Raya e l’Ultimo Drago – L’ultima fatica Disney merita la visione?

Davide Capobianco

Marzo 20, 2021

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Raya e l’ultimo drago ha fatto il suo debutto su Disney+ in accesso Vip il 5 Marzo 2021. Il film d’animazione diretto da Don Hall e Carlos López Estrada narra dell’intrepida Raya, guerriera solitaria in missione per trovare l’ultimo leggendario drago e riunire i regni e le popolazioni divisi da tempo. Quando le forze del male giunsero a minacciare il regno, infatti, i draghi si sacrificarono per salvare l’umanità. Dopo 500 anni, quelle stesse forze maligne sono tornate.

La pellicola, dunque, parte da tradizionali e semplici presupposti tipici del canone Disney, tuttavia si avvale di espedienti narrativi e dettagli nella caratterizzazione dei personaggi degni di nota. Un plauso, però, va sicuramente all’impostazione visiva, all’animazione e all’uso dei colori che questo film esibisce.

Raya

Raya, volto oscurato, in una foresta innevata

Assistiamo a un tripudio di panorami e suggestioni dal sapore orientale, si respira la pioggia tra i bambù e la freschezza dei fior di ciliegio. Il film è un viaggio tra avvolgenti città lontane e misteri di un’antico retaggio di luce e oscurità. Coreografie animate meravigliosamente dipingono poetici scontri tra Raya e i suoi avversari, così come è unico lo spettacolo offerto dalla danza del drago, distinta da colori sinfonici e movenze di saggezza.

Raya e l’ultimo drago è visivamente ineccepibile, ogni frame della pellicola è una freccia scoccata con grazia e precisione.

Questo accresce, altresì, il dispiacere di non poter guardare questo film al cinema. La magia della sala e di un impianto surround avrebbero davvero reso giustizia alla magniloquenza espressiva di Raya. Invece, il prezzo del Vip Pass della piattaforma Disney potrebbe scoraggiarne, tristemente, la visione (suggeriamo, qualora non si voglia aspettare Luglio per la pubblicazione ordinaria su Disney+, di trovare gente con cui dividere il prezzo).

Raya

Raya in una scena del film

Una protagonista in cui (non) identificarsi

Raya è quello che sarebbe dovuto essere il Mulan del 2020. Vi rimandiamo alla nostra recensione per capire cosa andò storto allora e cosa, invece, Raya ha centrato in pieno. Una ragazza guerriera, intrepida, una combattente a sangue freddo: forte non perché nata sotto una buona stella, ma per via di un duro allenamento, volontà draconica e di un’elegante destrezza.

Tuttavia, il punto non è solo dimostrare che le ragazze non sono da meno, ma che sono al pari, esseri umani allo stesso modo, con pregi e difetti, forze e debolezze. Un equilibrio.
In Hellboy di Guillelmo del Toro si diceva che «le persone ci piacciono per le loro qualità, ma le amiamo per i loro difetti».

Il pubblico si è affezionato a Elsa, un’elegante e mansueta principessa, per il suo doversi confrontare con il proprio potere, le sue doti “mostruose” e, inoltre, il fardello dell’essere erede al trono. Moana era decisamente troppo avventata, anche nella sua speranza, ma sempre con animo puro.

Raya

Raya e Namari in una foresta innevata

Raya, invece, ha difetti assai più palesi dei pregi, un animo spigoloso e pungente non per via dei suoi poteri (di fatti, non ne ha), ma semplicemente per la sua esperienza di vita. È sfacciata, arrogante, insopportabile a tratti, ma questo non fa che renderla un personaggio autentico, umano. Non deve confrontarsi con una forza soprannaturale, non deve redimere un’antica divinità, dovrebbe solo avere fiducia negli esseri umani. Però non ci riesce, è stata tradita, brama vendetta: per certi versi, non è un’eroina. Raya potrebbe, ad alcuni, risultare antipatica, ma il punto è che si avvicina proprio alle persone più comuni con le sue mancanze.

Il film, inoltre, presenta anche una villain degna di tal nome, da cui pure Raya non si discosta. Le due si intersecano come lo Yin e lo Yang, si scontrano in danze marziali, compongono melodie d’acciaio che affilano i loro animi i quali, nel mentre, cercano disperatamente la dolcezza e la serenità di tempi ormai remoti.

Un western orientale

Gli avversari di Raya sono spiriti oscuri nati dal sentimento di discordia dell’umanità; queste creature colpiscono in una maniera singolare, ovvero pietrificando l’organismo che attraversano, che sia drago o uomo. Una punizione crudele, non tanto per la vittima, ma per coloro che rimangono in vita, spettatori inermi di involucri inanimati poiché svuotati dei motori primigeni dell’animo: odio e amore.

Raya, quindi, è un cavaliere errante in deserti vuoti, ma anche vasti, come il cuore di donne e uomini, in cui è facile essere annientati. Una guardiana, più che una principessa, alla ricerca non di un tesoro, ma di una redenzione, non solo per l’umanità, ma anche per sé stessa.

Vi è, infatti, una scena alquanto interessante, di cui non faremo spoiler, che getta decisamente fango sulla protagonista. La rende colpevole non meno dei suoi antagonisti. Dei draghi le manca la saggezza, l’armonia che tipicamente portavano alla terra nella cultura orientale. I draghi esistevano se negli esseri umani vi era concordia e unione.

Raya e l’ultimo Drago, Sisu

Raya è ciò che ogni buon personaggio dovrebbe essere a prescindere dal sesso: fallibile. Perché l’errore è la costante dell’umano, ciò che lo rende autentico. Poi, da quell’imperfezione vi è la partenza per la ricerca di un senso al dolore, che sia di una perdita o di una disfatta. Nuovamente, non faremo spoiler, ma vi sono temi ricorrenti all’interno del racconto.

Vendetta e redenzione, questi sono i temi che la pellicola eredita dal western. Il film, in realtà, è decisamente più rapido (a volte anche troppo) nella narrazione, ma c’è una grazia nella sua scrittura. Raya e l’ultimo drago parla di fiducia e di comunità, senza banalizzarne i concetti.

Non siamo di fronte a un capolavoro, ma sicuramente a una sincera e suggestiva esperienza, una storia degna di essere raccontata. Raya e l’ultimo drago è una fiaba imperfetta, come la sua protagonista, con un finale dei più classici, ma con una forte variante: Raya non è che un tramite, non è una salvatrice definita dall’animo puro. Per il resto, non resta che stare a guardare il cinquantanovesimo classico Disney.

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