Il Cinema Giudiziario – Racconti di Giustizia Umana

Emma Senofieni

Aprile 2, 2020

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Poche persone amano la Legge e tutto il contorto mondo che gira attorno a essa; un complesso universo fatto di ingenti codici, polverosi tribunali, infinite scartoffie e cavilli di ogni genere. Eppure sfido chiunque a non essersi emozionato dinanzi all’arringa finale dell’avvocato Atticus Finch (Gregory Peck) nel celebre film giudiziario Il buio oltre la siepe (1962).

Da La Parola ai giurati a Philadelphia, il cinema sceglie il genere giudiziario per narrare incredibili storie di giustizia e riscatto sociale.

Il Buio Oltre la Siepe (To Kill A Mockingbird, Robert Mulligan, 1962)

Il Cinema ha sempre avuto la capacità di far amare agli spettatori ciò che probabilmente nella vita reale ignorerebbero. Storie che nella nostra quotidianità ci limiteremmo a commentare distrattamente davanti al telegiornale diventano improvvisamente importanti e coinvolgenti. D’un tratto ci troviamo a pendere dalle labbra di un avvocato che difende un uomo accusato ingiustamente, veniamo colpiti dall’intelligenza di un giurato che insinua il “ragionevole dubbio” nelle menti dei suoi colleghi e dalla sensibilità di un uomo giudicato solo per il proprio orientamento sessuale. Grazie al genere giudiziario, gli spettatori si sentono attivi partecipi di queste complesse e spesso toccanti vicende umane.

Com’è nato questo genere cinematografico?

Il cinema giudiziario si sviluppò negli Stati Uniti, anche se il suo antenato vide la luce in Europa, parliamo del leggendario La passione di Giovanna d’Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer. Ci volle però ancora del tempo perché gli autori e il pubblico americano si appassionassero davvero a questo genere. Sebbene, infatti, si susseguirono discreti esempi come Il Caso Paradine di Alfred Hitchcock, il legal thriller non si affermò pienamente fino alla fine degli anni ‘50. Si utilizza spesso la definizione americana di legal thriller poiché il genere riuscì a diffondersi prevalentemente negli Stati Uniti, non riuscendo mai a prendere davvero piede nel cinema europeo, dove mosse i primi passi.

Nel 1957 vennero trasmesse due opere in particolare, rispettivamente nel piccolo e nel grande schermo. In quell’anno fece infatti il suo esordio in televisione la prima puntata della celeberrima serie televisiva Perry Mason (1957-1966): la storia di un brillante avvocato penalista (Raymond Burr) abile nel dimostrare sempre l’innocenza dei suoi clienti. Ma in quell’annata va ricordata soprattutto l’uscita di un particolare film, considerato il migliore esempio di legal thriller classico. Si tratta di La parola ai giurati diretto da Sidney Lumet, adattamento dell’originale soggetto televisivo scritto da Reginald Rose.

Da La Parola ai giurati a Philadelphia, il cinema sceglie il genere giudiziario per narrare incredibili storie di giustizia e riscatto sociale.

La parola ai giurati (12 Angry Men, Sidney Lumet, 1957)

A differenza della stragrande maggioranza dei film giudiziari contemporanei, La parola ai giurati non vede coinvolti né avvocati né giudici né imputati. Ambientata completamente all’interno di una stanza del tribunale, la pellicola segue le discussioni di una giuria riunita per decidere le sorti di un ragazzo accusato di aver assassinato il padre. Colpevole o innocente? All’inizio del film, tutti i giurati sono convinti della colpevolezza dell’imputato. Tutti meno uno: il giurato numero 8 (interpretato da un intenso Henry Fonda) è l’unico a intravedere l’innocenza del ragazzo. O almeno, è l’unico ad avere un ragionevole dubbio sulla vicenda, che cercherà di comunicare agli altri giurati.

Dodici uomini dal carattere diverso e di differente provenienza sociale hanno dunque il difficilissimo compito di decidere il destino di un uomo. Un’ora e mezza di confronti, discussioni, litigi, che faranno emergere tutta una serie di pregiudizi sociali di cui la mente umana è inevitabilmente colma. Grazie a una brillante sceneggiatura, La parola ai giurati è un potente inno a una giustizia umana, che rifiuta qualsiasi tipo di preconcetto o pregiudizio, in nome della verità nella sua forma più pura.

Anatomia di un omicidio (Anatomy of a Murder, Otto Preminger, 1959)

In seguito al successo della pellicola, altri registi decisero di cimentarsi in questo genere. Un esempio che non possiamo fare a meno di citare è Anatomia di un omicidio (1959) di Otto Preminger, con protagonisti James Stewart e Ben Gazzarra. Al tramonto degli anni ’50, la storia colpì molto il pubblico americano, ancora fedelmente legato a un tipo di cinema classico e convenzionale. La vicenda di un avvocato (James Stewart), che decide di difendere un irascibile militare (Ben Gazzarra) dall’accusa di aver assassinato l’uomo che aveva presumibilmente violentato sua moglie (Lee Remick), possiede tratti moderni sorprendenti.

