Caffè ed Esistenzialismo: Due o tre cose che so di lei
Ai pensieri piace palesarsi quando notano che le pupille stanno fissando un qualsiasi punto nello spazio, indefinito, impreciso, che in quel momento si spoglia del suo essere oggetto o materia e si trasforma in un tunnel a senso unico che ci porta direttamente al nucleo del nostro universo, o ai suoi confini.
Sei sveglio. Ti alzi e prepari la moka, ascolti la confusione del caffè appena creato che si agita e che batte i pugni sulla parete d’acciaio per voler uscire. Sembra che urli «liberatemi, vi prego, liberatemi da questo inferno».
Il caffè cola sulle pareti di ceramica della tazza e il cucchiaino lo incita a muoversi, a girare, a non stare fermo, che lo zucchero ha bisogno di mescolarsi, di annullarsi e di fare il suo dovere.
E qui ti soffermi sulle onde e sui movimenti che formano le sfumature del marrone, sulle bolle che nascono e che muoiono come le stelle, e senza necessariamente essere un astronauta, ti ritrovi nello spazio o seduto in un luogo sperduto a fissare la via lattea. A parlare con la persona più difficile che tu possa conoscere nella tua vita: te stesso.

Il caffè
Due o tre cose che so di lei (1967) fa parte del filone sperimentale del regista francese Jean-Luc Godard, che ci accompagna tra le imperfezioni del corpo di una Parigi degli anni ’70 in pieno insediamento urbano.
Per tutta la visione assistiamo a lampi esistenziali tra nuvole di fumo e colori pastello. Tra occhi e sguardi di persone comuni che si arrangiano come possono per sopperire alle spese quotidiane di una Parigi difficile.
Ci immergiamo nei pensieri di Juliette, madre di famiglia, la guardiamo spesso dritta negli occhi mentre traduce a modo suo il contesto esterno, mentre cammina tra i problemi di tutti i giorni e sprazzi di un capitalismo che può risultare oppressivo.

Juliette
Juliette: «Se non avete abbastanza soldi per comprarvi gli allucinogeni, compratevi la televisione a colori».
Assistiamo a molteplici visioni della vita, a pronostici su un futuro che risulta lontano, misterioso, indecifrabile. Ascoltiamo discorsi, pensieri, parole di una società che ha bisogno di ambientarsi, che si abbandona alla corrente dell’esistenza che non lascia il tempo di fermarsi un attimo. Alla continua ricerca di risposte a una vita che sembra essere analoga a una continua e inutile sofferenza.
Si cercano risposte sui libri, si cercano risposte sugli altri.
E qui Jean-Luc Godard, pioniere della Nouvelle Vauge, partorisce un monologo che nuota tra le increspature del caffè in una semplice tazzina servita in un semplice bar della periferia di Parigi. Lo spettatore si ritrova in una sorta di ipnosi che unisce occhio e orecchio.
«(…) Dov’è dunque la verità?
Di fronte o di profilo?
Ma soprattutto, cos’è, un oggetto?
Forse un oggetto
è un legame che ci permette di passare da un soggetto all’altro,
di vivere in società, di stare insieme.
Ma poiché i rapporti sociali sono sempre ambigui
e il pensiero così come unisce, separa.
Le parole uniscono per quello che esprimono
e separano per quello che omettono.
C’è un grande abisso
Che separa la certezza soggettiva
Dalla verità oggettiva degli altri,
Poiché so di essere colpevole
Anche se mi sento innocente (…)».(Jean-Luc Godard)
Godard ci mostra di come i mattoni del nostro pensiero vengano posati continuamente, ogni minuto, ogni secondo da ciò che viviamo, vediamo e osserviamo. Azioni qualunque che affrontiamo ogni giorno in luoghi comuni come svegliarsi la mattina, lavare i piatti, guardare l’orologio e fissare il caffè dentro una tazzina.
Sono culla di movimenti anomali dentro la nostra materia grigia che distorce, distrugge e capovolge la nostra visione del mondo e della vita.
Tutte le correnti che girano nella nostra psiche arrivano a un millimetro prima delle nostre labbra per poi tramutarsi in strani suoni che hanno la capacità di farci esistere e di far esistere il mondo intorno a noi.
Quindi noi siamo padroni del nostro linguaggio? Siamo padroni di ciò che ci esce dalle labbra?
Segni che si corrono dietro che noi attraverso delle corde che vibrano dentro la gola tramutiamo in rumori. Questi rumori, fin da piccoli, ci insegnano che detti con certi movimenti della bocca assumono sensi propri e l’accostamento di questi rumori crea parole che messe una a fianco all’ altra formano frasi che noi ripetiamo ogni santo giorno della nostra permanenza terrena.
Questi suoni poi saltano da un cervello all’ altro, a volte rimbalzano, si attaccano, non saltano neanche, a volte si lasciano andare in mezzo a un numero illimitato di crani che decidono cosa farsene di questi rumori. O li buttano o li tengono oppure li mettono da parte, li cambiano, li camuffano e può succedere che li rilanciano al mittente.
Noi attraverso le parole creiamo il nostro mondo, ma il mondo che abbiamo intorno si crea attraverso le nostre parole? O lui sta in piedi anche da solo?

