Mute – La prevalenza della forma sul contenuto

Davide Leccese

Marzo 21, 2018

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Quando arriva nelle sale (o su Netflix, in questo caso) un progetto che per anni è stato ricercato e sviluppato da un regista di talento, è naturale che si venga a creare un certo senso di attesa. E Duncan Jones menzionò un ambizioso progetto, chiamato Mute, per la prima volta già nel 2009, creando più di qualche aspettativa nel tempo.

Al termine della visione di Mute però, è inevitabile avvertire un senso di amaro in bocca. Inevitabile perché la delusione è il sentimento più naturale di fronte una pellicola forte di un splendido involucro, ma priva di sostanza. Sotto l’aspetto tecnico, della regia e della recitazione il film è infatti di ottima fattura, eppure è difficile darne un giudizio realmente positivo.

Il primo problema di Mute è l’avere un soggetto debole. Jones oltre che come regista si era dimostrato, con Moon e Source Code, un abile soggettista. In questo caso è però proprio la storia alla base a mancare.  Il regista britannico stesso aveva definito questo film un “sequel spirituale” del suo primo lungometraggio, ma è difficile considerarlo tale. Mute è ambientato nello stesso universo di Moon (il cameo di Sam Rockwell risulta un’autocitazione estremamente riuscita) e a livello visivo, in termini di luci e colori la cosa risulta abbastanza evidente, per quanto quest’ultimo film strizzi anche sicuramente l’occhio al primo Blade Runner. Ma i rimandi finiscono qui. L’ultimo prodotto cinematografico di Netflix purtroppo finisce per perdersi in un mare di citazioni piacevoli per un occhio allenato, ma fondamentalmente fini a sé stesse, senza essere in grado di tracciare una strada propria.

Quello che Moon aveva e che a Mute manca, rendendolo impossibile da definire un autentico sequel spirituale, è la profondità delle tematiche. Il problema ancora più evidente, soprattutto per un film di fantascienza, è che questo film una vera tematica non ce l’ha. Vengono accennate questioni come l’essere genitori, il rapporto tra religione e scienza e perfino un tema spinoso come la pedofilia. Ma non vengono approfonditi, lasciati pigramente in superficie. Il risultato è una sorta di noir, quasi una detective-story per certi versi, ambientato in una Berlino di più di 30 anni nel futuro.

La cosa non sarebbe neanche un problema, se non fosse che alla pellicola manca anche un intreccio intrigante alla base. E questo non viene attenuato da una sceneggiatura più che confusionaria. La trama si sviluppa infatti su due filoni destinati ad unirsi. Da una parte c’è il personaggio di Leo (Alexander Skarsgard), un barman muto a causa di un incidente d’infanzia che si mette alla ricerca di Naadirah (Seyneb Saleh), la sua donna misteriosamente scomparsa dopo avergli rivelato di avere un grosso segreto. Dall’altra c’è l’accoppiata formata da Cactus Bill (Paul Rudd) e Duck (Justin Theroux), due chirurghi americani che operano al servizio della malavita, in cerca di una via di fuga da Berlino e dalla Germania.

Il tutto risulta però fondamentalmente squilibrato, con il secondo filone che si rivela molto più interessante del primo, che soffre di una certa difficoltà nel fare interagire con altri personaggi un protagonista affetto da mutismo. Leo si ritrova nella sua disperata ricerca di risposte, a comunicare con una sequela di personaggi fondamentalmente anonimi.

Decisamente più godibile è la storyline dei due americani, con i personaggi che godono quantomeno di una caratterizzazione più approfondita. Contribuiscono inoltre le prove recitative di Theroux e di un eterno sottovalutato come Rudd. Quest’ultimo qui regala probabilmente la miglior interpretazione della sua carriera in ruolo da villain che mai gli era appartenuto. Anche Skarsgard fa quello che può, pur essendo sicuramente limitato dalla menomazione fisica del suo personaggio, ma compensando con l’espressività del volto.

L’aspetto probabilmente più riuscito della pellicola è però la resa dell’ambientazione. Se come detto, visivamente la più chiara ispirazione è il Blade Runner di Ridley Scott, Jones prende una strada sua e dipinge una Berlino del 2050 in grado di mescolare caratteri vecchi e nuovi. Vediamo infatti macchine volanti e tecnologie chiaramente futuristiche, ma allo stesso tempo degli elementi tipicamente novecenteschi, su tutti il bowling.

Nel complesso si tratta di un film che ha un po’ il sapore dell’occasione persa, pieno di idee che però non sono state portate a compimento come avrebbero potuto. Un classico caso di molto fumo e poco arrosto. Tanta cura nei dettagli, nelle immagini, nella costruzione dell’ambiente, che va a perdersi di fronte ad un’inconsistenza di fondo che accompagna l’opera quarta di Jones dall’inizio alla fine. Peccato davvero Duncan, sarà per la prossima volta.

Leggi anche: Moon – Il paradosso dell’incontro con se stessi

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