Il significato de Le città di pianura – Nessuno abita più le città

Sara De Pascale

10.10.2025

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«Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare.»

(Cavalier Fadìga, Le città di pianura)

Le città sono un campo di forze combinato. Un sistema complesso e dinamico dove economia, società e politica interagiscono e si influenzano a vicenda, creando un ambiente in continua trasformazione. Le città sono diventate mondi all’interno del mondo. Frammento all’interno di frammenti.

Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla
Le città di Pianura di Francesco Sossai

Nei centri urbani più avanzati le istituzioni rimpinzano i nuovi progetti con una serie di termini che conosciamo bene, così bene da non farci nemmeno troppo caso.
Sviluppo. Innovazione. Cooperazione. Territorio. Transizione Ecologica.
Ma, mentre i centri della nostra vita lavorativa dovrebbero star spiccando il volo verso il glorioso e luminoso futuro, noi viviamo sempre più ai margini.

Strano, eppure nei rendering dei cantieri che costeggiano gli skyline sembriamo così felici.

The Long Tomorrow, Dan O’Bannon e Moebius
1975

Lavoriamo nelle città perché è lì che ci viene detto che c’è tutto. È lì che si nasconde la grande e segreta promessa: la ricetta del saper vivere la vita, bene.
Le città però non ci vogliono davvero e tutte quelle parole stampate e appiccicate sui bordi dei cantieri non riguardano noi.

Nelle nuove città, le post-metropoli, tutti devono avere un ruolo. Chi non ce l’ha diventa invisibile.

After Hours, Martin Scorsese
1985

E cosa fanno due invisibili alcolizzati veneti in auto, una notte d’autunno?

Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla
Le città di Pianura di Francesco Sossai

Carlobianchi: «Avevamo scoperto il segreto del mondo ma non ce lo ricordiamo.»

Giulio: «Era il segreto del mondo? O del vostro mondo o del mondo?»

Carlobianchi: «E che differenza c’è?»

Doriano e Carlobianchi sono due cinquantenni alla ricerca del loro “tesoro dei pirati”, perso tanti anni prima, quando la vita gli prometteva ancora un modo e un luogo in cui svignarsela. Seguono una mappa che ricordano a stento, ma disegnata partendo da una terra che conoscono benissimo. Una terra che respinge gli eroi e lascia gli uomini soli. La terra che attraversa Le Città di Pianura.

Le città di pianura di Francesco Sossai

Doriano e Carlobianchi non vogliono tornare a casa, mai. Vagano alla perenne ricerca del bar dove bere l’ultimo bicchiere, che non è mai l’ultimo. Una notte a Venezia incontrano Giulio, uno studente di architettura del sud Italia.
Ma questa è una storia senza remore e senza morali. Tutto quello che succederà sarà un’ode alla nostalgia, all’amore e ad un certo tipo di speranza che, alla fine, davvero non muore mai.

«E raccontami della pianura
Dei mille campi che hai attraversato
E dimmi degli sgorghi
Nelle zone industriali
Dimmi chi è che ti ha inquinato
E dimmi poi se hai ancora paura
A gettarti ogni volta nel mare.»

(Errico Canta Male, Borgo Po)

Le città di pianura di Francesco Sossai racconta una marginalità che non siamo abituati a vedere al cinema. Parla una lingua che conosciamo bene ma che non è usata spesso sul grande schermo.
Il veneto, la pianura, la disillusione dell’alcool e la sensazione di star andando avanti continuando a pensare solo al dietro.

I personaggi de Le città di pianura sono intorpiditi, non agiscono ma soffrono l’inazione. Sono quello che le città, la vita di fabbrica e l’Italia pre-crisi del 2008 ha prodotto per poi abbandonarli, lasciandoli soli con loro stessi.

Filippo Scotti, Le città di pianura

Nelle post-città ci si sente persi nello spazio. Il corpo è qui, ma è presente anche in molti altri posti. L’indefinitezza che ha frammentato i confini dei luoghi, confondendo e allontanando i centri e le periferie, ha sbiadito anche i confini del corpo.

E allora Le città di pianura ci porta in giro per il veneto, in una Jaguar S-Type tutta scassata che è lì a farci intuire che un tempo bello -e anche ricco- c’è stato.

L’auto è il simbolo ultimo di un’epoca della quale rimane solo un sogno.

Quella vecchia Jaguar S-Type con cui si muovono sbilenchi Doriano e Carlobianchi ricorda la Fiat 600 di Nicola Palumbo in C’eravamo Tanto Amati di Ettore Scola, il premio di consolazione piccolo borghese per una vita che non ha rispettato le sue promesse.

Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefano Satta Florer
C’eravamo tanto amati, Ettore Scola 1974

“Credevamo di cambiare il mondo. E invece è il mondo che ha cambiato a noi.”
(Nicola Palumbo, C’eravamo tanto amati)

Eppure, c’è un’ennesima generazione che si affanna nell’esistenza, quella che incarna Giulio. Una generazione che forse ha disimparato a sognare, per vivere. E si riappropria di quei margini, di quelle città, di quegli spazi indefiniti e molli in cui non si può tenere la schiena dritta. Forse questa volta ci riusciamo, forse la rincorsa è un po’ più giusta. Forse.

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