
«I personaggi del nostro cinema vivono tutti in solitudine. Nudi di sentimenti, nudi di ossessioni, agiscono in un modo del quale non è mai possibile vedere gli orizzonti, i confini. Mai proiettati in un paesaggio: alle loro spalle o dinnanzi ai loro occhi restano stanze fredde, spazi disabitati.»
(Giuseppe De Santis)
Una gru che si alza, passando con grazia dal primo piano dei protagonisti per poi partire in piano sequenza, mostrando allo spettatore il paesaggio circostante nella sua totalità; e poi il ritorno al primo piano. Quella che Giuseppe De Santis mette in scena in Caccia Tragica è la sintesi perfetta del suo cinema.
Troviamo un forte rapporto tra l’uomo e la terra, la volontà di mostrare l’Italia attraverso il paesaggio, eliminando i cliché del cinema borghese degli anni ’30 (i cosiddetti “Telefoni Bianchi”). Conformandosi a quello dei suoi maestri, da King Vidor a Jean Renoir.
Il primo film del regista ciociaro (che è stato ricordato all’ultima Mostra di Venezia per il suo settantennale) è un’opera che nasce dalla perfetta contaminazione di tutte le idee desantisiane. Alla grande sapienza tecnica maturata tra il Centro Sperimentale e le collaborazioni con Visconti e Rossellini, il regista unisce un lavoro antropologico sui personaggi, penetrando la loro umanità nel profondo, rapportandola con gli strascichi della guerra appena finita, che diventa l’occasione per rendere il fatto storico cinematografico.
Proprio per questo, De Santis usa i grandi classici del cinema statunitense, dal western al noir, per realizzare un ritratto della vita contadina italiana (emiliano-romagnola nel caso specifico), adattando i canoni hollywoodiani alla situazione creata.

L’amore per il racconto confluisce con la spettacolarizzazione americana, che per il regista vuol dire rappresentare i fatti narrati al massimo della sua portata estetica, portando lo spettatore ad abitare la scena, per immergerlo completamente nel tessuto emotivo degli eventi.
Un affresco popolare e privato
La storia della Cooperativa Bandini, derubata da una banda di criminali nazi-fascisti (ingaggiati dagli stessi fattori proprietari delle terre), è la perfetta metafora della lotta tra partigiani e fascisti che caratterizzò la liberazione italiana.
De Santis realizza un affresco popolare eppure privato, realizzando un’opera che parla alla pancia del paese, ma che nel mentre si occupa delle singole vite dei personaggi: Michele e Giovanna, freschi sposini che si vedono dividere; Alberto, che da uomo comune del posto si trasforma in bandito, conservando però un’anima pura che lo porterà a subire cambiamenti continui. E più di tutti Daniela, personaggio fatale della vicenda, che dietro la maschera da spietata belva fascista nasconde una fragilità candida, che rimane bloccata tra l’essere e non essere di shakesperiana memoria.
Un personaggio femminile vigoroso
Proprio su quest’ultima, l’autore costruisce uno dei suoi personaggi migliori, che darà il La all’osservazione femminile che caratterizzerà i lavori successivi. De Santis elimina la concezione comune, taglia dal suo film le figurazioni archetipe della mater dolorosa, restituendoci un personaggio femminile vigoroso. Questa sua natura si intuisce dalla sua entrata in scena: intravediamo la sua ombra dietro i vetri in un taglio quasi espressionista.
Dopo poche inquadrature, eccola uscire per avvisare Alberto del ritorno di un pericolo. Si manifesta in modo chiaro la subordinazione dell’uomo alla sua donna. Daniela si infuria spesso con Alberto e lo comanda, ma allo stesso tempo riesce a conquistarlo con la sua dolcezza. Se il rapporto con Alberto è giocato sulla forza della donna nei confronti dell’uomo, quello con Giovanna, appare ambiguo fin da subito. Tale è infatti intessuto di latente omosessualità, quasi a testimoniare una relazione tra la sua devianza etica e la sua devianza sessuale. È lei che andrà a parlare con i mandanti del furto, e in ultima istanza rifiuterà di integrarsi, rinunciando a condurre un’esistenza nel rispetto delle regole sociali, idioma fondamentale della poetica dell’autore.
Il film di Giuseppe De Santis, a distanza di settant’anni, resta ancora oggi uno dei capisaldi del Neorealismo, soprattutto per la sua forte capacità intrinseca: quello di essere cinema d’essai adatto alla classe popolare.




