Iniziamo il nostro viaggio verso Dispatches from Elsewhere e la divina nonchalance. Tutti vogliamo sentirci dire che siamo speciali, nessuno vuole sentirsi completamente solo al mondo. Tutti vogliamo sentirci unici e inimitabili e nessuno vuole essere completamente incompreso. Non è vero?
Nascosta tra i grovigli di Amazon Prime Video si trova una perla di inestimabile valore che parla a chi guarda tramite un linguaggio metateatrale. La serie rompe la quarta parete a ogni puntata e inizia lo spettatore a un complesso gioco di immedesimazione che lo porterà alla comprensione di se stesso, della vita e della bellezza del mondo. Dispatches from Elsewhere è una serie scritta e prodotta da Jason Segel (Marshal di How I Met Your Mother, che interpreta anche uno dei protagonisti) ed è tratta da vicende realmente accadute raccontate da The Institute, documentario del 2013.

Il gioco che portò da San Francisco a Elsewhere
The Institute racconta ciò che, per circa tre anni, a partire dal 2008, coinvolse migliaia di persone per le strade di San Francisco. Un gruppo di pazzi, o forse geni, tra cui l’artista Oakland Jeff Hull, diedero vita a questa sorta di caccia al tesoro. Crearono una realtà alternativa dove fatti reali si mescolavano a complotti immaginari e a guerre tra società. Più di diecimila giocatori presero parte, quasi inconsapevolmente, a questa avventura, attratti da strani ed eccentrici volantini che li portarono al Jejune Intitute.
Cosa fosse questo istituto nessuno l’ha mai compreso fino in fondo, nemmeno gli stessi creatori sembravano saperlo, ma fu il fulcro di questo spontaneo esperimento sociologico che ancora entusiasma chi ha potuto farne parte.
Dispatches from Elsewhere: gioco, complotto, seduta terapeutica
Nella serie i quattro personaggi, Peter (Jason Segel), Simone, Janice e Fredwin, si ritrovano a vivere ciò che circa dieci anni prima molte persone hanno vissuto. Dispatches from Elsewhere non è però solo una trasposizione di ciò che il documentario del 2013 racconta.
L’empatico Peter, la vulnerabile Simone, la dinamica Janice e il determinato Fredwin sono quattro personaggi originali, che racchiudono l’essenza di ogni persona.
I protagonisti, per una catena di eventi non del tutto casuale, si trovano a seguire indizi nascosti tra i murales, trasmessi da pesci e consegnati da big foot. Tramite strane telefonate e particolari prove finiscono per inoltrarsi nelle strade di Philadelphia (non più San Francisco), raggiungendo Elsewhere. Noi con loro ci catapultiamo in una storia non troppo lontana, pilotati da qualcosa di più grande, identificabile forse come il destino, forse come un grande complotto o semplicemente come un gioco.
Dispatches from Elsewhere racconta dell’ambiguo Jejune Intitute, diretto dall’enigmatico Octavio Coleman Esquire, che è in una viscerale contesa con l’Elsewhere Society. La serie narra anche della ricerca di Clara, artista creativa. Il personaggio è attirato verso il Jejune e l’Elsewhere Society dalla misteriosa Lee e racchiude in sé il pensiero fondante di entrambe le società.
L’opera invita a una profonda ricerca di noi stessi e della bellezza nel mondo. Rappresenta un viaggio psicologico di accettazione e superamento delle singole paure e incertezze.

Siamo un Noi
A ogni puntata ci viene chiesto di essere i personaggi, così come loro sono noi, e non semplicemente di immedesimarci negli stessi. Ci troviamo a percorrere con loro un gioco di ricerca tra indizi e verità nascoste che porta alla scoperta di noi stessi. Ogni personaggio è il mezzo per un’analisi delle paure e dei blocchi psicologici umani. La serie viaggia dall’apatia verso la vita alla paura di rimanere soli, dal bisogno viscerale e ossessivo di conoscere la verità alla paura di non essere accettati per ciò che siamo.
Con delicatezza, ironia e un po’ di autoreferenzialità Dispatches from Elsewhere e Jason Segel vanno a toccare demoni e insicurezze comuni a tutti e singolarmente specifiche, facendoci sentire meno soli e incompresi, ma allo stesso tempo mostrandoci quanto ognuno di noi sia estremamente speciale e straordinario nel suo essere.
Attraverso questo costante gioco di indizi, seguiamo i protagonisti in un’esplorazione che è più una seduta terapeutica per noi stessi. Tramite i loro occhi torniamo a vedere il mondo forse in maniera ingenua, trovando la magia nelle più piccole cose. Ci viene ricordato quanto, in realtà, siamo tutti in costante lotta con gli stessi mostri e le stesse paure, ma mai completamente soli, perché non esiste realmente un io o tu, ma solo un Noi.




