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Evan Peters: i diversi volti di una generazione

Classe 1987, Evan Peters ha da poco ritirato la statuetta degli Emmy 2021 come miglior attore non protagonista nella miniserie Mare of Easttown.

Se analizzata sotto una lente sociale, la carriera dell’attore può essere letta come una parentesi generazionale. I suoi ruoli sono lo specchio di una generazione cresciuta tra supereroi e solitudine.

Negli anni ’90 il normale ragazzo liceale non era né il popolare giocatore di basket né tantomeno il capo di una banda di motociclisti. Ci si sentiva soli in un sistema a misura di adulti. A inizio anni 2000 poi, siamo stati salvati dai fumetti, questo mondo colorato con personaggi normali, ma allo stesso tempo straordinari. Allora ecco che, tornato a casa da scuola, il ragazzo non voleva far altro che correre in fumetteria a leggere le opere Marvel o DC. E come fai a non appassionarsi proprio a quella saga di eroi esclusi da un’intera società solo perché diversi, un po’ come ti senti tu adesso?

Ma il tempo degli eroi e del liceo prima o poi finisce, l’età adulta avanza e con lei le responsabilità e l’urgenza di trovare un lavoro. I sogni dell’adolescenza sono spariti e accetti qualsiasi cosa pur di pagarti un affitto: dal dipendente d’albergo, all’insegnante, al detective di una contea sconosciuta.

American Horror Story: Tate Langdon

È il 2011 quando la serie di Ryan Murphy American Horror Story viene trasmessa per la prima volta sulla rete via cavo FX. In appena dieci anni AHS diventa oggetto di studio di centinaia di tesi; esempio perfetto di una serialità antologica che unisce il folklore americano all’orrore che è capace di commettere il genere umano.

Questa aura di progetto malsano e disturbante ha permesso una percezione dei suoi personaggi ambivalente. Da un lato chi li ha incriminati essendo assassini, violentatori, mostri e dall’altro chi si è rivisto in questi soggetti deviati dall’umanità e quasi costretti a commettere determinate azioni violente solo per continuare a vivere.

Tate Langdon: «Normal people scare me».

Murder House, la prima stagione di American Horror Story, ha dato vita a molti di questi personaggi grigi. Tra loro il poco più che ventenne Evan Peters entra nel cuore di migliaia di ragazzine grazie all’interpretazione di Tate Langdon.

Evan Peters
Tate Langdon in “American Horror Story: Murder House”

Tenebroso, solitario, affascinante, Tate incarna le caratteristiche base per essere l’idolo delle folle. L’aspetto angelico dei riccioli biondi è stravolto da uno sguardo nero come la pece che lo rende indimenticabile. Da brividi (nel vero senso della parola) è anche la relazione travagliata con Violet, figlia degli Harmon, appena trasferitisi a Murder House. Portatore dell’amore impossibile alla Romeo e Giulietta, invece che creare disturbo negli spettatori, Tate è coccolato e persino perdonato.

La crudele doppia personalità di Tate è completamente spazzata via dall’innocenza di Evan Peters che, senza sforzi, riesce a ingannare tutti.

La nuova generazione di X-Men: Pietro Maximoff

Quando X-Men – Giorni di un futuro passato arriva in sala, il tenebroso Tate Langdon è solo un bel ricordo. In pochi riconoscono Evan Peters sotto tutto quell’argento ormai inglobato nello star system dei supereroi.

Da anni ormai si vociferava di una nuova generazione di mutanti in casa Marvel; gli stessi X-Men conosciuti nella trilogia principale con Hugh Jackman ora hanno vent’anni di meno e un futuro da costruire. A guidare la nuova squadra di eroi una giovane Mystica (Jennifer Lawrence), insieme a lei altri volti amati come Jean Grey (Sophie Turner), Magneto (Michael Fassbender) e Xavier (James McAvoy).

Uno degli X-Men forse più contesi in questi anni è però Pietro Maximoff alias Quicksilver. Introdotto anche in Avengers: Age of Ultron, interpretato da Aaron Taylor Johson, Pietro Maximoff è fratello di Wanda Maximoff con il dono della velocità. Senza entrare nella lotta di diritti tra Marvel Studios e Fox, basta ricordare come il nome di Aaron Taylor Johnson abbia attirato più interesse rispetto a quello di Evan Peters, Quicksilver in X-men (casa Fox).

Evan Peters
Pietro Maximoff alias Quicksilver

Ma la sorte ha giocato a favore di Evan Peters che, a oggi, è rimasto l’unico Quicksilver in gioco. La sua versione giovanissima, esuberante e senza filtri ha permesso al personaggio di acquisire sempre più credibilità e affetto anche da parte di quei fan un po’ restii ad accettare questa versione “collaterale”. Una variante, come percepita da molti, che avrà la funzione di unire MCU e X-Men in un unico prodotto come è (solo a un primo sguardo) già accaduto in WandaVision (Marvel).

Ormai Evan Peters è (anche) quell’eroe che tutti ammirano e desiderano essere.

L’età adulta: Easttown e Cult

L’ora dei fumetti però, prima o poi, giunge al termine e con lei arrivano ideologie sempre più complesse. La società è un gran vortice di opinioni, correnti, ideali e se non ci si ancora bene a se stessi, ci si può perdere nell’occhio del ciclone. Ci sono allora due strade: l’omologazione e la follia.

Evans Peters è entrambi.

I più pacati scelgono la via dell’omologazione ovvero la scelta di un posto nella piramide sociale contemporanea. Questo è il caso di Colin Zabel in Mare of Easttown. Un uomo normale, con un lavoro normale, in una città normale. Una paura questa ben più sottile e ricercata: la quotidianità spaventa. Nessuno vuole essere solo normale.

Evan Peters
Kai Anderson in “American Horror Story: Cult”

Per sfuggire da questa eventualità, si è allora portati a scegliere la seconda opzione: farsi muovere dalle passioni, dall’intellettualità. L’unica scelta è uscire dagli schemi. La follia, lucida o meno che sia, rende l’individuo straniero a tutti gli altri. Portatore di un valore fondante che ritiene inderogabile. Questo è Kai Anderson di American Horror Story: Cult, un’estremista politicamente schierato, escluso dal resto della società e fanatico del voler cambiare il mondo secondo le sue stesse regole. Kai Anderson è l’estremo. Fa paura, ancora più dell’assassino: è un giovane uomo le cui giornate sono mosse da un’ideale di oppressione e terrore nei confronti delle minoranze. E, purtroppo, fa paura perché è umano.

Dal ragazzino timido e introverso, all’eroe con i superpoteri fino al detective mediocre, Evan Peters ha cambiato più volte maschera rappresentando una generazione in crescita. Seguendo la sua carriera è evidente la sua crescita personale pari solo a quella collettiva degli spettatori.

Leggi anche: American Horror Story – La banalità della paura.

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