Dopo aver sventato i piani di Cottonmouth e Diamondback nella prima stagione, Luke Cage torna ad Harlem reduce dalle missioni dei Defenders che hanno devastato New York.
Se tutti andassero in guerra solo in base alle proprie convinzioni, le guerre non ci sarebbero più.
The Bulletproof Man è il protettore consacrato del quartiere afro-americano della città che non dorme mai, e non c’è chiamata alla quale non risponda. Riposare non è una delle attività principali di Cage, che raramente si concede qualche appuntamento romantico con la sua Claire.
L’unica vera regina del crimine rimasta ad Harlem è Mariah Dillard, antagonista presente anche nella precedente stagione. Il caos ordinario costruito intorno alla compravendita di armi e a fondazioni corrotte è gestito dal suo Harlem’s Paradise, il club più importante della città. Lo stallo del crimine viene interrotto dal brutale ingresso nella serie di Bushmaster, John McIver, un gangster giamaicano super-resistente e abile nel combattimento, determinato a vendicarsi di Mariah Dillard per un’antica faida familiare e quindi a dominare Harlem.
Mentre Luke Cage è un vigilante risoluto ma fondamentalmente equilibrato, Bushmaster si distingue per rancore e violenza fuori dal comune, intenzioni selvagge e indiscriminate, capaci di gettare Harlem nel panico. Un conflitto tra Equilibrio e Caos, tra Pace e Guerra domina questa seconda stagione di Luke Cage, show Netflix/Marvel che rinnova le aspettative dopo i cali di Jessica Jones e Iron Fist.
Bushmaster: vendetta ad ogni costo

Giamaicano cresciuto a Kingston durante una faida tra i McIver e gli Stokes, ad alimentare Johnny è l’incendio scaturito dal Rhum Bushmaster con il quale la madre perse la vita per mano degli Stokes. Crescendo, ha iniziato a beneficiare delle proprietà di una pianta chiamata Nightshade, utile per velocizzare la rigenerazione cellulare e per aumentare forza e velocità.
Il suo ritorno ad Harlem per “reclamare” ciò che gli spetta di diritto è un fulmine a ciel sereno che coglie di sorpresa i boss del crimine Mariah e Shades. Egli è il villain spregiudicato che giustifica le sue azioni in base ad un’idea di giustizia che risale a decine di anni prima, alla vita di Kingston e al conflitto tra gli Stokes, proprietari dell’Harlem’s Paradise, e i McIver, proprietari del ristorante Gwen’s.
Mentre si lascia alle spalle una scia di sangue, il leale zio Anansi prova a farlo ragionare, invitandolo a lasciarsi alle spalle il passato per non intraprendere una strada costruita intorno al male e alla sofferenza. Ma la sua sete di vendetta è troppo forte, egli sente che epurare Harlem dall’ultima degli Stokes, Mariah, sia necessario.
Sembra inevitabile che nel corso della sua scalata Johnny debba confrontarsi col paladino di Harlem, l’invulnerabile Luke Cage che innumerevoli volte si è posto tra la comunità e il male. Quello che sorprende è che questo confronto si giocherà su piani che vanno oltre la sfida tra giusto e sbagliato: Luke e Johnny sono simili, e come simili si riconosceranno nelle divergenze.
Luke Cage: la repressione di una rabbia indomabile

