Il filo nascosto – L’estetica di Paul Thomas Anderson

Maura D'Amato

Aprile 27, 2021

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Scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto ci porta a Londra, anni Cinquanta. Lo stilista Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) dirige insieme a sua sorella Cyril la celebre casa di moda House of Woodcock. Famoso marchio di stile ed eleganza dell’alta società britannica, richiesto da reali, stelle del cinema e nobildonne. Il protagonista appare subito noto per il suo grande talento nel campo nell’alta sartoria. Ma al talento, si accompagna a un carattere maniacale che lo porta a voler tenere sotto controllo ogni aspetto della propria vita in maniera ossessivamente precisa.

Il film è un ritratto di uno stilista senza concessioni, devoto alla sua arte, estremista nel proprio lavoro, purista dell’arte e perfezionista in ogni singola attività. Perfetto in termini di geometrie e atmosfere quanto in termini di ambiguità e sfumature. Il regista infatti, oltre a regalarci una bella storia, ci regala un vero e proprio viaggio nell’estetismo.

L’estetica è quel “filo nascosto” che unisce tutto ciò che c’è all’interno del film. La si trova nella scelta dei colori, nella lunghezza delle maniche, nella ricerca e nell’intuizione del modello ideale. La si trova nelle riprese, nelle inquadrature dell’atelier e di quegli ambienti così ampi e pittoreschi. Ogni frame sembra un’opera d’arte esposta in un museo. Ma soprattutto, la si trova in Woodcock, che è una vittima dell’estetica, del bello fine a se stesso.

La sua vita scorre sempre uguale scandita da orli, trine, pizzi e velluti. È ossessionato dalla perfezione e dalla bellezza delle sue creazioni. Fino a quando in una locanda incontra una cameriera: Alma. La vuole. Per Woodcock è l’ennesimo trofeo da aggiungere alla sua vetrina. Infatti non se ne innamora, ma desidera trasformarla in Musa, in un manichino per i suoi abiti, in un boccone da divorare per soddisfare la sua fame. Deve diventare una sua creatura, bella quanto un suo abito.

Ma ben presto, la sua vita fino a quel momento “cucita su misura”, controllata e pianificata, sarà stravolta. Si da il via ad una serie di guerre e pace tra i due protagonisti. L’equilibrio che caratterizza Woodcock è perturbato. Vengono fuori le sue debolezze, quelle che caratterizzano la vita di ogni individuo. Dietro quel volto così duro e quelle mani che affondano continuamento l’ago nelle stoffe in maniera precisa e impeccabile, c’è un essere umano. E anche qui, Paul Thomas Anderson riporta lo spettatore in una sorta di viaggio nelle sottigliezze dell’estetica. Perché c’è del bello nel constatare che anche le persone più schematiche e macchinose, nascondono un animo che ha delle fragilità. Un animo che può crollare da un momento all’altro quando non si ha più il controllo della propria vita e delle proprie azioni.

Ma in una relazione dominata dai contrasti, qual è l’ingrediente segreto capace di tenere insieme due persone? Quale è quel filo nascosto capace di legare in modo così imprevedibile ciò che invece sembra destinato a non durare per sempre? Il film di Paul Thomas Anderson rimane sospeso, sempre in bilico su questo crinale dove ci sembra di osservare i due personaggi principali in costante duello.

Ed è qui che il regista affonda proponendo la sua estetica, descrivendo con la classe che lo contraddistingue, la storia di un intreccio amoroso oltre che un intreccio di trame e di stoffe. Queste tracce sono invisibili da cogliere, sono pensieri ricamati e cuciti nelle pieghe, negli orli, nei risvolti, fili che vengono uniti per sempre dagli aghi che entrano ed escono dal tessuto. Piccole parole ricamate negli eleganti abiti, nascoste dentro una piega o una fodera, nelle quali ci si può mettere qualsiasi cosa, che resterà invisibile ed eterna, come l’amore tra Reynolds e Alma, come quel filo nascosto che li ha legati l’uno all’altra. 

Paul Thomas Anderson si dimostra un esteta, tanto quanto il personaggio che porta in scena tramite il talentuoso Daniel Day-Lewis. Sfrutta l’alta moda e la rinchiude tutta nell’atelier del perfezionista Reynolds Woodcock, calcando il controllo ossessivo dell’artista e raccontandone la natura attraverso la sfarzosità dei suoi abiti. Eleganti, lussuosi, ricercati nel dettaglio e con segreti nascosti nelle rispettive fodere. Gli abiti dello stilista sono frutto dell’irrequietezza esistenziale del loro creatore che va a confluire poi nelle sue opere, diventando quest’ultime manifestazione del suo bisogno del bello. Una necessità della meraviglia in cui vedersi e fare in modo di venire riflessi.

La pellicola risulta quindi un percorso fatto di tappe che portano a incanalare le manie del personaggio di Woodcock nella cornice di un atelier di cui Paul Thomas Anderson è il direttore di una bellissima e coloratissima orchestra.

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