Le onde del destino (1996) è il primo dei film che dà il via alla cosiddetta “trilogia del cuore d’oro”. È un film nel quale gli elementi caratteristici della narrativa di Lars Von Trier emergono con preponderanza, mettendoci al cospetto di quell’angoscia e di quell’indecifrabilità che contraddistinguono le opere del regista danese.
Siamo sulle coste della Scozia, in una cittadina ammantata di un’atmosfera religiosa ai limiti del puritano. La protagonista di questo film, Bess – una giovane ragazza che conserva tutte le caratteristiche di un’ingenua e irrequieta adolescente – si destreggia tra la morale religiosa, imposta da una società che la prescinde, e il suo funzionamento mentale, radicato evidentemente in un equilibrio instabile.

Le onde del destino (1996) – Bess e Jan si sposano
La narrazione prende il via con il primo degli otto capitoli che compongono la pellicola, capitolo in cui Bess sposa Jan, un operaio forestiero ateo, ma magnanimo, non ben visto dalla comunità e dalla famiglia alla quale Bess appartiene. Tuttavia, durante il matrimonio Bess è felice, sorridente e piena della gioia di una realizzazione sentimentale che, solo successivamente, si sgretolerà di fronte agli eventi che la vita le presenterà.
Già in questa prima fase del film si vede come l’elemento sessuale faccia da sfondo a una narrazione che del sesso vuole rimandare l’aspetto più perverso e controverso. Se in una prima fase, infatti, il sesso è ciò che unisce Bess e Jan, successivamente si trasformerà in ciò che con più crudeltà li separerà.
I due passano le prime fasi del loro matrimonio a conoscersi sessualmente: per Bess questo è il momento di un’iniziazione che la strapperà da quella coltre di innocenza che aveva avvolto la sua esistenza fino ad allora.
A questo punto del film si può riconoscere il disagio psichico di questa giovane donna, la quale – fedele alla sua educazione religiosa – si dirige in chiesa a pregare un Dio che le risponde sotto forma della sua stessa voce: Bess parla da sola con Dio, come Dio si risponde.
Questo aspetto del suo funzionamento mentale, che la vede a un tempo interlocutrice di Dio e di sé stessa, consente di cogliere la portata di una personalità al limite della scissione schizoide; questo elemento è qualcosa che sancisce una nota dissonante nel regolare corso di una religiosità che, qui, invece, fa acqua da tutte le parti.
La voce di Dio, che ella stessa incarna, si fa voce di quell’imperativo morale, giudicante e severo, che in termini psicoanalitici potremmo intendere come l’aspetto più pernicioso del suo Super-Io.
Bess ringrazia Dio per l’amore di Jan, ma sin dalle prime battute con “Lui” si può intravedere l’ombra di una specie di maledizione, di un qualcosa che andrà contro quella grazia che Dio sembra averle concesso. Nella voce di Dio incarnata da Bess, difatti, si scorge la minaccia della fine della gioia o, per meglio dire, della sottrazione di quel dono d’amore che Dio sarà pronto a toglierle se lei non si comporterà in modo giusto.

Bess ne Le onde del destino
È nella confusione di questo modo giusto di comportarsi che Bess si perde.
Quando suo marito dovrà partire per lavoro su una piattaforma petrolifera, lasciandola per un periodo di tempo sola, senza la sua confortante presenza, l’equilibrio psichico di Bess inizierà a incrinarsi: si denota, a questo punto del film, un’angoscia di separazione molto profonda nella protagonista, un tratto morboso della sua dipendenza sentimentale che la porterà a esprimere il suo amore in una forma in qualche modo patologica, ai limiti del naturale.
La cognata e amica di Bess commenterà così il suo stato:
Dodo: «Non ci sta con la testa!».
Jan: «No, è che vuole tutto».
Così Bess inizia a vivere nell’attesa del ritorno di Jan, si accontenta nel frattempo di qualche telefonata con lui nella quale i due si dicono a vicenda quanto si mancano, quanto si vorrebbero vicini, anche sessualmente. Proprio lì, mentre Bess è colta in un profondo stato di angoscia separativa, Jan subirà un incidente sul lavoro e da allora in poi sarà costretto immobile su un letto d’ospedale.
Ulteriore momento d’incrinatura dell’equilibrio psichico di Bess è non solo l’incidente di Jan, ma il fatto che quest’ultimo le proporrà di stare con qualcun altro, di trovarsi un amante, al fine di fargli rivivere – attraverso i racconti – quei rapporti sessuali che i due non possono più intrattenere per la condizione fisica nella quale lui ormai riversa.
Bess è inizialmente diffidente rispetto alle richieste del marito, ma piano piano si sottometterà totalmente al suo volere cercando delle relazioni sessuali fugaci con uomini sconosciuti. Rapporti che poi rivelerà a suo marito, il quale, come unica risposta possibile al dramma della sua paralisi, inizierà a comportarsi come un voyeur che gode perversamente dei racconti sessuali della moglie.
Dodo: «Lei per te farebbe tutto Jan. Non gliene importa niente di sé stessa. Per te farebbe tutto, e soltanto per farti sorridere».
Bess inizia allora a stare sessualmente con degli sconosciuti perché crede che, così facendo, farà in realtà l’amore con il marito; e pensa anche che, compiacendo i suoi desideri, lo salverà dalla morte.
La potenza dell’immaginario, che fa degli atti della protagonista i responsabili degli esiti del destino, è quanto di più distante dalla realtà noi possiamo rintracciare in questo film: se il destino è fatto di onde, come suggerisce il titolo, quest’ultimo è come una forza naturale che non può essere veramente controllata. Ed è proprio nel tentativo di controllo di qualcosa che sfugge totalmente all’essere umano che si concretizza la psicosi di Bess, ma – più in generale – l’afflato spiazzante di questa narrazione.

