
Qualunque storia, dalla più realistica alla più fantasiosa, fa capo ad un incipit creativo pur sempre umano. Nel concepire mondi metafisici, creature elfiche o fratture psicologiche e tormentosi viaggi passionali, non possiamo che ispirarci a noi stessi, trascendendoci certo, ma partendo da ciò che conosciamo per ipotizzare ogni luogo e persona.
Quanto si tratta, invece, di narrare una storia realmente accaduta, l’obiettivo di un film assume altre complessità. Prendere una storia e drammatizzarla ha a che fare con la capacità di coinvolgere lo spettatore nei ritmi della vicenda, permettergli di schierarsi verso una qualche fazione dei protagonisti, scavare nelle morali addensate in tale vicenda ma anche sfruttare la suddetta per mostrarne delle altre, magari più velate.
Portare un mondo realmente esistito nel mondo della narrazione cinematografica implica trovare un modo per dire ciò che quella storia ha detto, senza neppure saperlo. Comprenderla come neppure ella stessa si è compresa, così da assumerne i connotati.
Tutti i soldi del mondo racconta le vicende del rapimento di John Paul Getty III, nipote di cui che fino ad allora era l’uomo più ricco della storia del mondo, J. Paul Getty I.
Ridley Scott prova a mostrarci una storia, che “semplicemente” per quelli che sono stati i reali fatti accaduti, ha dell’incredibile.
La potenza umana di tale vicenda sta nel mostrare l’exploit egocentrico del grande capitalista, autoproclamatosi imperatore del suo stesso impero, il quale è a tal punto degenerato nel materialismo possessivo da non curarsi delle emozioni verso il nipote. Non pagare il riscatto, poiché implicherebbe perdere una trattativa, non trionfare in una “vicenda economica”, divenire debole agli occhi di eventuali altri rapitori, poiché la bontà non appartiene a colui che tutto vede come subordinazione a se stesso. Tutto ciò è contrapposto all’incessante lotta di una madre, che vive nel purgatorio tra gli dei del denaro, la famiglia Getty, ed il mondo comune, incapace di comprendere il crudele cinismo da tale famiglia mostrato.
La potenza narrativa di tale vicenda sta nell’incessante lotta della suddetta donna, Michelle Williams, verso questa inverosimile circostanza, ove è talmente ovvio che potrebbe semplicemente risolversi nel pagamento del riscatto, da tracciare uno scenario al limite del reale nel fatto che ciò non avvenga, costringendo la donna ed il figlio rapito a vagare nella speranza e nella triste incredulità per troppo tempo.
Ma tali “potenti” dinamiche non sono date dal film, bensì dalla storia vera, talmente incredibile da non poter annoiare. Il film, invece, annoia e come nella sua struttura, sopravvivendo grazie alla reale vicenda, ma fallendo in ogni tentativo di farne un’opera rimarcabile.

Il ritmo è inconclusivo, non segue le tensioni tra il drammatico ed il thriller che vorrebbe creare, lasciando lo spettatore in balia di eventi non ben connessi tra loro. Non è ben chiaro cosa stia accadendo ma non per la vicenda che ha di per sé dell’improbabile, bensì perché la storia si perde nella narrazione, vittima di caratterizzazioni mal sviluppate e di tempi per le varie circostanze mal gestiti.
Vediamo un agente della CIA, Mark Wahlberg, che si presenta come straordinariamente capace di fare ciò che sa fare, per poi, semplicemente per una pessima conversazione, pessima nel come è scritta, con le Brigate Rosse, decidere che il rapimento fosse un trucco ideato dalla madre ed il ragazzo. In un istante dunque battezzare, dopo una altrettanto debole e fugace conversazione con la madre stessa, il tutto come un’invenzione, per poi ritornare sui suoi passi con la stessa facilità.
Tutto ciò perché non si riusciva a capire se ci fossero reali lettere dei rapitori e non solo quelle inventate per intascarsi il bottino?
Ma in tutto quel frangente Cinquanta, inizialmente capo rapitore, non poteva chiamare, come aveva fatto per tutta la parte precedente del film e come ricomincerà a fare subito dopo?
Tale falla centrale fa decisamente disperdere la tensione, così come il suddetto agente della CIA continua a vagare nel film senza fare assolutamente nulla di utile; se non un dialogo finale con il crudele Nonno Getty, la cui importanza sceneggiaturale sarebbe dovuta essere immensa, essendo tale dialogo l’elemento che determinerà un cambiamento radicale nell’egoismo dell’imperatore, eppure è davvero poca roba.
Così come la madre, che vorrebbe essere caratterizzata come un alcolista smarrita, eppure di fondo non fa che dormire e, ogni tanto, struggersi per il figlio.
E ancora Cinquanta, la cui idea di caratterizzazione è molto affascinante, in quanto è intriso di una bontà quasi paterna, che vorrebbe forse contrapporsi al vero padre drogato ed inutile, verso il ragazzo rapito. Ma è a tal punto buono sin dal principio da non rendere per nulla chiare le ragioni del perché egli, in fin dei conti, abbia rapito il ragazzo. Così come, senza quella necessaria, minima, pseudo-cattiveria che gli sarebbe dovuta appartenere, neppure l’empatia con il personaggio, paterna come detto precedentemente, risulti così forte.
L’unica nota positiva è Christopher Plummer, J. Paul Getty, che nonostante abbia preso il ruolo a Kevin Spacey, il quale anche solo nel trailer sembrava aver compiuto un’interpretazione potentissima e la cui sostituzione è quanto mai opinabile, risulta davvero intenso nel ritrarre un personaggio lucidamente convinto della sua follia.

E’ una follia risultante da una delle grandi chimere del capitalismo: l’affermare sé nel guadagno, far dipendere la propria serenità, la propria esistenza nella sua interezza unicamente dal produrre profitto. Tale è lo sguardo più affascinante del film sulla vicenda realmente accaduta, l’unico visibile anche per noi spettatori, vogliosi di giudicare un titano di quel sistema che di fondo, senza rendercene conto, tutti appoggiamo.
Gli altri sguardi, le altre morali, il senso degli altri esseri umani narrati, invece, sono totalmente dispersi in un film caotico nel senso dispregiativo del termine, senza una linea stilistica ben definita, né emozioni o analisi antropologiche ben raccontate.
Un film che sopravvive grazie unicamente alla vicenda esistita a prescindere, che autonomamente, nonostante la finzione abbia rovinato di gran lunga la realtà, non può non stupire.




