Il Divin Codino – Anche gli Dèi versano lacrime

Edoardo Wasescha

Maggio 31, 2021

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Parliamoci chiaro sin da subito: chi si aspettava un film su Roberto Baggio il calciatore divino rimarrà deluso. Questo è un film su Roberto Baggio l’uomo umano, con le fragilità, le insicurezze e i sogni infranti che questa condizione d’esistenza comporta. Forse non si possono scindere i due aspetti, indissolubilmente legati nella leggenda che è stato, ed è tuttora, il Divin Codino. Certo, ma ciò non significa che non si possa dar luce in modo più intenso all’immagine umana, affinché ci si ricordi che anche gli dèi versano lacrime.

Il Divin Codino (2021), opera della regista Letizia Lamartire, non ricostruisce minuziosamente la carriera del fantasista veneto, né ha l’ambizione di farlo, considerando anche la durata della pellicola. In fin dei conti, ci sono fior di documentari che affrontano una simile ricostruzione – la collezione in 10 DVD Io che sarò Roberto Baggio (2010), primo fra tutti.

Il cinema, invero, è una forma di rappresentazione della realtà, ma il senso di ciò che ci circonda non si esaurisce con la messa in scena di ciò che la compone. Scavando nell’anima, e usando la storia – la vera storia – non tanto come dipinto quanto piuttosto come cornice, si ha la possibilità di ammirare le pennellate di tormento e rabbia che non sempre sono state evidenti come quelle lasciate dal successo e dalla gloria, dal tratto sicuramente più marcato.

Il Divin Codino, questo quadro, riesce infatti nell’impresa di mostrarlo da una differente angolazione, che non esclude le altre prospettive, ma semmai le completa.

Il Divin Codino

Primo piano su Roberto Baggio, interpretato da Andrea Arcangeli

Il leitmotiv che trascina la costruzione degli altri rapporti personali, in particolare quelli con gli allenatori, è sicuramene rintracciabile nella conflittualità che Roby ha, sin da ragazzo, con il padre, risolta soltanto sul finire del film. Per gran parte della propria vita, il calciatore ha cercato approvazione dal padre Florindo Baggio, ottimamente interpretato da Andrea Pennacchi, ricevendo in cambio (finta) indifferenza, figlia di un carattere burbero e scorbutico, firma di un uomo d’altri tempi.

D’altronde è questo che Roberto ha sempre cercato nel padre e negli allenatori: amore. Sia con i sette fratelli che con i compagni di squadra trovava difficile condividere questo amore, perché certe persone hanno bisogno di sentirsi importanti per riuscire a dare il meglio di loro stessi agli altri – che sia la propria famiglia, la propria squadra o i propri amici.

Non si deve pensare che questo sia il risultato di una natura egoista; e basterebbe informarsi in rete su tutto ciò che Baggio ha fatto al fine di contribuire alla costruzione di un mondo migliore. Si tratta piuttosto di ricevere una quantità di sostegno che sia in grado di colmare l’insicurezza che da sempre alberga in ognuno di noi, campioni compresi.

Peccato che soltanto Carlo Mazzone, quando ormai la carriera del Divin Codino aveva imboccato il viale del tramonto, sia riuscito a comprende l’origine della conflittualità che ha spesso incrinato i rapporti con vari allenatori. Non è un caso che Baggio sia rimasto particolarmente legato ai primi anni a Firenze e agli ultimi trascorsi a Brescia. Certamente nel mezzo ci sono stati trofei, riconoscimenti, dolci gioie e amare delusioni, ma hanno forse nutrito – o affamato – più la divinità che l’uomo.

Non è un caso, forse, che sempre a Brescia, il Divin Codino abbia segnato, proprio contro la Juventus, il suo più bel gol, e sicuramente anche tra i più belli di sempre. Lancio millimetrico di 40 metri di un giovane Pirlo e stop orientato a dribblare il portiere: il coefficiente di difficoltà di questo gol tende all’infinito.

A intersecarsi con la conflittualità padre-figlio, c’è un altro grande tema mostrato dalla pellicola di Lamartire, ovvero il peso, soprattutto per la mente di Roby, di quel calcio di rigore fallito contro il Brasile a Usa ’94, che sovente torna a tormentarlo nei suoi incubi. Sostanzialmente è un’appendice del tema principe, perché all’età di tre anni – gli racconta Florindo – un piccolo Baggio aveva promesso al padre, in lacrime per la sconfitta in finale contro il Brasile a Messico ’70, che avrebbe vinto lui il mondiale, sconfiggendo proprio i verdeoro in finale.

Focalizzando tutta la sua carriera su questo obiettivo, con la speranza di riuscire a ricevere l’amore da sempre bramato, Baggio riuscirà, paradossalmente, a risolvere la conflittualità nel momento stesso in cui il padre gli rivelerà, dopo la mancata convocazione di Trapattoni, che quella promessa non c’era mai stata. Un rabbia leggera avrebbe lasciato subito spazio alla gioia per l’amore finalmente ricevuto – a gesti e a parole, chiaramente. Quel tipo di amore che veicola la catarsi, cicatrizzando ogni ferita ancora aperta nell’anima, con ben più di duecentoventi punti di sutura.

Allora quel maledetto rigore, seppur mantenga un sapore amaro, perde un po’ di quel significato opprimente che si trascinava dietro. Lo canta anche De Gregori nella meravigliosa La Leva Calcistica Della Classe ’68 (1982) che «non è mica da questi particolari, che si giudica un giocatore».

Il Divin Codino

Baggio negli spogliatoi del Brescia

In fin dei conti, il messaggio che vuol lasciare Il Divin Codino è che, per quanto sia determinante avere un obiettivo, ciò che più fa la differenza è il modo in cui affronti il percorso che potrebbe o non potrebbe portare a quell’obiettivo. Dopodiché, si può anche fallire. Anzi, il fallimento è ciò che, almeno nel caso di Roberto Baggio, eleva l’umano al divino, perché dalle macerie di un sogno infranto viene ricostruito un simbolo infrangibile.

«Sai cosa penso Roby? Che a te tutti ti amano così tanto perché l’hai perso quel mondiale lì. Gli hai fatto vedere che sei umano, che sbagli, che soffri. Come tutti quanti».

(Andreina)

Quindi grazie Roberto. Per aver mostrato il volto umano della divinità, per aver versato lacrime amare, per aver fallito. Ma grazie anche per i ricordi più indimenticabili, fissati con forza nella memoria collettiva.

Avevo tre anni quando fallisti quel rigore (li avrei compiuti a novembre per l’esattezza). Seppur non ne tenga traccia nella memoria, se sono qui a scrivere questo pezzo è perché la tua storia ha inciso anche nelle generazioni a venire.

Grazie infine per aver trasformato il calcio in poesia e, da poeta, aver scritto, con tocco elegante e inchiostro indelebile, assist baciati come rime e gol che, d’incanto, trasportassero la nostalgia nello spazio e nel tempo.

Il Divin Codino

Grazie Roberto

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Autore

  • Edoardo Wasescha

    Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Agitare ma non mescolare.
    Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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