Il sapore della ciliegia – Guardare la vita per l’ultima volta

Daniele Lacapra

Dicembre 2, 2021

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Con una semplicità narrativa disarmante, Il sapore della ciliegia dell’immenso Abbas Kiarostami comincia col mostrarci un uomo, il Signor Badii, mentre gira per la città di Teheran all’interno della sua vettura, alla ricerca di qualcuno che lo aiuti a sotterrare il proprio corpo una volta privo di vita.

Il regista ci pone di fianco al protagonista per farci osservare tutto dal suo punto di vista: vediamo così la strada, le persone che gli stanno intorno, i cantieri di quella zona degradata, percepiamo i suoni all’esterno dell’auto, le voci dei lavoratori che cantano, i bambini che giocano, il traffico della città. Tutti questi dettagli sembrano fungere da sottofondo alla realtà in cui Badii è immerso, ma dalla quale è però distante: la macchina in cui lo vediamo sedere per la maggior parte del tempo sembra essere l’unico luogo sicuro, uno scudo contro lo spazio esterno.

Vediamo la quotidianità, attraverso gli occhi distaccati di qualcuno che vorrebbe mettere fine alla sua.

Mr. Bagheri: «La morte è la stazione finale, è la soluzione… ma non quando sei in gioventù».

Kiarostami non affronta semplicemente il tema della volontà del suicidio, non utilizza una colonna sonora atta a suscitare nello spettatore pena per il protagonista, ma usa i mezzi che il Cinema gli offre come espediente per meditare e riflettere sull’esistenza del pensiero suicidario, su che cosa comporti una tale scelta e su cosa significhi vivere con la consapevolezza di poter scegliere di morire per mettere fine ai propri turbamenti.

Il sapore della ciliegia
Homayoun Ershadi – Il sapore della ciliegia (1997)

Il primo potenziale candidato che incontra e sceglie per compiere l’insolito lavoro è un giovane soldato del Kurdistan. Badii raccoglie dalla strada il ragazzo offrendogli un passaggio verso la sua caserma: durante il tragitto l’uomo tenta di approfondire la conoscenza del giovane per sapere di più sulla sua provenienza, di ciò che fa per vivere, e una volta stabilita la condizione miserabile del ragazzo gli offre un’opportunità di guadagno che gli farebbe molto comodo.

Il soldato, dopo aver ascoltato in cosa consiste il lavoro propostogli, sembra sconcertato dalla richiesta, al punto che la sua ultima reazione è quella di fuggire via. Egli semplicemente non è pronto a metabolizzare ciò di cui l’uomo sta parlando e così rimane spaventato dalla situazione, non essendo ancora in grado di affrontare l’idea o il pensiero della morte né tantomeno quello di convivere avendo seppellito un altro uomo.

Badii, al contrario, non si capacita del perché la sua richiesta risulti così assurda, tratta la faccenda come qualcosa di ordinario, cercando di distaccarsi il più possibile dall’atto in sé, dall’inevitabile paura atavica di non sapere dove lo condurrà la sua scelta: non volendo più soffrire, sembra aver trovato la soluzione definitiva precludendosi la vita, ma ciò che crede di aver processato è invece solamente un pensiero, un’immagine.

E sappiamo bene che dall’immaginare di compiere un gesto del genere al farlo concretamente, è tutta un’altra storia. 

Il secondo uomo che sale sul Range Rover del protagonista è un seminarista che per guadagnarsi da vivere fa il manovale e che, al contrario del giovane soldato, non è spaventato quanto piuttosto combattuto. Egli risponde al signor Badii citando un pezzo del Corano in cui si afferma che il corpo dell’uomo è un dono di Dio e su di esso non si dovrebbe infierire: per rifiutare l’offerta non porta quindi la sua personale visione, ma fa parlare Dio al suo posto.

Al protagonista però le prediche non interessano, non ha bisogno di qualcuno che gli dica che ciò che sta facendo è sbagliato, perché nessuno sa realmente cosa stia passando.

Il sapore della ciliegia
Mr Badii – Il sapore della ciliegia (1997)

Il terzo uomo che il signor Badii carica in macchina è Bagheri, un uomo più anziano che a differenza degli altri non tentenna di fronte alla sua richiesta ed è disposto a compiere il lavoro, pur affermando che seppellire un uomo con le proprie mani sia una cosa difficile da fare.

Bagheri comincia così a parlare con il protagonista, e poiché Kiarostami decide di usare il dialogo in maniera extradiegetica, mostrandoceli solo da lontano mentre percorrono le strade montuose di Teheran, la voce di quest’uomo sembra provenire dalla terra stessa, dando la sensazione che stia parlando anche con noi.

Ricordandogli ciò che non riuscirà più a fare, Bagheri avverte il signor Badii che non potrà più vedere il sole che si alza nel cielo, le rondini volare a filo d’acqua, le stelle nelle notti di luna piena, percepire la città in movimento né sentire il sapore che ha una ciliegia.

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Il sapore della ciliegia (1997)

Nel finale il protagonista si stende nella buca da lui stesso scavata, guardando la luna mentre sta per scatenarsi un forte temporale, poi la sua immagine piano piano scompare nel buio della notte e lo schermo si tinge di nero. Il suono però resta, sentiamo i tuoni, la pioggia, la natura, il rumore della terra che continua a vivere anche dopo la scomparsa dell’uomo. Kiarostami decide di svelare l’artificio staccandosi dalla prospettiva del personaggio e dalla realtà che vedevamo tramite i suoi occhi.

Dopo lo schermo nero non vediamo più le immagini nella qualità a cui eravamo stati abituati fino a poco prima, come se lo sguardo con cui osservava il mondo fosse sparito per sempre insieme a lui: il regista, spegnendo gli occhi del protagonista, uccide quindi la finzione cinematografica e risveglia l’attore Homayoun Ershadi, facendolo ritornare nella sua realtà.

Il sapore della ciliegia diviene così un tentativo di mostrare la morte mettendo fine alla simulazione filmica e, quindi, anche alla storia di Badii.

L’uomo sparisce e con lui anche la sua visione del mondo.

Leggi anche: Babel – La connessione tra vita e morte supera lo sguardo

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