TUC: Rodantes – I fili tracciati da un’esistenza senza amore

Roberto Valente

Settembre 22, 2021

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Distribuito nel 2019, Rodantes è un film brasiliano diretto da Leandro Lara, vincitore del premio alla miglior regia presso il Torino Underground Cinefest 2021. Girato con lenti anamorfiche e con un gran lavoro di regia sull’immagine, oltre che di montaggio, il film esplora l’umanità e la vita di tre personaggi accomunati dal viaggio in una terra difficile.

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Una delle scene iniziali del film

Dopo aver ascoltato in voice over la voce di uno dei personaggi che introduce il concetto dietro la parola “Rodantes”, ossia coloro che vagano senza amore, il film ci proietta nelle vite dei tre protagonisti.

Tutti e tre sono legati invisibilmente da fili che finiranno per incontrarsi e che li porteranno ad affrontare tutte le crude difficoltà cui la vita li metterà davanti. Il Brasile fa da sfondo alle vicende narrate, un paese tanto meraviglioso quanto insidioso nelle sue contraddizioni.

Veniamo dunque così a conoscenza dei tre protagonisti: Tatiane, una giovane donna che lascia San Paolo nel tentativo di ricostruire o costruire la sua vita; Odair, un giovane nel bel mezzo della scoperta della sua sessualità, che si allontana dalla casa dei genitori per scoprire se stesso; infine Henry, un immigrato haitiano che dopo la perdita di sua moglie lotta con i suoi due figli per sopravvivere nella dura giungla amazzonica e cittadina brasiliana.

Fin dall’inizio della vicenda veniamo catapultati nelle dure vite di questi personaggi, i quali a loro modo stanno lottando per non sprofondare. Soli, per diversi motivi senza amore, ma con una forte e decisa spinta alla vita, che li porterà verso la distruzione o la rinascita.

Tatiane

Tatiane è una giovane ragazza dal passato difficile, volutamente non esplorato, che nel suo sguardo porta il peso della condizione di migliaia di donne che come lei sono alla ricerca di una forma. Per sopravvivere e continuare il suo viaggio si prostituisce, condannandosi a rapporti sessuali con gente deprecabile. Il vuoto del suo sguardo riflette il vuoto emotivo che trova nella vita, vuoto che cerca di colmare raggiungendo la vecchia casa di sua nonna. Quello che cerca è quasi un ricongiungimento con una figura evocativa dell’infanzia.

Il regista sceglie la via del non parlato, molte sono le sequenze nelle quali sono i corpi a comunicare. Tendenza questa che, come il regista stesso ha dichiarato, è stata una grande lezioni impartita dal cinema di Michelangelo Antonioni. I dolori di Tatiane non potrebbero essere verbalizzati. Il suo linguaggio sta nello sguardo, nell’indifferenza con la quale affronta le situazioni che le si presentano dinanzi. Il vicolo col quale si presenta agli altri e a noi spettatori è, insomma, il suo corpo.

Odair, in una delle sequenze centrali del film.

Odair è un giovanissimo ragazzo che affronta il difficile mondo fatto di ombre e volti poco amichevoli che gli si presentano davanti. Partito di casa alla ricerca di sé viene anche lui coinvolto dal tema del corpo, visto come oggetto sessuale da vari personaggi, e si ritroverà alla fine della pellicola più adulto. Dettaglio questo che si può leggere ancora una volta grazie alla corporalità, nello sguardo che inizialmente esprimeva tutta la sua innocenza e la sua inesperienza e che poi diventa invece lo sguardo di chi sa guardare in faccia il dolore senza distogliere lo sguardo.

Ancora una volta, come negli squarci di vita di Tatiane, non troviamo amore. Ancora una volta il corpo si presta come medium del linguaggio predominante. Sono rare le occasioni in cui sentiamo la voce di Odair, ma è come se ne sentissimo i lamenti.

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Henry

Henry è un immigrato haitiano che è arrivato in Brasile con sua moglie e i loro due figli. Inizialmente impegnato presso un gruppo di gente poco raccomandabile che si occupa di cacciare oro, dopo un attacco da parte di alcuni guerriglieri nell’inferno della giungla amazzonica perderà sua moglie. La storia di Henry rappresenta l’interessante caso contenente in sé, almeno inizialmente, l’amore di cui i Rodantes sono presentati come privi. Dopo la perdita della moglie, Henry comincia a vagare con i suoi figli con l’unico obiettivo di proteggerli.

Rodantes non presenta una proporzionata divisione del tempo dedicato alle vite dei tre protagonisti.

La storia di Tatiane è decisamente più ingombrante e alla stessa viene dedicato più tempo rispetto che alle altre. Si potrebbe dire che è proprio la storia di Tatiane a dettare il ritmo al film, assieme ai flashback montati in maniera fluida ed evocativa che riguardano in realtà tutti e tre i personaggi. L’acqua appare abbondantemente in quelle sequenze che paiono essere dei flussi di coscienza, stando a rappresentare il simbolo di rinascita per eccellenza. Perché, come ricordato a inizio film dal voice over di Odair: «l’acqua del fiume anche se è sempre lì non è mai la stessa».

Allora ecco che i fili rossi delle tre storie si uniscono in alcuni punti facendo condividere ai protagonisti lo stesso luogo fortuitamente. Così come l’acqua del fiume, che cambia sempre pur rimanendo infossata nel suo letto, i tre personaggi cambiano davanti ai nostri occhi e sotto la propria pelle, infossati nel luogo che ne ha determinato la vita nel male e probabilmente anche nel bene. Il Brasile che ci viene mostrato è una terra popolata da tante persone alla ricerca di sé, personaggi ambigui che popolano lo schermo e interagiscono con i personaggi, determinandone sofferenze e raramente gioie.

L’idea che si ha è che quelle sofferenze in realtà siano ineluttabili, da attraversare senza protezioni e senza troppe parole. Le parole sarebbero inutili davanti alla mancanza d’amore, ancora più inutili davanti alla morte dell’amore come avviene per Henry.

Rodantes è un viaggio negli inferi dell’infelicità umana, espressa e riflessa dal luogo che quelli stessi umani hanno contribuito a rendere spesso brutale e poco generoso con i propri figli.

Ciò che colpisce è la capacità registica di esplorare il linguaggio cinematografico, attraverso un meraviglioso montaggio che rimanda semanticamente all’interiorità frammentata dei protagonisti; grazie al sapiente uso della macchina da presa, spesso vicina ai volti parlanti e a volte lontana dai corpi, per evidenziarne l’isolamento rispetto al mondo.

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