The Deuce – La via del porno

Sante Di Giannantonio

Febbraio 2, 2018

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1. Il sesso e la televisione: il percorso fino a The Deuce

Ormai sono lontani gli anni in cui il sesso era tabù in Tv.

In maniera allusiva o esplicita, la più antica delle passioni dell’uomo è diventata motore di intere serie televisive, un richiamo irresistibile per gli spettatori che attraverso l’istante di una scena carnale soddisfano la loro vena voyeuristica.

Impensabile non citare Carrie Bradshaw e le travagliate vicende sentimentali (e sessuali) delle sue amiche in Sex and the City, forse la prima serie tv a rappresentare senza falsi moralismi l’emancipazione femminile tramite la piccante vita delle protagoniste.

Recentemente è Californication tramite il personaggio interpretato da David Duchovny a mostrarci come il sesso da cura della crisi di mezz’età diviene mania compulsiva.

La componente erotica a tratti soft porno è presente anche in serie che non hanno come ambientazione la vita contemporanea o reale. Come giudicarne la presenza in Spartacus, The Tudors o Game of Thrones se non come un tentativo di catalizzare l’attenzione di uomini e donne su serie storiche o fantasy che solitamente sono focalizzate ad attrarre un numero di ristretti appassionati. Il largo successo di pubblico di GOT, nella fase iniziale, sarebbe stato lo stesso?

Tralasciando altre serie, il cult sul tema della sessualità ad oggi è Master of Sex, la storia reale di William Masters e Virginia Johnson, ovvero un ginecologo e una psicologa che negli anni’60 hanno dato il via alla rivoluzione sessuale americana. Credo che ognuno di noi deve loro qualcosa quindi, anche se magari non sarà di vostro gradimento, siete moralmente obbligati a vederne almeno una puntata.

2. Il Microcosmo della 42st: The Deuce e la sua umanità

Pernell Walker, James Franco e Maggie Gyllenhaal in una scena nel bar della Deuce

 

In The Deuce però il tema principale non è il sesso ma il porno. David Simon, la brillante mente dietro a The Wire, che nel Bel Paese non ha riscosso particolare successo mentre negli States è stato osannato, ha impostato questa sua nuova creatura sulla falsa riga della precedente serie ambientata nella sua città natale: se la droga in The Wire era la spinta(non il tema per l’appunto) su cui era basata l’azione di tutta la storia, qui è il sesso.

Un sesso vuoto in cui l’amore non viene mai neanche lontanamente contemplato, quello che si trova alle ore più scure dei bar, o nelle situazioni limbo figlie di un’attrazione istintiva, quasi animale, o quello che si compra per strada in qualunque città del mondo. Ma qui non siamo in “una” qualunque città del mondo, Simon ha creato una complessità dei personaggi e intrecci mixati in un nuovo coinvolgente anfiteatro, quello di New York City.

The Deuce (letteralmente “Il Diavolo) è il nome con cui veniva chiamata una strada, la 42st per l’esattezza, siamo a Manhattan, lontana dallo charme irresistibile che emana il suo Skyline, osservata attraverso l’opaco caleidoscopio di compromessi e illiceità del principale boroughts della “Mela”. La 42st taglia la penisola all’altezza di Grand Central Station, una distesa di sale cinematografiche grindhouse, locali notturni dove il concetto di legalità o moralità era un miraggio, un terreno fertile per le innumerevoli “lucciole” in cerca di clienti. È una New York omonima della New York di Taxi Driver, riprodotta fedelmente come un documentario.

Una realtà dominata da una galassia di “freak”, gente in cerca di un’ora di libertà dal proprio castrante lavoro o da un’oppressiva famiglia, miserabili dei bassifondi in cerca di divertimento a poco prezzo, fattoni e guardoni che si soddisfano anche solo captando un gemito da un vicolo buio. George Pelecanos e ovviamente Simon hanno saputo rendere perfettamente nello sviluppo della serie la libido per i più grotteschi mondi della cultura americana, passione trainante del lavoro di Simon.