William S. Burroughs
«IL Linguaggio è un virus proveniente dallo spazio profondo».
(William s. Burroughs, “Il biglietto che esplose”)
Burroughs, nei suoi romanzi, ha distrutto le frasi, le parole, spogliandole del loro significato, accartocciandole, dandogli nuove forme, nuovi sensi e nuove direzioni. Ha spezzato questi bastoncini incollati e li ha riuniti tra loro.
Ci ha dimostrato che il linguaggio per quanto possiamo mescolarlo spesso torna alla sua forma originaria, quindi agli occhi del visionario scrittore si presenta come un limite invalicabile, insuperabile e quasi da eliminare, perché non all’altezza della nostra testa, non all’altezza dei nostri pensieri.
Juliette: «Chi si accontenta delle parole … non so, mi sembra che rinunci a pensare con la sua testa».
Volente o nolente queste strani “rumorini” viaggiano senza sosta a velocità super-sonica permettendo a ognuno di noi di dipingere il proprio “esserci”, il proprio “pensare”. Le parole le usiamo a nostro piacere, le pieghiamo al nostro volere, le trituriamo insieme per generare il nostro mondo esteriore , generiamo le nostre verità.
Esistono un’infinità di visioni della realtà, date dall’uso di linguaggi personali che che ci sdoppiano, ci triplicano, ci annullano o ci esaltano. Ognuno si appropria della verità che ritiene più adeguata al suo essere e spesso ci nascondiamo come topi sotto il tetto del linguaggio.
«Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo».
(Martin Heidegger, “lettera sull’ umanismo”)
Sono armi così potenti che hanno permesso ciò che noi oggi studiamo sotto forma di “storia”, composta da miliardi e miliardi di involucri rosa-carne ingozzati di lettere che si susseguono, che si scontrano tra di loro scheggiandosi, distruggendosi e spesso unendosi.
Un immenso oceano d’ossigeno dove staremo per annegare, dove fabbricheremo la nostra zattera e dove addirittura potremo correre sopra il velo dell’acqua.
Bolle come nel caffè, che alla fine esploderanno lasciando onde d’urto che ne colpiranno altre creando altre onde.
«Dire che i limiti della lingua sono quelli del mondo,
che i limiti della mia lingua
sono quelli del mio mondo,
e che parlando limito il mondo,
lo finisco. E quando la morte, logica e misteriosa,
romperà questi limiti…
non ci saranno né domande né risposte.
tutto sarà confusione.
Ma se le cose avranno contorni netti,
non sarà grazie alla rinascita della coscienza.
tutto deriva da questo».(Jean-Luc Godard)




