il finale dove lui in realtà “li perdona sempre” e ci “riprova sempre”, in un simbolo dell’eterno per nulla chiaro).
Tale difetto umano massimizzato nel Divino stesso fa quasi pensare a un Dio come massima idealizzazione dell’uomo, concetto che condanna all’antropocentrismo totalizzante. L’uomo è quindi incapace di guardarsi come essere fisico e si autodefinisce eletto metafisico, destinato in modo subliminale a dominare il mondo naturale e animale, poiché superiore.
Negli uomini però tale concetto non è consciamente posseduto. Anzi questi creano i loro creatori. Attraverso questi giustificano le loro colpe. E nel mondo in cui tutto ciò avviene, nella natura che a tutto ciò ha dato origine, essi vivono come distruttori incuranti.
Ed ecco il secondo punto. La Natura è intesa in due modi: la natura come essenza curatrice stessa della vita, colei che ricostruisce la casa, nell’intensissima Jennifer Lawrence, e la natura in termini cosmici e fisici, nella casa stessa.
La prima è condannata a subire attivamente la distruzione dell’uomo, cosciente della follia che porterà unicamente alla degenerazione di quest’ultimo, ma incapace di farsi ascoltare. Questo accade perché l’uomo si affida a Dio, ma Dio in quanto ideale umano non fa che accomodarlo. La natura allora si rintana in una speranza che collide nell’odio per l’egoismo umano, debole e destinato ad auto distruggersi.




