The Office: la scelta del mockumentary

Lory Coletti

Settembre 7, 2021

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Una delle perle della televisione degli anni 2000 è sicuramente The Office. La versione americana, più famosa di quella inglese, deve molto al suo corrispettivo d’oltreoceano da cui eredita la storia d’amore tra il salesman e la receptionist, il capo eccentrico e infine l’utilizzo dell’artifizio del mockumentary.

Il mockumentary è un espediente narrativo nel quale eventi fittizi vengono presentati come se fossero reali attraverso l’utilizzo di un linguaggio documentaristico.

Quando guardiamo una serie TV siamo consapevoli che si tratti di finzione. In The Office, invece, ogni puntata è girata in modo da eludere il meccanismo della fiction e indurre gli spettatori a pensare che una troupe televisiva stia facendo un documentario sulla vita in ufficio dei dipendenti della Dunder Mifflin, e che ogni evento da noi visto non sia sceneggiato, ma colto sul momento, e che quelli che vediamo non siano in realtà attori.

Ma in cosa The Office è diverso rispetto alle altre serie TV, in quanto mockumentary? Quali le sue strategie registiche? E come questa scelta lo ha reso unico come show?

The Office – Guardare in camera

The Office non è una serie Tv qualsiasi. Sì, in particolare per l'artefizio del mockumentary. Scopriamo insieme di cosa si tratta!

In questa scena Jim (John Krasinski) guarda verso la telecamera

Regola sacra per gli attori è quella di non guardare mai in camera. In questo modo si riesce a preservare una quarta parete che separa i personaggi dai suoi spettatori, garantendo così il carattere fittizio della narrazione. In The Office, invece, per garantire quel falso realismo abbiamo bisogno di credere di aver a che fare con gente comune, non professionale, che di conseguenza in camera ci guarda e ci guarda spesso, con fare simpatico o imbarazzato.

Così ogni volta che Micheal Scott interviene con un commento ridicolo o poco verosimile sul suo conto o su come risolvere una situazione aziendale, Pam, Jim o Dwight alzano lo sguardo verso la telecamera con sguardi basiti, così da comunicare alla troupe e a noi, quelli al di là della telecamera, il loro divertito disappunto. Ma è proprio questo inappropriato guardare in camera da parte dei personaggi il fulcro della comicità di The Office.

Insomma…Come possiamo non ridere se Pam ci rivolge uno sguardo scettico mentre Michael cerca di chiedere ad Holly di sposarlo con una scritta di fuoco sul pavimento?

Gli inseguimenti

Pam: «Vi ho detto che non sto uscendo con nessuno e anche se lo stessi facendo, non credo siano affari vostri. Quando m’innamorerò di qualcuno e sarà per davvero, gli ultimi con cui ne parlerò saranno una troupe televisiva»

In The Office il lavoro della troupe è quello di dare un ritratto fedele degli impiegati dell’ufficio. Questo obiettivo, però, è spesso ostacolato dagli stessi personaggi, i quali sono restii a mostrarsi nella loro completezza e cercano di mantenere intatta il più possibile la loro privacy. La troupe diventa come un grande fratello onnipresente pronto a carpire ogni aspetto della loro vita, anche quelli più nascosti. Questo diventa un ulteriore stratagemma a conferma dell’illusione che si tratti di un documentario: non ci viene subito detto e mostrato tutto dei nostri personaggi, bisogna ricavarselo.

La riservatezza dei protagonisti arriva a tal punto da inscenare dei veri e propri inseguimenti tra la camera e i personaggi pronti a difendere i loro segreti più intimi. Uno dei casi più esemplari è mostrato nella prima puntata della quarta stagione.

La terza stagione si chiude con Jim che ha rinunciato alla sua promozione, ha lasciato Karen e ha invitato Pam ad uscire. Nella quarta stagione i due sembrano molto riservati circa la loro relazione e dichiarano di essere solo amici. Ed ecco che appena usciti da lavoro, scatta l’inseguimento. La troupe riesce a coglierli in flagrante nel loro date, smentendo tutte le loro precedenti affermazioni.

Imperfezioni

La regia di The Office ci fa credere di star osservando e catturando momenti di quotidianità che in quanto tali sono irripetibili e unici nella loro accidentalità. Tuttavia i migliori momenti da catturare, quelli che rendono il programma interessante, sono molto spesso privati.

