The Handmaid’s Tale, il racconto dell’ancella, nasce dall’autrice canadese Margaret Atwood. L’opera, scritta come una testimonianza in prima persona registrata su musicassetta, richiama la struttura delle novelle, di tradizione prima orale e poi trascritta, dei Racconti di Canterbury.
L’autrice dirà in più interviste che il libro si ispira a eventi realmente accaduti nel passato, ma riproposti e concatenati nel testo con una logica distopica, ambientata nel mondo contemporaneo. Il libro vedrà una prima trasposizione cinematografica nel 1990. Mentre, nel 2017, diviene una serie tv, The Handmaid’s Tale, ancora in produzione.
La storia ruota intorno all’ancella Difred che, con il marito Luke e la figlia Hannah, si trova a confrontarsi con l’avvento di un regime totalitario monoteocratico, che annienta la figura femminile in un mondo moderno. Ristabilendo la divisione in caste e portandole via tutto, anche il nome: June.
Inizia così la Repubblica di Gilead, fondata a seguito di un colpo di stato per mano di estremisti religiosi. Come può accadere, in quello che potrebbe essere un contesto “attuale”, una cosa del genere?

June e Luke
Il potere di The Handmaid’s Tale risiede nell’approccio psicologico, a tratti disturbante, che sviscera, tramite la narrativa distopica, un evento che ha precedenti nella realtà umana: il totalitarismo. Mischiando nella finizione della storia una sorta di ammonimento sul futuro.
I flashback di Difred sono fondamentali in questo. Con la consapevolezza del senno di poi, per tutte le tre stagioni, la protagonista ci svela i segnali latenti di questo rovesciamento. Elementi minimizzati dalla società, sminuiti come atti singoli e di momentaneo disordine, ma che portano destabilizzazione e fragilità. Condizioni su cui aumenta la probabilità del totalitarismo di attecchire.
Fino a che, nella confusione consequenziale fatta di atti imprevedibili, il nuovo stato priva l’individuo della sua libertà materiale. La burocrazia, sempre più elaborata e severa, impedisce tra le altre cose i viaggi, l’uso del denaro e abolisce ogni diritto giuridico, senza fornire informazioni utili per risolvere i problemi.
La Boston del telefilm fa parte di un mondo su cui aleggiano conflitti fra superpotenze. In cui la produzione di radiazioni atomiche e le malattie conseguenti hanno azzerato il tasso di natalità.
Il Nord America si ritrova sfiduciato nei confronti delle istituzioni e il malcontento serpeggia tra le masse. In questo clima fumoso, trovano terreno fertile le associazioni e i partiti che, facendosi rappresentanti di questa insoddisfazione, propongono soluzioni semplicistiche ai problemi che affliggono la società.
Nel caso specifico di The Handmaid’s Tale, il gruppo che si fa portavoce di questa inquietudine ha i connotati di una setta di fanatici religiosi di cui fanno parte Serena Joy e suo marito Fred Waterford, futuro comandante e riferimento di June.

Difred, Serena e Fred Waterford
Essi, facendo della Bibbia il fondamento della loro propaganda e il successivo indottrinamento, come fecero il nazismo e il comunismo con il razzismo e la lotta di classe, sovvertono il sistema promettendo di instaurare un nuovo modo di vivere che si rifà ai valori tradizionali e religiosi.
E lo fanno dando una risposta divina e astratta a questa sciagura della natalità che affligge il popolo. Restituendo una calma fittizia, una stabilità, al disordine che loro stessi hanno fomentato. Sedando i casi di ribellione con la violenza o con punizioni che siano d’esempio per tutti. Lasciando passare il messaggio che “solo così si può far rispettare l’ordine”.
«Allora, quando fu irrimediabilmente chiaro che nessuna riforma governativa o economica avrebbe reso il popolo meno miserabile, la religione divenne l’unico strumento di speranza. La verità era nemica del popolo, perché la verità era orribile, pertanto Bokonon si dedicò a fornire al popolo bugie migliori».
(Kurt Vonnegut, “Ghiaccio-nove”)
La Repubblica di Gilead duplica e infiltra personaggi e cariche a loro affini all’interno delle istituzioni. Sceglie i propri medici, avvocati, ministri, giudici, poliziotti, eliminando gli oppositori e piegando alla sua volontà gli altri cittadini tramite la manipolazione e il terrore di ritorsione.
Si trova a questo punto un colpevole esterno, un complotto da smantellare, una punizione divina da cui redimersi, che unifichi. Dinamica che sostiene i totalitarismi che vivono finché sono in moto perpetuo: è necessario avere sempre un oppositore, che nell’ambito religioso trattato da The Handmaid’s Tale, assume i connotati della dubbia moralità, ridefinita all’inizio della repubblica con limiti precisi dallo stato stesso.

