F for Fake di Orson Welles – La verità della menzogna

Mario Crispino

Febbraio 12, 2021

Resta Aggiornato

Con F for Fake Orson Welles tenta di riflettere sul rapporto, a volte ambiguo ma sempre sorprendente, fra la verità e la menzogna. Il campo privilegiato in cui il vero e il falso si rincorrono, si guardano e si fondono è quello dell’arte. F for Fake sarà l’ultimo film di Welles compiuto e uscito nel 1973 mentre il regista è ancora in vita. Ciò lo configura come una specie di testamento in cui si tirano le somme non solo della sua vita (una parte del film è autobiografica) ma dell’arte, del suo sinolo di verità e menzogna.

L’innovazione dell’anti documentario

Welles fu originariamente chiamato per occuparsi dell’editing di un documentario che François Reichenbach stava girando sul leggendario falsario di dipinti ungherese Elmyr de Hory. Man mano che Welles e i suoi collaboratori si occupavano del progetto si aggiungevano sempre più materiali e testimonianze tanto che alla fine il film divenne una creatura del regista di Quarto Potere. Welles decostruì la narrazione aggiungendo temi e suggestioni fino a far diventare il progetto, nelle sue parole, «un nuovo tipo di film, una pura forma, in altre parole, un saggio personale in opposizione al documentario».

La nuova forma è composta da inquadrature veloci, salti temporali, meditazioni fulminee, attimi di sosta alternati a momenti di riflessione, testimonianze dirette e momenti di metacinema. Welles fu molto influenzato dalla rottura dei canoni compiuta un decennio prima dai registi della Nouvelle Vague. Uno su tutti lo stile di Jean-Luc Godard che Welles decise di fare proprio declinando nella forma innovativa del saggio cinematografico.

Il falso attraverso il falso

Durante la produzione del film, che era originariamente incentrato sulla figura di Elmyr de Hory, Welles decise di intervistare lo scrittore americano Clifford Irving, autore della biografia del celebre falsario. A questo punto però si venne a scoprire che lo stesso Irving era in realtà un truffatore quando scoppiò lo scandalo relativo alla sua falsa biografia del miliardario recluso Howard Huges. Paradossalmente Welles si trovò a cercare di raccontare un falsario di dipinti tramite un falsario di biografie. Da ciò emerse quasi naturale una riflessione sul ruolo della menzogna nell’arte.

Elmyr de Hory nel suo laboratorio, F for Fake

La menzogna è necessaria alla verità. Il loro rapporto è aperto e ambiguo. Welles avvisa lo spettatore che tutto ciò che vedrà nella successiva ora è nient’altro che la verità basata su fatti realmente accaduti. Questo proposito entra in rotta di collisione con l’affermazione successiva che, in fondo, il racconto di una storia è sempre una forma di menzogna. Lo spettatore rimane interdetto di fronte alla stessa possibilità contro intuitiva di parlare della verità attraverso la menzogna e viceversa.

«L’arte è una menzogna che ci fa capire la verità».

(Orson Welles, citando Pablo Picasso)

Critica, mercato e verità

F for Fake pone importanti questioni al mondo dell’arte contemporanea. La più urgente e squillante è quella relativa al principio di autorità. Ci deve essere una entità in grado di riconoscere il vero dal falso. Altrimenti il castello di carte crolla. Welles attacca frontalmente il mercato dell’arte e arriva a vedere in questo il principale motore della falsità. I falsi, nell’ottica di Welles, esistono perché c’è richiesta da parte del mercato.

I critici credono di sapere riconoscere un falso da un originale. Si gonfiano il petto e pretendono rispetto in quando possessori di questa capacità che li pone oltre il giudizio dell’uomo comune. Il fatto è che se ormai è assodato che distinguere il vero dal falso è una operazione che sfugge ai cosiddetti esperti, cosa rimane? Welles mette il critico alla berlina. E anzi fa capire che quest’ultimo, l’esperto, è influenzato e soggetto all’abbaglio dell’illusione del vero tanto quando i poveri mortali. Welles getta altra benzina sul fuoco perché, tramite le parole di de Hory, accusa i critici di essere complici dei falsari. Un falso, infatti, se rimane appeso in un museo per un tempo sufficiente, diventa un’opera vera.

Orson Welles, F for Fake

Ars gratia artis

Welles arriva alle conseguenze ultime dell’ossessione per il problema dell’autenticità. La soluzione non è semplice. Il regista si ferma è si abbandona alla riflessione cardine di questo personale saggio cinematografico.

«Le nostre opere nella pietra, sulla tela o nella stampa, di rado vengono risparmiate per qualche decennio, o per un millennio o due, ma alla fine ogni cosa viene annullata dalla guerra, o si cancella nell’ineluttabile cenere universale. Trionfi e inganni, tesori e falsi. È la realtà della vita: dobbiamo morire. Ma siate allegri: dal passato vivente ci giungono le grida degli artisti morti, tutte le nostre canzoni verranno messe a tacere, ma cosa importa? Continuiamo a cantare. Forse il nome di un uomo non è poi così importante».

(Orson Welles)

Il risultato va nella direzione di una sorta di rinascita dello spirito dell’artista che non si abbandona a un facile nichilismo. Egli, invece, risulta quasi non curante del pericolo dell’oblio ma anzi abbraccia questa possibilità e se ne bea. Del resto, ciò che importa è l’arte stessa: ars gratia artis. Davanti allo scorrere del tempo, al passaggio fugace dei sovrani e degli imperi, di tutto ciò che è stato e che sarà, che importanza ha il nome di un uomo? Nessuna se continuiamo a fare arte.

Leggi anche: Quarto Potere – La vacuità della realtà svelata dall’arte

Correlati
Share This