Per ovvi motivi su The Eddy giganteggia la figura di Damien Chazelle come se fosse sceneggiatore, regista, produttore e creatore della serie. Non è assolutamente così. Definire The Eddy come la miniserie di Chazelle non è solo sbagliato, ma anche sminuente.
Ci sono molte voci maschili e femminili che sono state coinvolte in questo progetto abbastanza insolito, su tutti spicca Houda Benyamina (Divines). Scritta per la maggior parte da Jack Thorne (His dark materials), la miniserie si pone l’obiettivo di raccontare i vissuti più importanti che gravitano intorno a un locale Jazz di Parigi. Un omicidio metterà in moto tutta le serie di eventi che scopriremo lungo l’arco di otto episodi. Questi ultimi diretti da Chazelle, Houda Benyamina, Laïla Marrakchi ed Alan Poul.

A rendere inusuale questo progetto televisivo, non è l’unione di diverse voci a mettere in scena gli episodi, ma la percezione che la serie non voglia andare da nessuna parte. Questa sensazione si può avere, ed è legittimo, poiché le due macro story-line, quella musicale e quella criminosa, non raggiungeranno un vero finale compiuto. Suggeriranno ciò che potrebbe succedere, ma in realtà le dinamiche sono così tante e i sentieri così imprevedibili che ogni diramazione può essere giusta.
Gli otto episodi sembrano delle finestre sintetizzanti di quei personaggi di cui vorremo sapere molto di più e con più approfondimento. Invece, seppur il focus cambi in ogni episodio, la nostra conoscenza è ancora molto limitata. Ogni puntata ha il suo personaggio, si inizia con Elliot Udo e si termina con il luogo desiderato e braccato più di tutti: The Eddy, il locale che dà il titolo alla miniserie. È lui il protagonista del progetto musicale, i vissuti dei protagonisti servono solo ad animarlo, a rendergli giustizia, a creare lo spazio musicale che merita.
Suonare: l’ultimo appiglio per risollevarsi
Prima e dopo l’omicidio scatenante di tutti gli eventi, la musica è l’aspetto da cui sembra più affascinato Jack Thorne. Ci sarebbe anche la storyline d’indagini e crimini, ma è la musica a voler essere raccontata e mostrata. Non è un caso che la miniserie incominci con una performance musicale e concluda con un’altra. In merito alle musiche composte da Glenn Ballard e Randy Kerber, esse non solo scandiscono ogni evento narrativo ma sono il principale conforto per i personaggi. Il loro ultimo appiglio per sopravvivere agli ostacoli della vita.

In centinaia di prodotti audiovisivi la musica consola i personaggi, ma in The Eddy c’è una necessità potentissima di voler creare, suonare. Arginare un litigio, un trauma, non con l’ascolto ma con l’arte di produrre suoni; su tutti spicca il finale della seconda puntata a rendere tale aspetto così interessante: Julie è la figlia di Elliot, dopo una pessima nottata che l’ha messa in grave pericolo, torna a casa sana e salva, tuttavia è ancora spaventata e deve calmarsi. Sarà l’atto di suonare il clarinetto a farla tranquillizzare.
Pur avendo emozioni contrastanti per tale azione, in quel frangente nasce la necessità di produrre una melodia. Questa esigenza è presente in tutte le puntate ed è l’elemento più affascinante di The Eddy.
Non tutto funziona, anzi…
Come dicevamo, non tutte le storie personali dei singoli personaggi sono totalmente riuscite. Quella di Maya propone tantissimi cliché: scegliere se fare musica commerciale o di nicchia. C’è il classico amore per il genio, in questo caso musicale, che non la considera tantissimo. Inoltre il rapporto tra lei ed Elliot è sempre poco stimolante anche per queste banalità, invece quello tra lui e la figlia è reso meglio, e ha una conclusione molto coerente nell’ultima puntata.

Quando non c’è la story-line musicale, The Eddy risulta meno forte nelle sue caratteristiche e si avvicina a tantissimi prodotti audiovisivi. Inoltre, la voglia di fare musica è così travolgente che si ha quasi la sensazione di togliere spazio a qualcosa di più serio, come le performance. Difatti se le storie personali contribuiscono a rendere più intime le esibizioni musicali in presa diretta, tutta la storyline d’indagine e crimini offre davvero poco.
Ciò che vi farà ricordare di Chazelle e del suo Whiplash sono i dissapori che possono crearsi durante il lavoro sulla riuscita delle performance musicali, poiché anche The Eddy promuove la verità su un’arte complessa che si costruisce prova dopo prova e non con uno schioccare di dita. Questa miniserie è davvero lontana dall’essere riuscita, spesso è superficiale e forse meriterebbe una seconda stagione per approfondire diverse dinamiche. D’altro canto dimostra così tanta devozione per il raggiungimento di un obiettivo musicale che è davvero difficile non apprezzarla moltissimo. Nel corso delle otto puntate si vedranno tantissimi eventi, a volte persino terribili come un omicidio o un pestaggio, ma non c’è tempo per pensare a ciò. Bisogna fare musica e subito, di tutto il resto possiamo occuparcene dopo.




