Manhunt – Siamo noi l’incubo di Unabomber

Francesca Casciaro

Dicembre 21, 2017

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Unabomber
Paul Bettany interpreta Unabomber nella Serie “Manhunt: Unabomber”

Manhunt – Siamo noi l’incubo di Unabomber

La prima puntata si apre con un monologo. La voce piatta e inquietante, che ci aspettiamo abbia uno psicopatico, ci descrive l’automatismo del meccanismo del servizio postale americano. Ci dice anche come ogni uomo si limiti a comportarsi come una macchina, affinché pacchi e lettere arrivino ogni giorno nelle nostre case, senza farsi domande, senza porsi alcun dubbio.

«E visto che siete tutti un branco di pecore, che non sapete fare altro che obbedire, io posso raggiungervi e toccare chiunque, ovunque sia, posso raggiungere e toccare te, proprio adesso.»

BAM! Esplosione. Unabomber ha colpito ancora.

Ma chi è Unabomber? O meglio, chi è Ted Kaczynski, l’uomo che per 18 anni ha terrorizzato l’America spedendo pacchi bomba, senza che l’FBI avesse la minima idea della sua reale identità?

Un terrorista, certo, ma del tutto sui generis: le sue vittime sembravano scelte a caso, nessun movente, nulla che potesse dare un’intuizione su quale fosse il profilo dell’assassino.

La Serie Tv MANHUNT- Unabomber ripercorre le fasi dell’identificazione, della cattura e, infine, del processo a uno dei più famigerati terroristi della storia degli Stati Uniti. Un uomo che in 18 anni non ha commesso nemmeno un errore che potesse aiutare le forze dell’ordine a identificarlo, e che, infine, è stato catturato utilizzando una nuova branca del sapere: la linguistica forense, inventata dal profiler Fitzgerald che si era convinto che il linguaggio fosse l’unico modo per trovare un uomo impossibile da scovare.

Ma perché Unabomber era un terrorista sui generis?

La voce piatta e afona senza volto che, nella scena iniziale della prima puntata, ci catapulta direttamente nell’incubo, ci fa pensare immediatamente a uno psicopatico. Ma andando avanti con gli episodi, ci rendiamo conto che Ted Kaczynski non ha esattamente un disturbo antisociale della personalità, anzi, non è nemmeno puramente e semplicemente un terrorista.

Unabomber è un terrorista che pretende di essere un’idea, e, quell’idea lui vuole farla sentire al mondo intero, a costo di farlo saltare in aria.
Così il fitto mistero su Unabomber inizia a districarsi, e l’indole del personaggio inizia a emergere con maggiore chiarezza. Ted Kaczynski è un uomo freddo e imperturbabile, un uomo che ha un chiaro obbiettivo ed è disposto a fare di tutto pur di realizzarlo.

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Sam Worthington interpreta l’agente Jim Fitzgerald

Il progresso e il suo codice morale

«La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana», così inizia il suo Manifesto. E per vederselo pubblicato, Unabomber non aveva esitato ad assicurare che non avrebbe mai più fatto un attentato.

Stiamo parlando di un uomo schierato contro il progresso, quello sviluppo incontrollabile che nel corso del XX secolo ha stravolto il nostro mondo e la nostra cultura, distruggendo parte di ciò che di buono c’era. O almeno così la pensava Unabomber.

La rivoluzione industriale ha aumentato il divario tra paesi sviluppati e non sviluppati, e convinto gli uomini che una vita degna di essere vissuta sia permeata dal concetto del possedere: una bella casa, una TV extralarge, una donna o un uomo, un’auto, magari di lusso. Per possedere di più, sempre di più, l’uomo moderno è disposto persino ad annullarsi, e così rinuncia alla sua stessa identità e a tutto ciò che lo caratterizza per quel che è, pur di ricevere una busta paga a fine mese.

«Il codice morale della nostra società è così esigente che nessuno può pensare, sentire e agire in un modo completamente morale. […] Alcune persone sono talmente immerse nella società che il tentativo di pensare, sentire e agire moralmente gli impone pesanti restrizioni. Per evitare sensi di colpa, devono continuamente ingannarsi sulle loro stesse motivazioni e trovare spiegazioni morali per sentimenti e azioni che in realtà hanno un’origine non morale.»

Ed è contro questo annullamento che si scaglia Unabomber, contro la società moderna che lui considera malata, affetta da un morbo fatale per cui, l’unica cura, non può che essere un’esplosione: distruggere tutto per poi ricostruirlo così com’era prima dell’avvento della tecnica, quando gli uomini ancora sapevano apprezzare la natura e non avevano ancora imparato a distruggerla.

Presto diviene chiaro che le sue vittime non sono poi così casuali: esse sono simboli, emblemi di quel mondo malato che Ted Kaczynski voleva annientare. Solo facendo saltare in aria gli araldi del disastro tecnologico la gente avrebbe potuto ascoltare le sue idee. Solo se avesse seminato il terrore la gente lo avrebbe potuto comprendere. Per Unabomber, la razza umana era ormai composta da automi, e l’unico modo per risvegliarli da quell’auto-provocato torpore non poteva che essere quello di fargli vivere la paura.

