Malcolm è un giovane regista che si sta facendo strada nel complesso mondo del cinema, ha una relazione da cinque anni con Marie, un’aspirante attrice che però non ci ha mai creduto fino in fondo, anche alla luce di un passato problematico, sospeso tra depressione e tossicodipendenza.
Dopo il successo del film di Malcom, destinato ad essere catapultato tra i nomi più promettenti del cinema americano, la coppia torna nella splendida casa che la produzione aveva affittato per loro. Nel discorso di presentazione prima della proiezione, però, Malcolm non ha incluso Marie nella lunga lista dei suoi ringraziamenti, nonostante la protagonista del suo film sia fortemente ispirata proprio alla sua fidanzata.
Da qui si scatena un litigio immenso, sfibrante, e che si nutre costantemente di se stesso, ingigantendosi oltre le dimensioni che la coppia è in grado di sopportare. I due provano più volte a metterci una pezza, a chiarire, a strapparsi una risata a vicenda, ma talvolta la rabbia sa essere più cieca dell’amore, e dal confronto si passa ai rimproveri, ai dispetti, poi all’umiliazione, fino alle tenebre degli abusi psicologici e dei ricatti mentali.
Malcolm & Marie (2021) di Sam Levinson è tutto qui, se parliamo di sinossi. Essendo il primo film a essere stato realizzato e concluso dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19, si svolge in una sola location, elegante come lo splendido bianco e nero fotografato da Marcell Rév, che gioca più sulle scale di grigi che sui contrasti, e che in combinazione con la buona regia di Levinson rende il film visivamente accattivante, talvolta ai limiti della seduzione.
Se l’opera è in apparenza così semplice, così lineare e scorrevole, perché allora è così complesso parlarne?

Malcolm & Marie (2021), Sam Levinson.
Partiamo da alcune rapide premesse: Malcolm & Marie è un bel film, questo è difficile da negare. John David Washington e Zandaya sfoderano entrambi la miglior interpretazione in carriera, i due vengono sapientemente diretti da un Sam Levinson che di certo fa trasparire la propria bravura nella direzione degli attori, ma che sorprende anche in alcune scelte tecniche: una location, una notte, due attori; ma non solo, la macchina da presa viene collocata quasi sempre perfettamente negli spazi, in modo da attivare fin da subito una dialettica dentro/fuori che si rivela preziosa per tutta la semantica in cui il film è calato.
Qualche azzardato movimento di macchina e un eccessivo abuso dell’espressività dei primi piani forse tendono a spettacolarizzare troppo la sofferenza dei partner in qualche passaggio, ma nella sua totalità il film è indubbiamente godibile, si prende i giusti momenti per le grida, per le coccole, per i silenzi e per l’isteria.
Il litigio è verosimile sia nei toni che nelle motivazioni, traspaiono dinamiche infantili, gelosie e acredini che possono essere proprie delle coppie che attraversano periodi complessi. Certo, è un film che può risultare ripetitivo, soprattutto se aggiungiamo che più il litigio va avanti, più le ragioni dei due sembrano solamente un pretesto per continuare a fare la guerra.
Tuttavia, la vicenda attorno alla quale si articola il film non è affatto scontata. Possiamo approfondire le cause profonde della crisi tra Malcolm e Marie senza per forza essere portati a schierarci per uno o per l’altra, per l’uomo energico e sensibile ma talvolta egocentrico e ottuso, o per la ragazza rassicurante e tutta d’un pezzo, ma che cela in sé uno snervante masochismo che la porta a essere al contempo vittima e artefice delle proprie macchinazioni.

