A due anni da Glass – film conclusivo della trilogia iniziata nell’ormai lontano 2000 con Unbreakable – M. Night Shyamalan torna nelle sale con Old, trasposizione cinematografica della graphic novel Castello di sabbia.
Shyamalan è da sempre un regista estremamente interessante per la sua capacità di porsi continuamente dentro e fuori la macchina produttiva hollywoodiana. Il regista indiano si colloca a metà strada tra l’idea di cinema spiccatamente popolare e quell’anima indipendente sempre più di nicchia.
Ripercorrendo la filmografia di Shyamalan è infatti evidente la distinzione tra il percorso più autoriale e “indipendente” e quello a servizio dei grandi budget e dunque delle grandi produzioni.

M. Night Shyamalan e la derisione della paura
Old si colloca sapientemente a metà strada e Shyamalan opera una trasposizione perlopiù fedele dell’originale graphic novel e spinge le sorti del film in una direzione che i cultori del suo cinema ben conoscono fin dai tempi di The Village, ossia la lettura in chiave metaforica e volendo di denuncia della società moderna.
La trama apparentemente semplice identifica e isola (pur riunendoli in un luogo unico ed estremamente limitato in termini di dimensioni e scelte) più nuclei familiari in una spiaggia magnifica e selvaggia che soltanto pochi fortunati – e selezionati – hanno la fortuna di visitare, anche a causa della sua posizione difficilmente raggiungibile.

The Village – Comunità isolate, la paura e il dubbio
La spiaggia denominata più volte nel corso del film come “un paradiso sulla terra” è legata ad un resort di lusso assolutamente straniante nel suo essere sì meraviglioso e di grande attrattiva ma allo stesso tempo anche asettico e gelido.
Ciascun nucleo familiare è dunque ospite del resort e per questo si trova riunito – forse casualmente o forse no – nella spiaggia che il film pone come vera e propria protagonista. Fatta eccezione per quell’entità per certi versi malvagia, eppure così necessaria e definitiva, che è il tempo.
Il tempo all’interno di Old muove infatti logiche, sviluppi e accadimenti, proprio come lo faceva il vento all’interno di E venne il giorno, uno dei titoli più bistratti eppure innegabilmente interessanti della filmografia di M. Night Shyamalan.

E venne il giorno – Quando il nemico è il vento
L’idillio apparente dato appunto da queste famiglie perfette, ospiti di un resort da vera élite, si spezza nel momento in cui Shyamalan attiva la sua prima trappola: un cadavere viene ritrovato sulla spiaggia dai vari membri appena giunti lì e in compagnia del cadavere, una celebre star della musica rap che viene inizialmente accusata dell’omicidio, anche e soprattutto per via della sua etnia.
Ecco dunque che Shyamalan comincia qui a gettare le basi del suo cinema, tra le quali quella forma di racconto – o meglio, scrittura – esplicitamente grottesca e per certi versi persino parodica rispetto alla società dell’oggi e quindi ai suoi movimenti e battaglie.
Il male come entità e non come persona

Il tempo scorre… la morte è vicina – Old e la riflessione sul tempo e il corpo
Ciò che sorprende di Old è però qualcosa di estremamente differente rispetto al cinema che già conosciamo di Shyamalan ossia la sua natura inaspettata e dunque la sua collocazione tra i generi essendo un film in continuo mutamento.
Shyamalan che è autore assolutamente consapevole e cinefilo infatti gioca coi generi più disparati, intrecciandoli tra loro e producendo un ibrido cinematografico oggettivamente interessante e originale, in quanto opera in viaggio e mai immobile rispetto ad una traccia narrativa canonica e rigida.
La distanza tra Old e il cinema precedente di Shyamalan è evidente a partire dall’abbandono di quei toni dichiaratamente cupi e dark, orrorifici e quasi senza speranza di molti dei suoi titoli, a favore di una scelta estetica e di spazialità molto più dalle parti del recente horror instant cult, Midsommar.
Old e Midsommar hanno infatti in comune un elemento principale, tanto di plot, quanto di fotografia e dunque estetica, ossia la paura alla luce del sole e non più celata tra le cupe ombre della notte.
Chiaramente se ne distanzia ben presto, poiché non ha alcuna intenzione di identificare il male in una o più persone fisiche – come invece avviene in Midsommar – bensì come già detto in un’entità: il tempo.

Midsommar – Ari Aster e la paura alla luce del sole
La tensione che Shyamalan crea rifacendosi perlopiù al cinema di Hitchcock ma anche di Friedkin nasce da quello che è il punto principale del plot del film, ossia il rapporto che ciascun individuo dei nuclei familiari presenti sull’isola ha con il tempo.
Una riflessione dunque cinica e spietata sul valore che l’uomo di oggi attribuisce alla vita, alle necessità e al tempo.
Prisca (Vicky Krieps) e il marito Guy (Gael García Bernal) per esempio non ne hanno più, a causa di una imminente separazione annunciata nei primissimi minuti del film.
Il loro tempo è per certi versi già esaurito, ancor prima di mettere piede sull’isola e tutto ciò che possono fare è indagarne la causa.
I due figli della coppia in rovina invece, Maddox e Trent – rispettivamente Thomasin McKenzie e Alex Wolff – credevano di averne fin troppo, scoprendo una volta giunti all’isola misteriosa (ma non della paura) di non averne più tanto per via dell’invecchiamento precoce e rapidissimo che la stessa composizione biologica dell’Isola prevede e causa ai suoi sfortunati ospiti.
Old riflette sul tempo e poi sugli effetti che quest’ultimo ha sui corpi e le menti degli individui.
Body horror, ricerca estetica e stile – L’ultimo viaggio allucinato di M. Night Shyamalan

Madri e figlie – Invecchiare prima del tempo
Il lavoro che Shyamalan compie rispetto ai corpi è molto interessante , non soltanto in termini di semplice invecchiamento, ma anche e soprattutto di quel body horror che cita esplicitamente in due o più momenti il cinema di William Friedkin e che esplode senza riserve in una sequenza notturna piuttosto memorabile.
Old risulta essere un film anomalo e straniante, estremamente distante dai titoli più conosciuti di Shyamalan e dai canoni e dai topos del cinema thriller e horror internazionale.

Shyamalan e il body horror – Rufus Sewell
Un film che si diverte del suo essere altro e della sua continua scelta di movimento.
Basti pensare che Shyamalan lo ha diretto interamente servendosi di primi e primissimi piani estremamente dinamici, piani sequenza, long take e movimenti di macchina fortemente coreografici, virtuosistici e ambiziosi.
Sempre in bilico tra i registri, Old fa centro.
Soprattutto nella sua ricerca estrema tra grottesco e dramma che a loro volta producono interessanti derivazioni e declinazioni non soltanto di cinema horror, ma anche di tutta quella commedia caustica e slapstick legata al continuo ripetersi di gag e siparietti chiaramente distanti da un qualsiasi immaginario horror.

Il buio – Shyamalan e la forma originaria della paura
L’ultimo film di Shyamalan è probabilmente il titolo più significativo e interessante della sua intera filmografia.
Uno spettacolare viaggio allucinato realizzato in 35mm che crea intelligentemente tensione e suspense, per poi distruggerle favorendo gli elementi tipici del cinema surrealista e talvolta demenziale che ancora una volta cedono il posto ad una traccia narrativa e scenica ai limiti del gore e del raccapricciante.
Ciò che sembra mancare è il celebre “Plot Twist” alla Shyamalan, o meglio, c’è ma non è così forte – o principale – e probabilmente anche questo non è negativo.