June e Moira a Gezabele, il bordello di Gilead
Non si tratta più solo di atti pratici che minano la libertà dell’uomo, ma si va a fiaccare e a mettere in discussione la soggettività etica, individuale e l’identità, cercando di distruggere la relatività unica dei punti di vista, e applicando una schematizzazione fanatica di una dottrina che inneggia al rispetto dei ruoli nella comunità. Sono così ingranaggi all’interno di una catena di montaggio pensata solo per procreare.
All’apice della sua espressione, l’ideologia totalitaria religiosa di The Handmaid’s Tale, mette in luce le incongruenze dell’associazione fra politica e religione, che tenta di decodificare un modo unico e conservatore di vivere la vita.
E questo accade approfittando della ritualità tipica della religione per giungere ai propri scopi egoici di dominazione, giustificando con essa anche le forme più becere del male. Provando a soggiogare la spiritualità, che di fatto, essendo una ricerca che parte dall’interiorità, appartiene inevitabilmente al singolo, che però è nemico della massa.
Lo stato si assume l’incarico di rispondere agli eventi non confrontando la realtà dei fatti con le domande e le eventuali possibilità, ma solo basandosi sui propri principi ideologici. Facendone assolutismi indiscutibili, regole pratiche che trovano la strada spianata nell’ambiente religioso, carico di dogmi e concetti etici e morali da sempre reinterpretati e avulsi dal contesto. Gilead ripropone un sistema medievale che valica il labile confine che appartiene all’intimità della fede, violandolo.
L’ideologia scelta dal totalitarismo è l’unica che risponde a ogni situazione senza il principio del dubbio individuale, ed è condivisa dall’intera popolazione grazie alla paura. Lo stato rappresentato in The Handmaid’s Tale si fa mediatore fra una definizione arcaica di Dio e il popolo.
Così in The Handmaid’s Tale ci si adegua per poter essere un buon cittadino, un buon Comandante, una buona Ancella, una buona Marta, una buona Moglie.
Le donne in questo contesto sono ridotte a mero simbolo di procreazione e sottomissione dagli uomini, dai Comandanti. Gli uomini comuni ridotti a “operai” del sistema. Queste condizioni instaurano un principio di interdipendenza: il regime ha bisogno delle donne per riprodursi, ha bisogno degli uomini per funzionare.
Gli uomini hanno bisogno del regime per agire, le donne hanno bisogno del regime per proteggersi da nemici reali o astratti, inventati dallo stato stesso per sottometterle.

June/Difred al Centro Rosso.
Così le donne fertili, come June, diventano Ancelle. Vengono private del loro nome (“Di-Fred” del suo Comandante) e sottoposte a una rieducazione, pari a un lavaggio del cervello, impartita con punizioni violente, amputazioni esemplari e atti denigratori della dignità. Ma soprattutto, gli viene tolta la possibilità di essere madri dei loro figli.
Questo genera un trauma. Una frattura irreparabile in cui si insinua il sistema: l’allontanamento dagli affetti, dai figli affidati ad altri, le rende vulnerabili e concede un ampio spazio emotivo su cui fare leva per manipolarle. Costringendole a restare in quel luogo o a compiere certe azioni.
Sono così spersonalizzate, impossibilitate dal confronto con la società che definisce l’individuo grazie alle relazioni con l’altro. Sono alienate dalla realtà, re-immerse in una situazione costruita come un luogo “sicuro” e adeguato alle loro nuove prospettive.
Indotte ad accettare qualsiasi tipo di vessazione e a farla loro ideale per una volontà superiore dello stato, di Dio. Per sentirsi riconosciute nel loro unico possibile ruolo in quel contesto, che è fasullo per chi conserva in sé la memoria del mondo prima.
June: «La normalità, diceva Zia Lydia, significa ciò a cui si è abituati, se qualcosa potrà non sembrare normale al momento, dopo un po’ di tempo lo sarà. Diventerà normale».
Nel momento dell’epurazione della popolazione, le donne fertili sono state deportate in centri di detenzione, chiamati il Centro Rosso, simbolo, come le Colonie, di quelli che sono i gulag o i campi di concentramento dei noti totalitarismi. Luoghi per annientare la personalità dell’individuo. Dove la legge è fatta rispettare dalle Zie, i kapò, che riescono a ritrovare un senso della loro esistenza solo adempiendo a quello che il totalitarismo vuole. E in questo caso specifico a quello che viene definito il volere di Dio.