Preminger decide infatti di rappresentare il processo in ogni sua fase, come se stesse eseguendo una complessa operazione chirurgica dall’esito incerto: persino gli stessi personaggi sono spesso ambigui, fornendo dichiarazioni e testimonianze confuse. Qualsiasi principio, qualsiasi fatto viene messo in discussione, sezionato e ribaltato continuamente. Un ritratto realistico, a tratti cinico, del sistema giudiziario americano in ogni sua sfumatura, come specchio di una società complessa e contraddittoria.

Durante gli anni ’60, periodo in cui il cinema si apriva a una sempre più crescente modernità narrativa, vi sono vari esempi di film giudiziari degni di nota. Tra questi è senza dubbio doveroso citare Il buio oltre la siepe (1962), tratto dal romanzo premio Pulitzer di Harper Lee: un’emozionante e indimenticabile parabola contro il razzismo, portata sullo schermo dall’avvocato Atticus Finch (Gregory Peck), unanimemente considerato uno dei più grandi eroi del grande schermo. In un’America in costante cambiamento, molti cineasti si servirono, infatti, di questo genere per narrare appassionanti storie di giustizia sociale e riscatto individuale.

Sotto Accusa (The Accused, Jonathan Kaplan, 1988)

Delineando un ritratto non sempre lusinghiero dell’ordinamento giudiziario, queste vicende si fanno portavoce di forti denunce verso una società corrotta e ipocrita, solita a discriminare e sopprimere i più deboli. Film come …e giustizia per tutti (1979) di Norman Jewison e Sotto accusa (1988) di Jonathan Kaplan raccontano i lati negativi del sistema giudiziario statunitense. In particolare il film di Kaplan dimostra una grande sensibilità nel raccontare la storia di una giovane (una grande Jodie Foster) vittima di una violenza sessuale di gruppo, tema mai affrontato troppo esplicitamente dalla settima arte in passato. In particolare viene messa in evidenza la forte misoginia radicata all’interno della società, che condanna le donne per le proprie abitudini sessuali, impedendo così loro di denunciare le violenze subite.

Gli anni ’90 rappresentano il periodo di massimo splendore del genere giudiziario, grazie a pellicole rimaste ancora impresse nella nostra memoria. Il Mistero Von Bulow (1990), tratto da un’inquietante storia vera su un presunto uxoricida interpretato da Jeremy Irons; Codice d’onore (1992), ambientato nel mondo militare; o ancora i vari adattamenti dei romanzi dell’avvocato americano John Grisham, come Il rapporto Pelican (1993), Il cliente (1994) e L’uomo della pioggia (1997). Per rendere davvero giustizia alle potenzialità del legal thriller contemporaneo, analizzeremo una pellicola ormai storica, un film che ogni persona che abbia a cuore i diritti civili dovrebbe assolutamente vedere: Philadelphia (1993) di Jonathan Demme.

Philadelphia, Jonathan Demme,1993

Andrew Beckett (Tom Hanks) è un brillante avvocato omosessuale, licenziato dallo studio in cui lavorava perché malato di AIDS. A causa della grave ingiustizia subita, decide di citare in giudizio i suoi ex datori di lavoro, facendosi assistere dall’avvocato afroamericano Joseph Miller (Denzel Washington). La pellicola non solo viene ricordata per essere stata una delle prime ad affrontare il tema dell’AIDS, ma anche per la forte umanità con cui viene trattato il tema della discriminazione e le conseguenze da essa derivanti.

Anche grazie alle grandi interpretazioni di Hanks e Washington, Philadelphia riesce ad arrivare al cuore dello spettatore narrando una storia densa di umanità. A differenza di molte pellicole giudiziarie, in questo film vediamo difatti instaurarsi un sincero legame tra avvocato e cliente: Miller arriverà a conoscere profondamente Andrew, la cui vita è drammaticamente stravolta dalla malattia e dall’ingiustizia subita. Senza cedere a una facile retorica, Jonathan Demme ci fa così conoscere i retroscena di un processo giudiziario che dietro il complesso linguaggio legale nasconde sempre sofferenze ed emozioni.

Anche se con gli anni il legal thriller non ha forse più raggiunto lo splendore degli anni ’90, rimane comunque un genere che ha ancora moltissimo da comunicarci. La messa in scena di un processo, uno degli strumenti più analizzati e criticati della nostra società, diventa spesso un pretesto per raccontare qualcosa di più importante.

Vediamo individui spesso vittime di una società corrotta, ancora corrosa da ingiustizie tali da ledere i più fondamentali diritti umani e civili; persone imperfette e inesperte chiamate a pronunciarsi su dilemmi forse troppi grandi per loro; o ancora abili “azzeccagarbugli” che, come tutti, cercano di trovare un proprio posto nel mondo. Come sempre, il Cinema si cimenta nell’arduo compito di raccontare l’Umano in ogni sua più complessa sfumatura psicologica e sociale.

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Autore

  • Emma Senofieni

    Classe 1998, amo la scrittura e il cinema fin dall’infanzia. Mi piace vedere i film in sala e collezionare le mie pellicole preferite, per poterle guardare e riguardare in continuazione. In particolare, amo le opere di Alfred Hitchcock e David Lynch.

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