La ricerca sulle radici della trasposizione del sesso a pagamento dal marciapiede della 42st al porno non poteva essere affrescata meglio nella struttura sociale, culturale e storica della Deuce. Una narrazione corale, frammentata nelle storie che animano la strada del Diavolo con personaggi completi la cui credibilità unita alla perfezione dell’ambientazione sfiora il verismo letterario.

Tra loro potrete trovare Lori, lo stereotipo della giovane campagnola appena arrivata nella grande città ammaliata dagli stilosissimi “papponi” neri ( derivato dal “daddy” con cui venivano chiamati i protettori dalle ragazze) che ne sfrutteranno l’avvenenza; la stupenda Abby che si distacca dal mondo borghese dei suoi genitori, lascia l’università, indossa un body e diventa cameriera. Ed ancora Rudy Pupilo ovvero il boss del quartiere, a metà tra Tony Manero e Vincent Soprano, il regista porno Harvey Wasserman che monetizza finanche la stanza dove gira i suoi filmetti facendo entrare per qualche dollaro una piccola viziosa platea.

Ma le due star presenti esaltano totalmente un contesto di per sé già ottimo. La scintillante Maggie Gyllenhaal che interpreta Candy, la prostituta senza protettore, che mercanteggia il proprio corpo per permettere una vita migliore al proprio figlio, che per prima percepisce le potenzialità dei nastri dei cosiddetti “Peep show” dell’epoca e il doppio James Franco che interpreta una coppia di gemelli italoamericani Vincent e Frankie.

Vincent è il protagonista insieme a Candy, incarna il perfetto randagio che sa muoversi in un ambiente così losco, sarà lui ad ottenere dalle mani della malavita il bar di The Deuce e a riempirlo offrendo come succulenta esca scodinzolanti ragazze con le calze a rete. Il suo bar diverrà il microcosmo della 42st: non ci sarà spacciatore, poliziotto corrotto, meretrice o delinquente che non si consola con un bicchierino da Vincent Martino.

Vincent e Paul (Chris Coy)

 

La carica che tiene insieme i personaggi è un erotismo forse inaspettato in una serie che tratta un argomento così vuoto a volte come il porno. La tensione generata dalla coppia Abby e Vincent è carica di eros. Forse l’unico rapporto in cui si scorge un sentimento immediatamente represso, percepito fuori luogo da entrambi, troppo succubi dei costumi del mondo della 42st. Non saranno i soli a tentare di uscire dal ruolo che recitano nella Deuce, come Chris agente della NYPD o la prostituta Darlene, ma non sarà davvero possibile. Poiché ogni personaggio è incastonato in questa tentacolare realtà che al massimo permette una evoluzione, come per Candy, ma mai un distacco completo.

Come recita un famoso detto americano “puoi togliere l’uomo dal ghetto ma il ghetto da un uomo mai!”, ecco mettete la 42st al posto del ghetto e risolverete l’equazione.

3. La rivoluzione proviene da esseri marginali

La serie non si srotola velocemente, il ritmo inizialmente è lento, non è subito chiara la trama e se non si è abituati ad un certo tipo di visione corale potrebbe volerci una dose massiccia di pazienza, ma sarete ripagati. Il personaggio di Vincent è portatore di una verità presente in vari racconti ma davanti alla quale manifestiamo sempre stupore. James Franco tramite la sua brillante interpretazione dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che non esiste il buono o il cattivo, esistono solo le opportunità che si parano davanti a noi e lì faccia a faccia con noi stessi siamo tutti guidati dai nostri egoistici interessi.

Che ci sia di mezzo la nostra carriera, o il denaro, il benessere, il sesso, tutti siamo egoisti e tutti non seguiamo nessuna morale al di fuori di ciò che il nostro io più profondo non ripudia. Questo ci rende responsabili dello stato in cui imperversa la nostra società, responsabili di quello che s’intravede fuori la porta del Bar di Vincent sulla The Deuce. Maggie Gyllenhaal, che a mio parere qui tocca forse le vette più alte della sua carriera, porta una nuova novella che il tempo ha già accettato come verità con la venuta di internet. Candy, da esperta cortigiana conosce ogni dinamica che il suo lavoro comporta, è consapevole di ogni tipo di avventore che può palesarsi ed è proprio questa completa visione a produrre la sua epifania.