Difred e Zia Lydia
A Gilead non esistono più insegne, riviste, stili architettonici, negozi colorati che non siano identificati in maniera essenziale, come gli abiti, privi di personalità. Tutti questi elementi servono a creare vacuità e spaesamento anche nel luogo.
Per far rispettare questo regime di terrore, Gilead ha la sua polizia segreta: gli Occhi. Infiltrati che sorvegliano anche sui Comandanti. Questa consapevolezza di essere sempre sotto l’occhio vigile di qualcuno che potrebbe denunciarti da un momento all’altro, senza una vera motivazione, provoca l’impossibilità della comunicazione.
Impone l’adempimento a un ruolo che non desti sospetti di alcun tipo. Perciò tutte le caste comunicano tramite frasi fatte: «sotto il suo occhio», «possa il signore schiudere». Formule che isolano gli individui, creando una sorta di nuovo linguaggio che snatura i rapporti. Instaurando un continuo clima di tensione che rende instabile il tessuto sociale e facilmente malleabile la massa.
Janine: «Ciao».
June: «Possa il signore schiudere».
Janine: «Che la Forza sia con te…».
Il potere nella serie è nelle mani dei Comandanti. Si identificano più personalità esecutrici delle volontà totalitariste, gli Angeli, i Custodi, ma si fatica a delineare un vero e proprio responsabile, un’icona, che detti gli ordini. È un’entità lo stato, il referente è un Dio dell’Antico Testamento, che vigila su tutto ed esegue condanne sommarie punitive, giustificate da motivazioni morali e soggettive per ciascun individuo. Rendendo impossibile qualsiasi approccio difensivo.
L’approssimazione di chi dà l’ordine di esecuzione impedisce di identificare una sorta di nemico nello stato, un oppositore. Una figura che rinforzi nel singolo un fattore identitario contrapposto alla definizione di male, che andrebbe a diversificarlo dalla massa. Che se venisse condiviso da più persone, cercherebbe un capro espiatorio non deciso dal regime, per le proprie sofferenze.
Legittimando, come avviene in The Handmaid’s Tale, una falla nel sistema. Creando un precedente a cui ancorarsi per chiunque tenti di emulare le ribellioni. Così inizia a disintegrarsi il totalitarismo, marcisce dall’interno.
Così lo stato, con punizioni per le Ancelle sempre più vicine alla morte, che non può permettersi di uccidere perché sono donne fertili e andrebbe contro la propria assoluta coerenza eliminarle, tenta di sedare le insurrezioni con una violenza sempre più aspra, ma meno efficace a livello psicologico.

Le Ancelle di “The Handmaid’s Tale”
La propaganda e la manipolazione dell’informazione sono elementi ricorrenti nella serie per favorire una presentazione perfetta di Gilead sia all’esterno che all’interno.
Questa complessiva visione deformata della realtà, in cui ogni situazione perde di significato reale e assume il significato che lo stato decide di dargli, si nota prepotentemente in uno degli atti più atroci commessi dai Comandanti nei confronti delle Ancelle: lo stupro, normalizzato come “atto necessario alla prosecuzione della specie”. Travestito da rito, da cerimonia, per renderlo accettabile alla comunità, alle Mogli. Per cui le Ancelle diventano un bene privato a uso delle cariche dello stato.
«L’ideologia totalitaria non mira alla trasformazione delle condizioni esterne dell’esistenza umana né al riassetto rivoluzionario dell’ordinamento sociale, bensì alla trasformazione della natura umana che, così com’è, si oppone al processo totalitario».
(Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo”)
I flashback di June, a questo punto, servono a restituirle un’integrità individuale. La memoria dell’esperienza diventa il contrappeso per rovesciare la finzione creata dal regime.
Scavalcare la cortina fumosa di incomunicabilità di un altro individuo, fidarsi, diventa rischioso in un totalitarismo. Ma è un piccolo atto rivoluzionario in un regime.
June prosegue il suo racconto, rimanendo ancorata alla realtà prendendo l’amore ovunque si nasconda in quel contesto, da Nick, dalle altre persone che nel corso della storia spartiscono pezzetti di solitudine con lei.
Ancella: «Nolite te bastardes carborundorum [non lasciare che i bastardi ti schiaccino]».