Quello che emerge fuori a partire dalla natura intima…Questa è la vera magia. Questo è ciò che definisce un uomo.
Carl Lucas, alias Luke Cage, attribuisce molta importanza alle scelte: esse hanno scandito tutta la sua vita, da quando è stato ingiustamente arrestato fino all’evasione dal carcere, momento in cui il suo mito nacque.
In un contesto immerso nella criminalità come quello di Harlem, lui sceglie di ergersi come incorruttibile protettore dei più vulnerabili, senza alcuna possibilità di negoziazione; non un diplomatico, quindi, ma il tipico vigilante di quartiere in stile Marvel.
Non si lascia corrompere perché altrimenti verrebbe coinvolto nel circolo vizioso che da decenni governa la comunità, mantiene il suo comportamento imparziale anche nei confronti dei poliziotti del quartiere, ad eccezione di Misty Knight, detective di fiducia.
L’eroe che lo show ci offre è dunque un personaggio prototipico ma intrinsecamente conflittuale, poiché porta con sé una perpetua quota di rabbia, che deriva dalla consapevolezza di non poter apportare un cambiamento duraturo nello stato delle cose.
In questa stagione facciamo anche la conoscenza del padre di Luke, un reverendo risoluto e spaccone (caratteristiche parzialmente trasmesse al figlio) in cerca di riconciliazione dopo le discussioni all’epoca della reclusione del figlio.
Il protagonista è immerso in un calderone rovente i cui ingredienti potrebbero avere effetti collaterali anche sulle persone a lui care: inevitabilmente la sua rabbia imperitura lo porta ad allontanarsi da Claire e a concentrare le sue energie su Mariah e Bushmaster, i nemici da abbattere per proteggere la sua Harlem.

Mentre Luke fa i conti con se stesso, ad Harlem Black Mariah e Bushmaster si provocano diffondendo violenza e panico tra gli innocenti e gettando la polizia nello sconforto; McIver affronta Luke ben tre volte, sconfiggendolo grazie al veleno di cui fa uso e all’astuzia, facendo crollare il mito dell’uomo invincibile.
Quello che si viene a creare tra i due è un legame profondo, perché entrambi si rispettano e ammettono che in circostanze differenti avrebbero potuto essere amici; Luke invita Bushmaster a recedere dal suo intento di vendetta, ma la rabbia e l’attaccamento al passato del giamaicano sono troppo forti.
Mariah deve morire per estinguere il debito che gli Stokes hanno nei confronti dei McIver, e per Johnny i fatto che nel mentre vengano coinvolti degli innocenti è un danno necessario: questo è quello per cui Luke Cage si batte e che non può accettare in alcun modo.
Ma la forza di Bushmaster dipende dal Nightshade, e più trascorre il tempo più l’assuefazione alla sostanza lo rende debole e confuso; quando la guerra tra bande con Mariah raggiunge il suo apice, Johnny sembra essere al suo limite, e Luke si schiera talvolta con uno e talvolta con l’altra per limitare i danni.
Le disposizioni e gli ordini più forti, più sagaci, sembrano molto cattivi e ogni sapiente militare li critica con importanza, quand’essi non guadagnano la battaglia; mentre le disposizioni e gli ordini più mediocri sembrano molto buoni, e gli uomini seri consacrano volumi e volumi per trovare l’eccellenza di ordini cattivi, quando, grazie ad essi, la battaglia è stata vinta.
Il loro incontro finale avviene dopo l’ennesimo atto efferato di Mariah, e in quel momento Luke si rende conto che per arginare il male ad Harlem scendere a compromessi è un passo obbligatorio.
Dopo la morte di Mariah e il ritorno di Bushmaster in Giamaica per seppellire i suoi cari, Luke assiste ad un nuovo aumento della criminalità. A questo punto si trova costretto a mettere da parte il suo orgoglio e la sua proverbiale incorruttibilità per compiere una scelta fino a quel momento imponderabile.

Luke Cage diventa il nuovo boss del crimine di Harlem: anziché combatterlo dall’esterno, decide di assumere il ruolo di “sceriffo” della malavita per arginare le violenze.
Una trasformazione sostanziale, inattesa, determinata in qualche modo da quella rabbia incomprensibile e dall’incontro con Johnny McIver, quel villain così simile a lui, dal quale ha inevitabilmente appreso qualche insegnamento fondamentale.
Il cambiamento di Luke è un cambiamento morale, e consiste nella comprensione che talvolta, per ottenere la pace, far ricorso alla guerra o quantomeno confrontarsi con essa è necessario.
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