Moon – Il paradosso dell’incontro con se stessi

Davide Leccese

Marzo 9, 2018

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Sommersi da produzioni hollywoodiane forti di budget astronomici, spesso dimentichiamo quanto essi non siano indispensabili per fare un grande film. Moon di Duncan Jones è uno splendido esempio in questo senso. Pochissimi attori, ancora meno location, qualità altissima su ogni fronte, dalla regia alle scenografie, passando per delle meravigliose musiche: il risultato è una perla nel suo genere.

Spesso la grandezza di un film di fantascienza sta nel raccontare la società attuale attraverso uno scenario completamente diverso. Intrattenere lo spettatore, tenere alta la tensione, ma allo stesso tempo farlo riflettere su questioni molto più grandi. Moon ci riesce perfettamente, affrontando temi estremamente profondi come la solitudine e la bioetica.

Dopo un breve prologo che spiega come in un non lontano futuro l’umanità abbia risolto il problema energetico grazie alle rocce lunari, incontriamo Sam Bell, protagonista indiscusso della pellicola. Fin dal primo momento appare subito chiaro uno dei perni del film, ossia il problema della solitudine.

Sam è infatti reduce da tre anni di lavoro sulla base mineraria lunare, ed è totalmente privo di qualsivoglia contatto umano. Le uniche interazioni sono con GERTY, un’intelligenza artificiale che rappresenta una, ma non unica, chiara citazione ad Hal 9000 di 2001. Non ci sono altri esseri umani sulla base. E’ totalmente impossibile comunicare con la Terra. Non c’è quindi da stupirsi se il personaggio che incontriamo comincia a far vedere i primi segni di squilibrio.

Sam finisce però per ritrovarsi, letteralmente, solo con se stesso. Questo è un momento di profonda analisi interiore per il personaggio.

Lo spettatore si ritrova di fronte a due cloni quasi identici esteticamente, con uno leggermente più invecchiato dell’altro, ma nota subito una differenza chiara e netta dal punto di vista caratteriale. Il Sam “vecchio” è più calmo e moderato. Il Sam “giovane” più brusco e impulsivo. In questo modo il primo, grazie all’altra versione di se stesso, finisce per raggiungere la consapevolezza della sua reale situazione, compiendo un profondo viaggio introspettivo.

Il film di Jones nel presentare i due cloni mostra come le vicende umane possano cambiare le persone. I due Sam hanno infatti lo stesso identico DNA, quello del Sam Bell originario, ma sono profondamente diversi. Notiamo così il contrasto tra azione e riflessione, tipico solitamente del confronto generazionale. E anche se tra i due cloni del film passano appena tre anni, è assolutamente naturale usare il termine generazione, per descrivere la differenza tra i due.

Prima di tutto perché è evidente come il tempo passato, anche qui letteralmente, sul lato oscuro della luna abbia avuto effetti notevoli sul clone più vecchio, stanco ed esasperato. Il secondo motivo, forse il più importante, è che con lo scorrere della pellicola ci si rende conto che i cloni sono concepiti con un ciclo vitale che coincide con i tre anni di lavoro. Vediamo così un invecchiamento assolutamente esagerato, sul piano fisico e mentale. Il Sam più vecchio ha infatti un aspetto malato, perde i denti ed è soggetto ad allucinazioni.

Un altro tema fondamentale, come già accennato, è quello bioetico. Veniamo a sapere che la Lunar Industries, antagonista silenzioso del film, ha creato una serie di cloni usa e getta per lavorare sulla base lunare. Una volta preparato il tutto, il sistema risulta estremamente pratico. In questo modo, finiti i tre anni di lavoro previsti, un clone viene ritirato, per usare il gergo di Blade Runner, e immediatamente ne viene scongelato un altro.

Al di là degli ovvi dubbi su come una tecnologia del genere possa risultare più economica di una semplice sostituzione di esseri umani, la questione su cui il film si vuole concentrare è un’altra: se tutto ciò fosse possibile, qualcuno lo farebbe? Probabilmente sì. Si può però considerare accettabile, dal punto di vista etico, un’operazione del genere? Probabilmente no. Si tratta di un messaggio di forte critica al mondo delle multinazionali, non così comune nei film di matrice anglosassone.

Infine è possibile leggere Moon come una gigantesca allegoria religiosa. Ogni clone di Sam passa tre anni sulla base lunare. Lavora e soffre la solitudine. Conta i giorni che lo separano dal ritorno sulla Terra, dalla famiglia. L’idea del ritorno è infatti l’unica cosa che gli permette di andare avanti. Così trova la forza per compiere un lavoro ai limiti della tortura per qualsiasi essere umano.

E’ interessante fare quindi un parallelo con la visione cristiana di una vita terrena di semplice passaggio in vista di una ultraterrena ed eterna. Dire se il messaggio che il film vuole passare sia di critica o meno è un’operazione molto più complessa: in fondo uno dei due cloni del film, grazie alla collaborazione dell’altro e di GERTY, quella Terra promessa la raggiunge. Ma i loro predecessori questa fortuna non l’hanno avuta.

La commistione di tematiche così variegate rende Moon uno dei film sci-fi più filosofici e profondi che si siano visti nelle sale in tempi relativamente recenti, capace di affrontare tanti elementi dell’animo umano. Come se non bastasse, la pellicola di Duncan Jones è una gioia per i sensi. Cosa si può volere di più?

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