L’FBI credeva che Unabomber fosse un uomo poco istruito, dal basso QI. Ted Kaczynski era, in realtà, un genio che aveva conseguito un dottorato e insegnato matematica in una prestigiosa università. Eppure, essendo un genio, Kaczynski viveva costantemente il dramma di non essere capito da nessuno. Forse fu proprio l’incomprensione della gente a farlo giungere all’amara conclusione che l’unica maniera per farsi ascoltare davvero era quella di far esplodere la verità, in modo che anche i sordi potessero sentire.

La storia di una vita

La serie Tv cerca di farci addentrare, quasi in un volo pindarico, sin dentro la psiche del famigerato serial killer: così scopriamo i drammi della sua gioventù, e la terribile sperimentazione cui un suo professore lo sottopose quando era uno studente di Harvard. In una lettera indirizzata al fratello, Ted racconta di quando fu usato come cavia in un progetto che mirava a plagiare la mente umana, esperimento che sarebbe poi servito per assoggettare le spie sovietiche.

Il giovane, non ancora Unabomber, racconta che ogni volta tornava dal professore, pur sapendo che l’avrebbe sottoposto a quella tortura. Voleva dimostrare che non si sarebbe fatto piegare. E allora, a noi spettatori viene spontaneo chiederci a chi fosse rivolta questa dimostrazione: al professore e agli agenti del governo, oppure a sé stesso?

Dalla storia di Kaczynski impariamo che ciò che trasformò l’uomo in mostro fu il tradimento di coloro a cui lui teneva: la prima volta quand’era ancora un bambino, la seconda in occasione della sperimentazione cui fece da cavia da ragazzo, e infine, l’ultima quando venne licenziato dal fratello. Così Ted Kaczynky, sentendosi profondamente isolato, solo e incompreso, divenne Unabomber.
Visse da eremita in una capanna in un bosco nel Montana, e da là si recava a San Francisco per spedire i suoi pacchi fatali.

È innegabile che le idee e gli ideali di Unabomber, così come il suo famoso Manifesto, presentino ancora oggi un certo fascino. L’automatismo con cui tutti noi viviamo le nostre esistenze, profondamente persuasi che ci sia solo un modello giusto di vita che sia degna di essere vissuta, è una rivelazione allarmante.

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Una scena della Serie Tv

Ogni scopo necessita dei giusti mezzi

Perché, in fondo, credo che ognuno di noi giudicherebbe un uomo che vive da solo in un bosco come un pazzo. O perlomeno, se un nostro caro ci svelasse che tale è il suo progetto per il futuro lo ammoniremmo, dicendo che in questo modo sprecherebbe la sua esistenza.

È infatti, per noi, inconcepibile l’idea che una vita possa avere in sé valore a prescindere dall’inseguimento del fantasma del successo, e trascuriamo che una profonda comunione con la natura nei tempi antichi era stata in grado di dare ristoro e corroboro ai nostri avi.
Ma noi, e su questo Unabomber forse aveva ragione, questo non possiamo comprenderlo: siamo figli della Rivoluzione industriale. Anzi, siamo i primi figli dell’ultima rivoluzione tecnologica che, nel XXI secolo, ha sconvolto ancora di più gli equilibri, rendendoci sempre più dipendenti dalle macchine. Il monito del serial killer è così rimasto inascoltato, e il peggior incubo di Ted Kaczynski, con la nostra generazione più dirsi essere divenuto realtà.

Andiamo sempre di corsa, fuggendo da un luogo all’altro, guardiamo di sfuggita le bellezze della natura attraverso la fotocamera dei nostri smartphone. Poi cambiamo i colori del mondo con mille filtri, convinti che così com’è anche la più grande meraviglia non sia abbastanza eccezionale.

E questo, forse, Unabomber l’aveva temuto, anche se non si era azzardato a prevederlo.

Unabomber fece l’errore che ancora molti si ostinano a fare: credette che l’unico modo per far imporre un’idea così importante fosse quello di imporla con violenza, ma la violenza colpisce troppo a fondo per far in modo che la gente si fermi a riflettere su ciò che gli è stato mostrato, e solo il terrore penetra nei cuori mentre, il vero messaggio, resta in superficie e subito viene spazzato via.

Un uomo che fa esplodere la persone per poter affermare le proprie idee è o un mostro o un pazzo, su questo non si discute. Ma, io aggiungerei, che è anche terribilmente ingenuo e superficiale per non aver capito che ogni scopo necessita di essere perseguito con i giusti mezzi.

Mezzi orribili, eccessivi o sproporzionati, per quanto possa essere nobile e lodevole il messaggio, alla fine si riveleranno controproducenti. Condurranno inevitabilmente a una, giustissima, damnatio memoriae. Ed è proprio questa la morale dell’atroce vicenda di Unabomber, resa palese dall’epilogo della sua storia.

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