Best – Non è possibile descrivere il Migliore di tutti

Sante Di Giannantonio

Settembre 20, 2018

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Come si fa a fare un film degno di George Best? Come realizzare un film degno della rivoluzione calcistica, culturale e d’immagine che rappresentò l’avvento del giocatore nordirlandese nel mondo di allora? La risposta non l’abbiamo trovata in questa pellicola che seppur ha l’intento di celebrare il mito, lo fa davvero male. Viene da chiederselo, specialmente allo spettatore che vede le sue gesta per la prima volta, se il mirabile buon vecchio “Georgie The Genius” fosse davvero quel riluttante, irritante e spesso miserabile mezz’uomo che per lunghi tratti del film si perde nel turpiloquio tanto da farlo sembrare più lo Scarface di Al Pacino piuttosto che Best, colui che aggiunse la maglia numero 7 alla mistica del gioco.

“Best”, ovvero gloria, trionfo, caduta, baratro e poi dissoluzione e autodistruzione del più geniale giocatore mai prodotto dalle Isole Britanniche. Ma buttato già così non si intravede la poesia, così come non si intravede nel film. Georgie approda nel 1960 nelle giovani di un Manchester United da ricostruire dall’inferno di Monaco di Baviera, dove nel 1958 l’aereo della squadra si schiantò ancora in fase di decollo su un deposito di carburante. Sir Matt Busby, allenatore, Bill Foulkes e Bobby Charlton furono i soli sopravvissuti alla tragedia della squadra titolare. Il club indebitato fino al collo, per risalire il baratro, deve ricostruire scovando giovani talenti a poco prezzo. Busby sguinzaglia osservatori in tutta Europa e uno di questi Bob Bishop scorge, in un docks di Belfast, un bambino di 14 anni prendere a calci un pallone e ne rimane folgorato. Entra in un pub afferra la cornetta di un telefono a gettoni, riguarda fuori per vedere se quel bambino fosse vero e non frutto di qualche bicchiere di troppo e telefona a Busby: “Matt, qui è Bob, penso di averti trovato un genio!”.

Da qui uno dei primi soprannomi appunto. Nel ’63 l’esordio dal primo minuto. Nel Boxing Day di quell’anno il Man Utd né prende 6 dal Burnley, George è nella squadra primavera e sta passando il natale a Belfast, quella sera venne raggiunto da un chiamata dello stesso Busby, poche parole: “Son! Come back, you’re in!”. In quegli anni i numeri dietro le maglie dei titolari andavano dall’uno all’undici e potevano cambiare liberamente, ma se nell’immaginario di tutti la maglia numero dieci era già leggenda poiché un diciottenne brasiliano nella pancia dello stadio Rasunda di Stoccolma nel’58 la scelse per sé e vinse un mondiale da solo, la sette non aveva simbologia. Al Man Utd in quella distinta del 28 dicembre del ’63 Busby con la sua biro tira una linea sul nome accanto al 7 (Ian Moir) e scarabocchia un nome Best. Il resto è storia.

Ma George era tante altre controverse cose. I giornalisti lo capirono subito ed andarono in visibilio quando riscese dal charter proveniente da Lisbona, dopo aver liquidato per 5-1 il Benfica di Eusebio, con un sombrero in testa. Il titolo in prima pagina di “A Bola” il principale pamphlet di calcio portoghese recitava “O Quinto Beatles”. Ma George non amava i Beatles sia perché erano di Liverpool (rivali del Manchester) sia perché si esibivano in quel periodo in giacca e cravatta. Troppo sobri. Amerà Morrison con cui condivideva un rito di scena. Spesso Jim si voltava dopo un pezzo particolarmente sentito dalla band verso i suoi Doors, anche George lo faceva, lui che mirava sempre la porta avversaria, si voltava nel momento catartico delle partite e vedeva se la squadra fosse con lui e lo era spesso. Amava i Led Zeppelin ed ebbe un connubio di idee con Robert Plant, nato dalla passione di entrambi per il Wolverhampton.

Il fascino magnetico di chi sa di essere forte, bello, che tende lo fa pesare ad ogni passo, non poteva non attirare centinaia (e sto volando basso) di donne davanti al suo pub preferito di Manchester il “Brown Bull”, dove oltre a non riuscire a contare le signore succinte che lo seguivano a casa, nessuno riusciva a state dietro al suo conto degli alcolici. Probabilmente consumò metà della vodka che fu esportata nel Regno Unito in quegli anni. Una vita vissuta sempre al limite che valse però il Pallone d’oro del 64 e la Champions Leugue eliminando il Real Madrid delle leggende Gento e Amancio Amaro e poi ancora il Benfica in finale a Wembley, due Miss Mondo e le sue sette Jaguar, quelle di Diabolik, di sette colori diversi, uno per ogni giorno della settimana.

