Bianca – Gli umori di un professore tra ossessioni e Sacher torte
«La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora se c’è, deve essere assoluta».
(Michele Apicella in Bianca)
Nanni Moretti è un regista che, nel corso degli ultimi quarant’anni, si è distinto sempre per il suo impegno intellettuale, la sua coerenza artistica e anche per la sua generosa attività di esercente (rimettendo in sesto il vecchio Cinema Teatro Nuovo, ribattezzato Nuovo Sacher) e produttore. Purtroppo, il luogo comune che lo circonda da molti anni a questa parte è che la sua immagine politica sovrasti un po’ troppo spesso il suo cinema, che è tutt’altro che militante o a tesi. Anche quando ha parlato dichiaratamente di politica come in Palombella Rossa o Il Caimano, era ben lontano dal narrare di un Francesco Rosi o di tanti altri grandi autori del cinema italiano.
La supremazia del racconto diaristico di film come Caro Diario e Aprile, come il grande successo di pubblico e critica de La stanza del figlio, hanno messo un po’ in ombra i suoi capolavori degli anni ’80 come La messa è finita e Bianca. In particolare, quest’ultimo è il film dove l’approccio narrativo, anche grazie agli sceneggiatori Rulli e Petraglia, comincia a raggiungere un più netto equilibrio. E nonostante la sua presenza (secondo alcuni troppo invasiva), il malessere dell’alter ego Michele Apicella suggerisce questo aspetto moralizzante dell’autore Moretti, che non sappiamo fin quanto sia vero, e anche su questo si gioca la fascinazione tra personaggio e autore.
Nel film il mistero si lega a una forma di commedia surreale che principalmente coinvolge la scuola media Marylin Monroe e tutti i suoi pittoreschi personaggi. Troviamo il preside, l’analfabeta, il professore che spiega le canzoni che provengono dal juke box. Passando per lo psicologo che lo stesso protagonista manda al diavolo (non prima di aver sentenziato la massima «non mi piacciono gli altri”), fino alla conoscenza di Bianca, un’insegnante lungamente inseguita anche in modo ossessivo (interpretata da una Laura Morante al suo meglio).

Qui inizia a inclinarsi il ruolo da osservatore del protagonista, chiamato a compiere un passo in più per far sì che nasca una relazione vera e sincera. A differenza dei rapporti di coppia dei suoi amici, dei dirimpettai, fino ai due suoi giovani allievi che segue fino alla casa dei genitori, con la famosa cena in cui Moretti esclama la celebre battuta «continuiamo cosi, facciamoci del male», dopo aver scoperto che un commensale non conosce la Sacher. Tale cesura comincia a esserci nella famosa sequenza del bicchierone di Nutella, che sta ad attestare questo simbolo di un dilemma troppo duro da fronteggiare, ossia il convivere con una persona anziché osservare e basta. Proprio per questo, dopo qualche tempo, il protagonista tronca la relazione ideale con Bianca.
Un altro momento di procurato riso amaro sono le vicissitudini con l’amico Siro Siri, (un grande Remo Remotti), sempre inutile eppure sempre presente. Egli, in qualche modo, sarà decisivo nel percorso caratterizzante di Michele Apicella, maniaco compulsivo-ossessivo che si rivelerà colpevole di reati efferati che non vengono mai mostrati, se non attraverso le foto o confessioni del giorno dopo.
A mio avviso, è proprio con questo film che Nanni Moretti iniziare a diventare il grande narratore di piccoli mondi individuali che finiscono per diventare universali. Un po’ alla maniera di Woody Allen che cominciava a diventare il grande interprete di sé stesso nel trittico Io e Annie, Interiors e Manhattan. Complice anche la sinergia creata tra colonna sonora (firmata da Piersanti) e brani radiofonici (da Franco Battiato a Gino Paoli, fino a Caterina Caselli), ma anche l’uso di espedienti come il ballo, i dolci e lo sport. Con Bianca il regista raggiunge la summa perfetta di quello che rappresenta ancora oggi il cinema autarchico di un autore che non finiremo mai di amare.

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