Bess mentre accarezza Jan, ormai paralizzato in un letto d’ospedale
Il capitolo settimo de Le onde del destino, quello denominato “Il sacrificio di Bess”, sigilla poi il momento della perdizione della protagonista.
Per la sua condotta sessuale amorale, della cui esistenza tutti iniziano pian piano a venire a conoscenza, Bess verrà cacciata dalla comunità sessuofobica alla quale appartiene. È da questo momento in poi che tutto il masochismo che cova dentro di sé esplode: la colpa di non condurre una vita retta, e cioè – nella sua mente – di non fare di tutto per salvare il marito, la condurrà ancor di più verso il pericolo di esporsi a ciò che la danneggia.
A questo proposito emblematica è la scena nella quale, dopo aver saputo che il dottor Richardson (Richardson è anche il dottore che cura il marito, un personaggio empatico, che prende a cuore le sorti di Bess e i suoi atteggiamenti sregolati) ha richiesto, per curarla, il suo internamento in una clinica psichiatrica, Bess, per salvare la vita del marito, come ultimo atto disperato, andrà a concedersi a dei malviventi che la “stupreranno” con dolo, fino a farle perdere la vita. È però – e qui Von Trier assiste il misticismo della narrazione – questo atto di sacrificio che salverà paradossalmente Jan dalla morte.
Chiosa de Le onde del destino: quando Jan porterà con sé, su una nave, il corpo della moglie, per gettarlo alle onde del mare, dopo poco nel cielo si sentiranno suonare quelle campane che, nella chiesa nella quale Bess e Jan si sono sposati, non c’erano. Potrebbe dunque essere il simbolo di quella purificazione catartica che lungo tutto il film Bess cerca e non trova.
Ora, sicuramente è preponderante, in questo film, un immaginario potente, in cui la relazione tra ciò che accade e ciò che Bess fa o pensa sembra essere intima. Ma ben più evidente risalta la volontà di Von Trier di mettere in scena una donna capace di gratificare totalmente i desideri del suo uomo. Fino, però, a perdere sé stessa.
È come se Von Trier prendesse un arcaico retaggio culturale occidentale – che fa della donna colei che deve semplicemente compiacere il suo uomo – e mettesse alla prova Bess, chiedendole di farci vedere fino a che punto è disposta a concedersi al desiderio del marito per dimostrare di amarlo.
Ma qui sta anche l’elemento più anti-puritano della narrazione de Le onde del destino, in cui il progressivo concedersi al volere del suo uomo conduce Bess a sporcarsi sempre di più, facendola diventare quasi una prostituta.
Nel gioco tra disgusto e accondiscendenza, lì c’è Bess: gracilità esistenziale materializzata in un corpo di donna che si fa veicolo e mezzo di una perdizione prima cognitiva, poi emotiva e soltanto infine morale. Se è nella sua ingenua bontà che Von Trier ci racconta Bess, è poi con l’asprezza di un mondo che non la comprende che ella è condannata a scontrarsi, con una madre che non le apre la porta quando lei è lì, fuori casa, a bussarle disperatamente, con una comunità che la rifiuta, con un medico che vuole aiutarla, ma che non ci riesce, e con un destino, alla fine, che le sfugge da tutte le parti.
C’è in questo film un’impalcatura narrativa che riecheggia le sfumature della storia de Il cielo è dei violenti di Flannery O’ Connor. Non fosse per il fatto che, in modi analoghi seppur diversi, dimostra come qualsiasi tipo di indottrinamento, sia esso religioso (in O’ Connor) o emotivo (in Von Trier), possa deviare il percorso di un pensiero che riesce a farsi cosciente di sé stesso e consapevole di ciò che sta agendo.
Decontestualizzando un passo dal libro della O’ Connor, la solitudine di Bess – che è la solitudine delle anime fragili – può essere colta parallelamente a quella del protagonista del libro, Tarwater, al quale vengono rivolte, a un certo punto, queste parole:
«Tu credi che il Signore ti abbia teso una trappola. Nessuna, tranne quella che tu hai teso a te stesso. Il Signore non pensa a te, non sa nemmeno che esisti, e se anche lo sapesse non cambierebbe niente. Sei solo al mondo, hai solo te stesso a cui chiedere, da ringraziare o da giudicare; sei solo con te stesso».
(Flannery O’ Connor, “Il cielo è dei violenti”)
In fondo è proprio questo uno dei nodi strutturali dell’esistenza di Bess: nel suo avere un “cuore d’oro”, nel suo essere vittima di una bontà ai confini dell’ingenuo, è totalmente priva di consapevolezza del ruolo che lei stessa gioca nella sua vita.
Allora quale sarebbe stata la salvezza possibile per questa donna? Cosa significa assecondare i desideri di qualcuno se farlo vuol dire perdersi, farsi del male? E – più in generale – come si infrangono su di noi le onde del destino?
In cielo, ora, il suono delle campane.




