Love – Percorsi di crescita imperfetta

Elena Matassa

Maggio 15, 2018

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“Io sono a mio agio col dolore; è alla felicità che non sono abituata”  (Mickey Dobbs, Love).

Due poco più che trentenni non particolarmente simpatici si aggirano per Los Angeles e per le vie contorte delle relazioni sbagliate. L’incipt di Love (2016-2018, originale Netflix) presenta i due personaggi principali preannunciando le storture alle quali assisteremo per ben tre stagioni, suggerendoci che il tono sarà leggero e consolatorio nonostante il realismo sarcastico dei contenuti.

Ed ecco a noi Mickey (Gillian Jacobs) e Gus (Paul Rust, che ha scritto la serie insieme a sua moglie Lesley Arfin e a Judd Apatow), entrambi portatori di nomi da topolino e quindi ironicamente destinati a stare insieme. Si sa che il nucleo narrativo consiste nel più comune “boy meets girl” e quindi in una storia d’amore, ma la vera domanda è: qual è la strada che ci faranno percorrere gli sceneggiatori sino a condurci in fondo ad essa? Visto che lo spunto tematico è piuttosto banale, riesce la serie a risultare invece brillante?

Il filone all’interno del quale si inserisce Love è la cosiddetta “sadcom”, commedia cinicamernte sincera e amara ma in fondo ottimista e soprattutto realista alla Rick and Morty o alla BoJack Horseman. In questo senso il mondo descritto non si salva dal risultare spiacevole e non modificabile, la sfida è riuscire ad accettarlo. O meglio, la sfida è accettarsi.

Imperfezioni o autosabotaggi

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Lo spettatore segue così il tira e molla tra i due nella prime due stagioni; la battaglia con se stessi, con l’altro e col mondo fuori fino a quando non riescono a trovarsi sino alla terza. Vediamo però anche i due muoversi da soli nel proprio mondo: lei è una produttrice radiofonica con qualche problema con l’alcool e i rapporti affettivi (frequenta gruppi di alcolisti anonimi ma anche di dipendenti dal sesso e dall’amore), lui è un insegnante-tutor per giovani attori e sogna di fare il regista.

Si scopre lentamente che le due personalità sono tossiche, insane; ci vengono mostrati i difetti dei protagonisti girando il coltello nella piaga persino nel passato più imbarazzante di Gus, che scopriamo essere un bugiardo che preferisce far emergere i difetti di Mikey per nascondere i suoi. Così entrambi i personaggi appaiono ben poco simpatici agli occhi degli spettatori.

La tecnica usata è interessante: i due vengono circondati da altri personaggi (più o meno) secondari che sembrano ben più equilibrati e normali e che contrastano quindi con i gesti inconsulti e palesemente distruttivi in particolare di Mikey ma poi anche di Gus.

Ad esempio nella prima stagione compare il personaggio di Heidi, bionda ed educata attrice pronta a flirtare con Gus. Lei sembra perfetta in confronto ad una Mikey lunatica e infantile. Si pensi oppure all’amica storica di Mikey, Shaun, che ha smesso da tempo di fare la ribelle per costruirsi una famiglia.

Sarebbe bello se il mondo funzionasse per personaggi buoni contro i cattivi, se ci fossero persone completamente sane ben riconoscibili da quelle che non vorremmo mai frequentare. Eppure lo spettatore è costretto ad accorgersi, scrutando un po’ meglio le dinamiche tra i personaggi, che Heidi è perfetta solo finchè appare perfetta, poi si rivela la peggiore di tutti; e Shaun altrettanto: impariamo piuttosto ad apprezzare la simpatia scoordinata e un po’ diabetica di Bertie (il mio personaggio preferito) la coinquilina stramba e australiana di Mikey.

Insomma la morale della favola in Love è: mai fidarsi di chi sembra impeccabile, dopotutto sarebbe una noia mortale star dietro a personaggi perfetti.

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La tendenza che accomuna gli inadeguati Gus e Mikey (e probabilmente molti di noi) è l’impeto autodistruttivo che conduce all’autosabotaggio: un problema psicologico in fondo comune che si ha con se stessi (e che forse caratterizza la generazione dei protagonisti) e che consiste nel desiderio un po’ masochistico di ricadere nei vecchi errori, per non uscire dalla comfort-zone. O altrimenti detta la paura di essere davvero felici, la paura di crescere.

 

Ed è questo il percorso che intraprendono i due protagonisti: la vera storia non è d’amore ma innanzitutto di crescita, e in questo consiste l’aspetto più interessante della serie.

Qualcuno crede alla magia?

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Delle tre stagioni la più gradevole è, come spesso accade, la prima. La seconda è forse la più noiosa, come un obbligato passaggio narrativo; la terza più corale ed ottimista, meno pungente. Ma è nel primo segmento della serie che impariamo ad affezionarci ai personaggi di Love, è in questa fase che assistiamo ad un approfondimento psicologico più rilevante.

Nel settimo episodio Gus porta Mikey ad uno spettacolo di trucchi di magia a cui è particolarmente appassionato, mentre lei non riesce proprio a farsi trascinare dall’atmosfera e finisce con lo scusarsi dolcemente, rischiando di ferirlo:

“Scusami se non credo nella magia”.

 

Il primo appuntamento non si conclude così in rose e fiori, i due non si emozionano per le stesse cose, tutt’altro: l’episodio mostra come i due interpretino le cose in maniera opposta. Lei è disillusa, lui un timido sognatore. Nonostante ciò, il sesso può essere lo stesso fantastico.

Ecco dove Love è una serie innovativa e anticonvenzionale, pur indagando storie vecchie di problemi e dipendenze affettive quanto quelle di Colazione da Tiffany citato nello splendido finale della prima stagione quando Mikey cerca disperata il suo gatto e sfoga nelle lacrime la difficoltà di innamorarsi sul serio. Ne ha combinate di tutti i colori fino a farsi odiare da Gus, e solo le sincere dichiarazioni a cuore aperto possono salvare i rapporti. E le cose andranno probabilmente peggio, ma perché non godersi incoscientemente l’amore finchè si può, pur vivendolo attraverso le nostre imperfezioni?

Così canta infatti Pete Townshend nella colonna sonora di questo ultimo episodio di prima stagione, celebrando malinconicamente il nostro bisogno di provare ad essere felici almeno per un po’…

“Sooner or later
Your legs give way, you hit the ground
Save it for later
Don’t run away and let me down
Sooner or later
You hit the deck, you get found out
Save it for later
Don’t run away and let me down”

Leggi anche: Bojack Horseman – Il mestiere di vivere

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