Malcolm & Marie (2021), Sam Levinson.
Questa sarebbe una valutazione sommaria di un film che, se avesse contenuto unicamente questi eventi e tematiche, sarebbe stato rivolto a un solo pubblico, prettamente generalista, che ne avrebbe probabilmente tessuto le lodi più o meno all’unanimità. Levinson non si priva di questo: se lo spettatore è un fruitore del cinema per ciò per cui è nato, intrattenimento e narrazione, allora questi può affezionarsi o meno ai protagonisti, alla loro relazione e al loro litigio; da qui deriverà il responso in termini di gradimento del film, che può piacere o meno.
Il discorso cambia clamorosamente nel momento in cui Levinson decide di inserire una serie di considerazioni sul cinema e sulla critica che Malcolm riporta sullo schermo nelle veci dell’autore. Queste sezioni del film, che non sono di certo né brevi né poco dettagliate, sono soprattutto dirette a un pubblico specializzato, e sollevano questioni spinose e dilemmi centrali nel dibattito tra analisti, storici del cinema, critici, registi e sceneggiatori.
Tutto parte nel momento in cui Malcolm legge la prima recensione pubblicata sul suo film, un articolo positivo, in cui addirittura spunta la parola “capolavoro”, ma che contiene un’analisi secondo lui erronea del suo film, fatto che porta il regista a massacrare la stessa recensione, in barba alle considerazioni positive.
Qui iniziano dei discorsi metafilmici nei quali Levinson esprime un punto di vista autoriale e teorico assolutamente distorto, del quale il film, peraltro, non si prende minimamente la responsabilità. Attraverso il personaggio di Malcolm, Levinson attacca la critica riaprendo una vecchia ferita, ovvero una recensione di Assassination Nation nella quale il film fu, secondo il regista, iper-interpretato e stravolto nel suo contenuto, poiché riempito di considerazioni su questioni sociali da parte della critica che poco avevano a che vedere con il film.
Se da una parte, ad esempio, è sacrosanto il discorso per cui un film non è per forza femminista solo perché girato da una donna o manifesto della comunità black solo perché girato da un regista afroamericano, dall’altra il discorso si allarga a macchia d’olio martoriando critici e analisti con alcune considerazioni quantomeno grossolane, per utilizzare un eufemismo.

Malcolm & Marie (2021), Sam Levinson.
Innanzitutto, il personaggio di Malcolm pretende che il film venga analizzato per ciò che è, e non che vengano aggiunte interpretazioni sociali forzate. Questo è un appello ampiamente condivisibile, ma non semplice da rispettare, perché appiattendo le interpretazioni alla mera vicenda del film, alla lunga si rischia di non cercare più elementi extra testuali. Con un giusto bilanciamento, però, si potrebbero evitare certe derive perbeniste che vedono un continuo richiamo alle minoranze e alle battaglie sociali, questo è indubbio.
Quale bilanciamento però? Perché, usando la terminologia di Umberto Eco, tra l’interpretazione di un film – nella quale il testo viene analizzato in maniera giustificata – e l’uso – ovvero una lettura capziosa e tendenziosa – il limite è davvero labile. Senza contare che talvolta un autore riversa inconsciamente delle tematiche e dei valori che ha passivamente incamerato prima e durante la stesura dell’opera. È ruolo di un buon analista riconoscerli, grazie a delle metodologie solide che portino a una lettura globale del testo filmico.
In più, nei discorsi dedicati alla critica, Malcolm inizialmente invita a non giudicare il film dall’identità del regista; ma poi sottende che l’interpretazione corretta della vicenda risiede nell’intenzione che l’autore aveva quando l’ha girato. E questa, francamente, è un’atrocità.