Il cliente che soddisfa il suo piacere con una meretrice per la strada si riteneva fosse mosso in aggiunta alla lussuria anche da un’attrazione fisica nei confronti di una delle variopinte ragazze che il marciapiede offriva. La centralità del bisogno di avere una donna con cui giacere sembra venir meno con l’avvento dei filmini di contrabbando, con i già citati “peep show” e con le proiezioni dei film a luci rosse nelle Grindhouse.

Candy è quasi sorpresa di come un individuo assistendo ad una scena porno soddisfi i propri appetiti e vede come l’autoerotismo potrebbe sostituirsi al rapporto in strada con la stessa soddisfazione in quei clienti. Si fa largo qualcosa di ancor più morboso: un piacere legato alla visione del gesto non più a commetterlo e questa pulsione. Candy intuisce, se è viva in un freak che spesso frequenta una “passeggiatrice” potrebbe essere insita in un pubblico più vasto ed avere un effetto ancor più dirompente nei sensi di sconosciuti che mai usufruirebbero dei servizi di The Deuce, come un morigerato padre di famiglia o persino una casta casalinga.

Il voyeurismo incastonato nella più recondita psiche umana chissà quale fantasia sarebbe in grado di stuzzicare, ma questo non è realizzabile sulla strada o in una squallida cameretta di motel o in una bisunta cabina di un sex shop. Per suscitare questo atto impuro bisognava raggiugere le persone lì dove si sentono più sicure, nelle loro case, dove avrebbero perso ogni inibizione e ogni pensiero più scabroso avrebbe fatto capolino nelle loro menti, senza timore di essere visti, giudicati o di vivere chissà quale rischio.

Un voyeurismo meno reale ma molto più immaginifico che stimolerà ogni tratto sensitivo dell’animo e della perversione di qualunque persona che decide di abbandonarsi ad esso, come è rappresentato dalla mogliettina di periferia che incontrando Candy rivela di guardare dei filmini insieme al marito definendosi in grado di replicare le stesse scene viste nella pellicola. Una breccia nel muro.

Candy sul “posto di lavoro”

Ci vorranno anni affinché quel muro venga del tutto abbattuto e non è noto fin dove la serie si spingerà. Questo epocale momento di transizione farà dei passi avanti nella prossima stagione dove saranno toccati aspetti fino adesso accennati solo nella parte finale. Non a caso che la serie si chiude con l’avvento del film “Gola Profonda”, la consacrazione della trasposizione dal peep show al mainstream. È un passaggio chiave poiché il progetto sbandierato finora da Candy viene legittimato dal clamore e dal successo del film. Il glamour si affaccia per la prima volta nella vita di queste ragazze. Riflettori e paillettes fungeranno da richiamo al quale non sapranno sottrarsi poiché dallo status di meretrici molte diverranno attrici, seppur porno.

Uno scatto in avanti nella scala sociale per queste donne: è il paradosso che ci regala la serie. Una liberazione poiché significherebbe simulare ciò che prima dovevi fare, usufruendo di spazi tutelati, igienici, a contatto con persone che non ti comprano per 20 dollari ma che stanno lavorando. Improvvisamente si sentivano protette davvero, sino a quando non sarebbe arrivato lo spauracchio dell’HIV che in questi primi otto episodi lascia intravedere ombre sempre nel finale.

Simon vi condurrà in questo panorama così come in The Wire testimoniò la multiforme attività criminale di Baltimora. Col fido Peleganos, ha tratteggiato la sincerità e la brutalità della New York degli anni’70, dominata dal malaffare e dalle gang, elevando il tutto ad un livello limitante per il piccolo schermo.

Il risultato consiste in una brutale istantanea del momento in cui il bruco della prostituzione diventa bozzolo del porno, di un porno antico, impresso sulla celluloide, che diverrà farfalla solo con l’avvento di internet ma che già ha i connotati giusti per arrivare a tutti. Non è più un affare scabroso, diventa una piacevole routine.

 

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