Uno divo naturale e senza studio. L’attore che interpreta la parte di George Best, John Lynch, si è rivelata piuttosto infelice, egli non ha il cosiddetto “physique du role” o meglio in questo caso “la face du role”. Volto più triste, emaciato, a tratti sconsolato, Best era l’opposto: occhi si di ghiaccio ma vividi, splendenti di vita, un ghigno indeformabile da qualunque avvenimento, fosse una sbornia triste, un arresto (e ne avvennero molti), un incedente auto, un marito armato non solo di malevole intenzioni che rivendicava la moglie. George era sempre col sorriso di un folletto scolpito in faccia. Difficile da digerire per lo spettatore di turno, soprattutto per i fan di George Best, quelli cioè venuti per ammirare sotto forma di celluloide il loro grande, immortale eroe, questa versione che si comporta da Best senza la sua scintilla.

Inspiegabile anche il mancato utilizzo degli “anni ’60”, visivamente si vede molto poco, musicalmente zero. Dove sono i Led Zeppelin e i Rolling Stones? E gli Who? E la “swingin’ London”? Sembrerebbero quasi decontestualizzate le peripezie del protagonista, quando invece lui stesso si erse a simbolo di quella rivoluzione degli anni sessanta. Basta guardare i murales che ancora fanno capolino sui muri di Belfast, Manchester e Londra. Il calcio passò ad occupare le prime cinque pagine dei tabloid, invece che le ultime tre, i giocatori che fino ad allora avevano corporatura e comportamento non dissimile da un falegname, diventano rock star, cambiano la loro immagine, capigliarture, busta paga, cambiano status e George fu il capostipite di questo cambiamento.

Eppure la sua carriera appassisce subito, la sua vita non consentiva alcuna attività agonistica, il talento gli permise di rimanere in prima divisione inglese e gli fece compiere ancora qualche impresa come i 27 gol stagionali nel 1972, quando ormai aveva le chiavi di quattro o cinque pub di Manchester eppure riusciva ancora a giocare a compasso al limite dell’area avversaria, come Rembrandt e Fidia non aveva bisogno degli strumenti, lui quel gioco lo faceva per dono divino. Oppure nel 1976 quando Best, ormai l’ologramma di sé stesso, sfidò con la sua nazionale l’Olanda Johan Cruijff, il giocatore per la stampa più forte del mondo. Al 5’ minuto un panciuto Best prende palla, salta un uomo, ne salta un altro ma non punta la porta: punta il centro del campo, punta Cruijff. Gli arriva davanti, gli fa una finta di corpo e poi un tunnel, poi un altro e in seguito calcia via il pallone, si gira verso Johan: “Tu sei il più forte di tutti ma solo perché io non ho tempo”.

L’immagine che si ha di George Best in questo film, è di una infinita tristezza, quasi da pianto nevrotico, oltre che di una pomposissima malinconia, qui intesa nella peggiore accezione possibile del termine; una fotografia sbiadita senza colore, che getta miseramente (anche se senza alcuna volontà di ledere) ancor più fango nella già difficile vita del vecchio asso nord-irlandese. Il problema è che questa visione non è solo di chi realizza questo film, ma è di molti. Molti che lo hanno visto da vicino e che hanno tentato di aiutare George e non ci sono riusciti. Gli eroi, i miti, ci dispiace quasi vederli sporcati in questa maniera perché nella nostra mente forse sono tutti giovani e perfetti. Il problema è che George era davvero così, ti faceva palpitare il cuore quando era su un rettangolo verde e probabilmente lo avresti preso a sberle tutte le volte che lo vedevi uscire barcollando da un bar o da un albergo con qualche “birdies” (bird+ladies) come le chiamava lui.

Forse sono io che sbaglio tutto, da appassionato della figura di Best, sono io che non colgo la giustezza del film e lo percepisco come una bestemmia in processione. Se l’intento era quello di celebrare il primo 7 lo si è celebrato male, se invece si voleva denunciare l’aspetto più zarro e controverso del nordirlandese lo si è fatto bene.

George Best si spense nel 2005 a quasi 60 anni di tempo fisico, conta chilometri fuori uso invece per il tempo meccanico. Due giganti lasciarono la culla di Belfast nella storia, il Titanic e Georgie, si consegnarono entrambi alla storia, ma se uno si inabissò in poche ore, il naufragio dell’altro è durato anni, ma forse non sarebbe stato George, non sarebbe stato “The Best”.

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