Malcolm & Marie (2021), Sam Levinson.
Senza perderci in voli teorici, facciamo due semplici esempi. Quando Frank Darabont girò Il Miglio Verde (1999), il suo obiettivo non era di certo quello di inserire lo stereotipo che Spike Lee ha ribattezzato magical negro, ovvero quel personaggio nero dal passato sconosciuto e con poteri mistici, che però non fa altro che aiutare i bianchi, essendone così a loro servizio. Darabont non aveva quell’intenzione, ma in qualche modo il film perpetra, molto elegantemente, uno stereotipo vagamente razzista.
Quando Romero girò La notte dei morti viventi (1968), invece, la sua intenzione era anche quella di sviluppare uno zombie movie che però mostrasse in modo più o meno implicito la condizione di un afroamericano negli Stati Uniti dell’epoca. Nonostante la volontà dei due registi, è di certo più semplice individuare il magical negro in Darabont che i riferimenti al razzismo in Romero. La loro intenzione autoriale ha rilievo storico, ma non ha alcun valore analitico, conta ciò che il film comunica nel momento della fruizione, nell’intenzione unicamente intrinseca all’opera e non a chi l’ha girata.
Inoltre, va benissimo staccare autore e opera, ma non va bene staccare l’opera dal contesto geostorico. Quando si decide di girare un film popolato da persone appartenenti a un certo gruppo sociale, si deve accettare che certi discorsi inerenti a tale gruppo vengano coinvolti nell’analisi.
Dire «volevo girare solo un film sulle difficoltà di una persona» è un’affermazione parziale, nonché codarda. I film “solo su“ non esistono, perché nella forma mentis umana è molto complesso pensare “solo a“. Non si ragiona a compartimenti stagni, è difficile districarsi tra le infinite connessioni tra temi e concetti della nostra enciclopedia. Se addirittura Mad Max: Fury Road riesce a non essere un film solo sulla fuga di un manipolo di ribelli, è francamente incomprensibile come Levinson possa avere questa pretesa. Senza contare la richiesta di un giudizio (qualcosa che quindi per sua natura è figlio di un punto di vista) che sia oggettivo, però invocato da un’invettiva marcatamente parziale, egoriferita e incurante dell’importanza culturale che può assumere l’interpretazione delle opere artistiche.
Quello che però più di tutto lascia perplessi è questo, e mi rivolgo direttamente a Levinson: Sam, giustamente pretendi che i tuoi film siano analizzati non grossolanamente, distaccando temi e personaggi dalla tua persona. Allora perché addossi totalmente il tuo punto di vista a un personaggio? Perché parli senza freni attraverso di lui? Questo non ci porta ancora a legare il personaggio e il film alla tua persona? Questo è un controsenso che mai troverà risposta.

Malcolm & Marie (2021), Sam Levinson.
Insomma, si può attaccare una singola recensione, ma attaccare l’intera critica e un tentativo di analisi è un atto di megalomania inspiegabile, che in parte rovina un film con ottime premesse. È stimolante l’idea della coppia che litiga una notte intera cadendo nelle tenebre sempre più oscure di un distacco che non sembra conoscere soluzione.
L’attacco diretto, prolungato e ottuso a una certa critica e all’analisi filmica, quello davvero c’entra poco. Da una parte entra in conflitto con i giudizi affrettati della critica cinematografica, ma sfocia poi in una sequela di considerazioni sul cinema e sulla metodologia che stroncano il pathos del litigio, per poi farlo ricominciare dall’inizio. Quest’ultimo aspetto fa sì che il ritmo del film sia più piatto di quanto dovrebbe essere, ma questo può anche risultare un vantaggio.
Ciò che ne risulta è un film comunque piacevole e appassionante se si parla dei due protagonisti, e forse ci si sarebbe dovuti dedicare totalmente a loro, perché per più di 100 minuti stimolano interesse. Le tensioni, le vecchie acredini, ma anche il profondo amore che unisce i due ragazzi potevano forse essere sufficienti.
È davvero pretestuoso il momento in cui Levinson accampa considerazioni sull’interpretazione dei film. Così come guardare molti film non rende automaticamente un regista, anche essere un regista non rende automaticamente un teorico. Gli assalti alla critica e al mondo del cinema sono talmente visibili e presenti, soprattutto agli occhi di chi quest’arte la studia e la crea, da fagocitare anche una buona fetta di ciò che nel film c’è di buono, proprio come in questo articolo.
Inoltre, a differenza di film come Birdman (2014) e Adaptation. (2002), Malcolm & Marie nella sua pretenziosità non riesce formalmente a sobbarcarsi le critiche che lancia al mondo del cinema e della critica. Tanto che, dopo infiniti sforzi, mi trovo a parlare di un’opera con due facce: ben impacchettata, splendidamente recitata, un’ottima idea; ma è anche un film che si è impegnato e politicizzato senza un apparente senso, parecchio autoreferenziale. Talvolta sarebbe potuto uscire di più da se stesso anziché continuare a insistere su certe soluzioni che connotano mancanza di idee e un’autorialità non genuina.




