
Into the Wild è diventato un film iconico della sottocultura americana dei primi anni duemila, da un lato per la bellezza e la qualità del film, dall’altro per la fascinazione esercitata dalla storia vera da cui esso è tratto; basti pensare al vero e proprio fenomeno di pellegrinaggio verso l’autobus che è stato la casa del protagonista (tanto del film quanto della vicenda) negli ultimi mesi della sua vita, il Magic Bus che si trova tutt’ora in Alaska nel quale è stato ritrovato il suo cadavere.
Sean Penn ha girato questo film del 2007 dopo aver combattuto per i diritti della storia per dieci anni, considerata la riluttanza della famiglia McCandless alla realizzazione del progetto di natura biografica sulla vita del figlio morto da qualche anno.
Christopher McCandless fu un giovane ventenne di famiglia benestante del Sud della California il quale decise di abbandonare la società borghese e intraprendere un viaggio estremo attraverso gli Stati Uniti e poi verso le terre selvagge dell’Alaska. Viaggio che terminerà dopo due anni dal suo inizio con la morte dello stesso McCandless, non è stato mai chiarito se per fame o per avvelenamento da bacca.
Nel 1997 viene pubblicato un libro di Jon Krakauer con il titolo “Nelle terre estreme”, una non-fiction novel (un genere che si colloca proprio a metà strada tra la narrazione romanzata non strettamente legata al vero e il reportage documentato) sulla vita del giovane nomade americano. Sean Penn si ispira proprio a questo libro per il suo film.

Va però ricordato che sulla storia sono stati prodotti altri due lavori: il documentario di Ron Lamothe, “The Call of the Wild”, che mette in discussione molti elementi del film di Penn e il libro scritto dalla sorella di McCandless, Carine, dal titolo “Into the Wild Truth”.
Ricapitolando tali fonti, ci rendiamo conto della presenza di una molteplicità di interpretazioni del fatto. Quando un’opera che vuole per sua natura avvicinarsi all’arte (come un film d’autore) si ispira a fatti realmente accaduti e vuole illuminarli (per esempio non cambiando i nomi dei personaggi), per certi aspetti diventa un po’ controversa. Come ho sostenuto nella primissima frase dell’articolo, il film è infatti diventato oggetto di ispirazione e adorazione da parte del pubblico per un duplice motivo: per una ragione artistica e per una ragione realistica. Le due ragioni si scontrano o si completano tra loro? È una domanda interessante ogni volta che un’opera biografica viene tanto apprezzata.
Proviamo ad analizzare alcuni aspetti del film.
Molteplici sguardi: il percorso “dentro il selvaggio”
La pellicola è divisa in cinque capitoli che vanno dalla “nascita” alla “conquista della saggezza” nei quali vediamo Chris divenire Supertramp, seguendo sempre più in fondo gli ideali in cui crede. I titoli dei capitoli tracciano un percorso quasi iniziatico verso una nuova vita, un viaggio nomadico che in realtà coincide con una rinascita morale.
La nascita ha inizio con la scelta estrema, dopo il diploma universitario, di abbandonare la vita borghese, donare tutti i propri risparmi in beneficenza e allontanarsi da casa senza lasciarsi dietro nulla, con l’intento di sparire ed eliminare ogni legame con il passato. Con pochissimi averi (più che altro libri) e il suo nuovo nome, il protagonista si addentra nel selvaggio.

Durante il film lo spettatore è accompagnato di tanto in tanto da una voce narrante, quella della sorella Carine, che descrive Chris come un uomo con un “codice morale rigoroso”, che è il suo metro di giudizio, o come un ragazzo con un’unicità che prima o poi l’avrebbe portato all’esplosione. La voce di Carine è il punto di vista di chi l’ha amato quando ancora era un normale giovane universitario, di chi l’ha compreso fin dall’inizio, ma di chi ha perso il proprio fratello, è la voce della mancanza e del vuoto, di un amore che soffre.
Quello di Carine è solamente uno degli sguardi che il film ci fornisce sulla vicenda di Supertramp: la tecnica narrativa utilizzata è infatti quella di composizione della figura del protagonista mediante diverse visioni su di essa. Si tratta da un lato di sguardi di personaggi, come ad esempio Carine ma anche tutti coloro che Supertramp incontra durante il suo viaggio, che ci mostrano verità differenti su di lui; dall’altro lato si tratta delle varie voci di Supertramp stesso, che possiamo identificare nelle lettere che scrive all’amico Wayne (le scritte in giallo in sovraimpressione sullo schermo) o nelle citazioni dai libri che legge (Thoreau, London, Tolstoj, Primo Levi).
Il tutto confluisce nello sguardo di Supertramp sul mondo: ogni voce e prospettiva del film (persino la prospettiva dei genitori) ci aiuta a comprenderlo un po’ meglio. Perché è qui che sta gran parte del fascino di Into the Wild: nella visione estremamente critica del protagonista sulla società, nel suo saper guardare contemporaneamente alla bellezza della natura e alla sofferenza del mondo. Il mondo che Chris aveva attorno non gli restituiva autenticità, quindi egli si mette alla ricerca di rapporti più diretti, senza mediazioni ereditate dalla civiltà nella quale noi (come lui) non abbiamo scelto di nascere e crescere. Purtroppo però, il prezzo da pagare per la verità è alto: la rivoluzione spirituale e morale è descritta anche come un percorso nel dolore.
Molteplici temi: il bisogno d’amore e l’immensità della solitudine

La regia si Sean Penn ha uno stile raffinato, tra split screen, sguardi in camera, primi piani e scene nella natura. La fotografia del francese Éric Gautier è fondamentale per la bellezza delle inquadrature sui paesaggi naturali che rendono il lungo film esteticamente piacevole e ricco; particolarmente felice e importante è anche la colonna sonora con pezzi di Eddie Vedder che ha vinto diversi premi tra cui il Golden Globe per migliore canzone originale con Guaranteed.
L’insieme è ben orchestrato in modo da affrontare più tematiche, in modo complesso: la maestosità della natura contro la cattiveria della società, la fierezza e la virtuosità del vero (e raro) idealismo, la difficoltà dei rapporti umani e soprattutto familiari, la vitalità coraggiosa della giovinezza. Può sembrare che il film tratti semplicemente di una ribellione nei confronti della società occidentale, ma ciò che invece emerge è un conflitto potente tra il bisogno di amore di un essere umano e l’immensità della sua solitudine: “la felicità è vera solo se condivisa”, scrive a fatica Supertramp prima di morire. Ogni incontro umano durante il film si conclude con un abbandono in favore della scelta di continuare da solo il viaggio e la ricerca. E non c’è un giudizio morale di fondo che condanna o eleva tale scelta, è descritta invece la forte necessità interiore del protagonista di seguirla.
Dunque il lato biografico e storicamente vero della storia è importante per la natura maestosa e filosofica di ciò che Christopher McCandless ha compiuto, un gesto che ha il potere di ispirare e far scaturire domande in ognuno di noi, che ci pone di fronte alla nostra vita.
Di certo Into the Wild non sarebbe un film così potente se non fosse tratto da una storia vera, ma non è poi così decisivo che ogni dettaglio dell’opera sia documentato e attendibile perché l’opera è in grado raffigurare tale esperienza reale ed esistenziale raccogliendone le tracce profonde.




