Gemini Man – Fumo e specchi

Davide Capobianco

Ottobre 26, 2019

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Ang Lee, già regista de La Tigre e il Dragone e Vita di Pi, ritorna con un nuovo ambizioso progetto. Gemini Man è un esperimento tecnico, atto a sfruttare le nuove possibilità della tecnologia e, di conseguenza, nuove frontiere del cinema stesso.

Gemini Man è infatti girato in 3D plus, con una fluidità di centoventi frame per secondo, garantendo una scorrevolezza e una profondità di campo mai viste, a patto che lo si veda in 3D e che la sala cinematografica sia debitamente attrezzata.

La sceneggiatura punta sul classico: un sicario (Will Smith) di un’agenzia segreta vuole ritirarsi poiché stanco del suo passato di assassino. Il villain di turno (Clive Owen) manda quel suo passato (letteralmente), un suo clone più giovane, a ucciderlo, poiché vi è l’ennesimo complotto in atto. La pellicola mantiene un buon ritmo tra colpi di scena e sequenze d’azione molto ben dirette. Ergo si punta molto sulla componente visiva più che narrativa.

Gemini Man sarebbe stato impensabile solo dieci anni fa.

Will Smith nel ruolo di clone infatti non è ringiovanito digitalmente, ma è stato ricostruito al computer dopo aver girato in motion capture. Tecnologia, fino a oggi, sfruttata per lo più nei videogiochi, o per ricreare personaggi come Thanos dalla performance di un attore in carne e ossa. Adesso le carte in tavola sono cambiate e a essere costruiti non sono solo mostri o creature, ma anche persone vere.

L’esperimento di Ang Lee è quindi riuscito? Più fotogrammi al secondo vuol dire avvicinarsi sempre più al modo in cui l’occhio percepisce la realtà (il cinema cui siamo abituati è impostato sui ventiquattro frame per secondo). Tuttavia l’effetto è alquanto straniante, poiché la distinzione tra questo film e uno qualunque è molto forte.

Normalmente si cerca di immergere lo spettatore, in Gemini Man invece viene rotta la barriera del realismo. Molte cose prima accettabili su schermo, adesso non lo sono più.

Inoltre poche sale proiettano ancora in 3D, riducendo ulteriormente l’effetto spettacolarità. La fluidità guadagnata sembra quella dei filmati dei videogiochi, quindi abbastanza finta.

Nonostante ciò, Ang Lee ha dimostrato le potenzialità dei nuovi mezzi di ripresa. Dunque questo film potrebbe essere il prototipo di una rivoluzionaria serie di pellicole. Vi è ancora del lavoro da fare, ma il tentativo è encomiabile, poiché sono ora aperte strade per storie e racconti che il cinema, un tempo, non si sarebbe potuto permettere.

Migliorando anche la credibilità degli effetti (penalizzata sicuramente anche da sale non ancora pronte per questa tecnologia) si raggiungerebbero altissime vette di spettacolarizzazione.

Gemini Man

Seconde occasioni

La struttura narrativa del film è alquanto interessante, date anche le nuove possibilità. Gemini Man segue le vicende di Henry in principio, per poi spostare il focus sulla prospettiva del suo alter ego ringiovanito, ignaro di stare dando la caccia a se stesso. Di fatto non ci sono un protagonista e un antagonista, ma due personaggi che pensano di stare facendo la cosa giusta, due protagonisti. 

La lotta che ingaggiano non è solo fisica, ma soprattutto psicologica. Un sicario professionista che si vede perseguitato dal fantasma di se stesso, tutto ciò che ha sempre rinnegato, lo specchio in cui ha paura di guardare. Il passato, la storia che lo ha reso ciò che lui più disprezza, un assassino, adesso lo insegue e, al contempo, si ripete. Spesso siamo noi i nostri più grandi avversari.

Quel giovane clone bracca il suo futuro senza nemmeno sapere perché, senza avere la minima cognizione della propria identità, senza sapere quanto ci sia di umano in lui, costretto a essere per sempre giovane, che lo voglia o meno.

Eppure “i due” rivali potrebbero trovare una seconda possibilità l’uno nell’altro. Henry adulto potrebbe evitare che il ragazzo compia i suoi stessi errori, come se in lui vedesse qualcuno che non ha ancora superato il punto di non ritorno. Il clone rappresenta la possibilità per Henry di guardarsi, finalmente, di nuovo allo specchio, in una versione di sé che può essere migliore.

È se stesso che sta affrontando alla fine. Combatte con l’incarnazione dei suoi dubbi e dei suoi sbagli. Tuttavia quel giovane sé è anche l’incarnazione della sua seconda occasione. 

Un’occasione che, speriamo, abbia anche Ang Lee di portare alla luce un film tecnologicamente avanzato nel momento in cui le sale del mondo saranno pronte, così che gli occhi si riempiano di meraviglia. Per adesso siamo di fronte a un primo esperimento che apre la possibilità di nuove frontiere per il cinema.

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