Col fine di carpire anche questi attimi, la troupe si cimenta, come già detto, nell’inseguimento dei protagonisti e, non potendo esser sul posto direttamente, li riprende da lontano, quasi in sordina, attraverso zoom improvvisati o riprese attraverso delle finestre. Questa scelta registica serve quindi a sottolineare l’estraneità della troupe nella vita dei personaggi e a rafforzare l’idea di realismo.

The Office

Jenna Fisher e John Krasinski in una scena della serie

Facciamo un esempio. Nell’ultima puntata della quinta stagione, viene organizzato un picnic aziendale. Tra le attività previste ci sono delle partite di pallavolo tra le diverse sedi della Dunder Mifflin. Pam, un’ottima giocatrice di pallavolo, nel corso di una partita si infortuna, la portano in ospedale per vedere se tutto è okay. Qui le viene comunicata la notizia di aspettare un bambino. Il momento dell’annuncio da parte del dottore è intimo e la troupe non può assistervi.

Non possiamo quindi vedere la scena da vicino, ascoltare le parole del dottore e le risate di Pam e Jim come avremmo fatto in una serie TV qualunque. Possiamo solo spiarli dalla finestra, mentre la telecamera coglie il possibile.

Le interviste

The Office

Una scena in cui Michael Scott (Steve Carell) rilascia un’intervista per la troupe televisiva

Spesso la troupe intervista gli impiegati della Dunder Mifflin. La comicità dello show, oltre agli inseguimenti e agli sguardi in camera, si arricchisce delle loro ridicole osservazioni da confessionale, soprattutto quando i personaggi appaiono in contraddizione con se stessi. Lo sguardo della telecamera su ognuno finisce per diventare lo sguardo del pubblico e in definitiva il loro giudizio.

Di fronte alla telecamera si vuole fare sempre una buona impressione. Per questo nei confessionali i personaggi dicono cose completamente diverse da quello che realmente fanno, in maniera particolare Michael Scott.

Nel caso di Michael Scott, l’espediente dell’intervista è un modo efficace per delineare l’aspetto caratteriale più evidente della personalità del boss della Dunder Mifflin: il voler sempre compiacere gli altri. Michael fa di tutto pur di essere amato dai suoi dipendenti. Anche con la troupe si comporta ugualmente. Nel tentativo disperato di piacere agli altri spesso lascia dichiarazioni buoniste che sono in forte contraddizione con le sue effettive azioni.

In questo caso l’espediente dell’intervista serve ulteriormente a definire la personalità del nostro protagonista e, ovviamente, a suscitare l’ilarità dello spettatore di fronte a tale atteggiamento.

Less is more

Affinché ci sia un’ulteriore parvenza di realismo, nello show non ci potranno essere le risate fuori campo o musiche strappalacrime al momento giusto. Si potrebbe quasi dire che in questa serie TV less is more, meno c’è più si protrae quella volontà di realismo.

Allo stesso tempo, non sembra che serva altro. The Office non ha bisogno di espedienti drammatici, le basta poco, sa farci ridere con l’essenziale, così come sa farci piangere.

La regia sfrutta mezzi rudimentali, quasi anacronistici, ma validi. Utilizza degli zoom su degli sguardi o su alcuni gesti piccolissimi e impercettibili per farci capire che Angela è ancora innamorata di Dwight o che Andy inizia a nutrire un certo interesse per Erin. Non c’è bisogno di mostrarlo o dirlo esplicitamente. Basta poco. Non abbiamo bisogno di gesti da commedia romantica o di paroloni per innamorarci della storia d’amore di Jim e Pam, ci può bastare soltanto il vedere i loro occhi cercarsi tra i banchi di un ufficio.

E noi?

The Office

Jim, Pam e Dwight

Qual è la nostra parte in tutto ciò? Quale il nostro ruolo in quanto spettatori? Cosa ne ricava lo show da questa scelta?

L’interazione dei personaggi con la troupe rompe la quarta parete e ci consente di avere un contatto diretto con loro, come se stessero parlando con noi e fuggendo da noi. Lo sguardo della camera diventa il nostro.

Siamo noi a notare nei piccoli dettagli qualche amore e a fare delle supposizioni, siamo noi quelli a cui sono rivolte brutte parole e sguardi simpatici. Il mockumentary non erge un muro tra noi e ciò che stiamo guardando, ma ce ne fa fare parte, ci fa entrare in un universo e ci fa sentire protagonisti, riesce a farcelo vivere. E questa è la bellezza di The OfficePer venti minuti a puntata anche noi siamo dei simpatici, pettegoli e curiosi impiegati della Dunder Mifflin.

Leggi anche: The Office – Come sopravvivere all’esistenzialismo capitalista di un lavoro 

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