
Nei primi anni Cinquanta, l’America sognava di trasformarsi in Paradiso. La città protagonista del film di George Clooney è l’ipotesi di una società che, tendendo alla perfezione, è intenta a sradicare via ogni erbaccia – un po’ come vorrebbe fare l’America di Trump, di cui Suburbicon potrebbe essere una vaga metafora attuale.
Luogo perfetto per cittadini felici, nella Suburbicon che vediamo si sviluppano due storie parallele. O meglio: una storia in particolare e una storia di sfondo.
Da un lato c’è la famiglia Lodge, che ben presto si manifesta come teatro di orrore domestico, dove marito e cognata si sbarazzano della moglie paraplegica per rinnovare il nucleo eliminando ogni forma di errore e imperfezione. Dall’altro lato ci sono i loro nuovi vicini, la famiglia Mayers, che tutti i cittadini vogliono cacciare in quanto il loro colore della pelle male si accorda con l’ideale di un luogo puro per famiglie caucasiche.
Il film è stato accolto molto tiepidamente, e la critica principale rivoltagli è relativa al fatto che le due storie non si incontrano mai davvero. La questione razziale è inserita solo per rendere il film esplicitamente politico, ma non si sviluppa affatto. Infatti, questo secondo filone di sfondo è stato aggiunto da Clooney su uno script preesistente, scritto dai fratelli Coen molti anni fa e sin ora rimasto nel cassetto (un embrionale riflesso del molto più grande Fargo).
Eppure, il risultato finale dato dalle scelte del regista presenta però non solamente lati negativi.

La questione della famiglia Mayers si lascia vedere volutamente solo dal di fuori, costituendo il lato esteriore della riflessione sul male protagonista del film. È come se lo sguardo sugli sfortunati martiri Mayers fungesse da contrappeso connotativo di una collettività intera. Ciò riesce a sottolineare ancora di più il senso della storia dei Lodge. Lo sguardo su questi ultimi rivela quanto il germe di orrore e deformazione, nato proprio lì dove si progetta la società perfetta, è penetrato all’interno delle case e delle persone, fin nei posti più nascosti che si cerca di tenere segreti. Tale dualità riesce a evidenziare la paradossale coerenza di questa visione distopica.
La coerenza del giudizio, univocamente negativo, sull’inquietante idea di una Suburbicon (o di una Lewittown) fa perdere qualcosa al film, che invece ai Coen non manca mai. Tale è l’ironia di fondo o l’ambiguità grottesca che restituisce un’immagine dell’umanità non tanto acida (come fa questo film), quanto invece amara. La comicità dei Coen c’è riconoscibilissima, ma non è sufficiente ad attribuire a loro il film.
La vena divertente ci fa apparire i personaggi ridicoli, incapaci di essere dei veri cattivi. Sono pervasi da un’idea del male banale, che non riesce a trionfare.
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Il misfatto, la frode, l’assassinio di un familiare sono così bidimensionali che non generano senso di colpa, ma soltanto un vuoto del bene. Chi vince, chi sopravvive è il personaggio più innocente, il bambino, che oltretutto rimane completamente solo su uno scenario quasi totalmente devastato. Egli rappresenta una debole speranza e un debole lieto fine per una storia che mostra prevalentemente la mente e i comportamenti del male più miope.




