Velocità, barchini, succhini, Kinder Pinguì, ragazzi, neon e poi ancora gioia e inquietudine, insignificanza e speranza. Ma cos’è Atlantide di Yuri Ancarani?
Un documentario? Un film di genere? È un grido d’aiuto giovanile, un monito per gli indifferenti adulti o un film su noi stessi? Cosa rimane a galla di un’esistenza sommersa?
A distanza di quattro anni dal suo primo lungometraggio, Yuri Ancarani presenta alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia un’opera d’arte che sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione.
Il giovane artista ravennate era insoddisfatto. Il genere documentaristico, che ha contraddistinto la sua produzione dai cortometraggi come Il Capo o San Siro, fino al lungometraggio The Challenge, gli stava ormai stretto. Sentiva che la sua arte, il cinema, poteva spingersi oltre. Così ha deciso di entrare nella quotidiana intimità dei ragazzi veneziani che abitano l’isolata e assolata isola di Sant’Erasmo.
Di fronte a un’opera così eterogenea, ma mirabilmente armonizzata, abbiamo provato a trovare delle risposte, ma anche a porci nuove domande, parlando un po’ con la mente dietro Atlantide.
.
.
.
Yuri, pensavi che Atlantide potesse avere una simile risonanza? Come speri che venga recepito il film dal pubblico sia maturo che immaturo?
Yuri Ancarani
Quando realizzavo il film avevo dei desideri e degli obiettivi che a volte dimenticavo. Ma alcuni li ho raggiunti. Per esempio il desiderio di creare qualcosa di nuovo, che mettesse in discussione una narrazione di cinema che non interessa più ai giovani. Riflettendo sui motivi del disinteresse dei giovani, sono arrivato alla conclusione che c’era un motivo anche legato alla costruzione del film stesso. Si è dimenticato che il film che funzionava nel passato era innovativo in quel momento, non più oggi. Per me era importante creare qualcosa di diverso, che potesse anche trovare un contatto con una generazione sconnessa.
Dicono che non c’è dialogo, ma a me interessava che ci fossero pochissime informazioni. Il pubblico che sto cercando di connettere è un pubblico colto, che analizza il film, ma c’è anche l’analfabeta.
Il linguaggio audiovisivo è l’unico linguaggio comprensibile per un analfabeta. Tu scrivi con le immagini e un analfabeta capisce esattamente tutto, al punto che, se una pubblicità è diretta bene, va al supermercato a comprare un prodotto anche se non ne aveva bisogno.
Quindi io volevo dire pochissime cose, come negli spot. Dire “non credere nei sogni” e lei non crede più nei sogni e il film finisce in tragedia. La base che deve arrivare ai ragazzini è: vuoi vivere o vuoi sopravvivere? Questo film ha il desiderio di incontrare persone diverse e portarsele dentro con sè.

I personaggi del film li percepiamo, almeno inizialmente, come personaggi cinematografici e come persone reali. Ma poi tu strabordi. I personaggi non sembrano più semplici personaggi e i set non sembrano più semplici set. Spezzi con la classicità cinematografica, proponendo un prodotto originalissimo, forse mai visto. Come ci sei riuscito? Questo approccio nasce anche da una posizione ideologica nei confronti del cinema?
Yuri Ancarani
Tutti ti dicono “non puoi fare questo cinema”. E ancora ho problemi. Non posso concorrere ai premi di finzione, perché ti dicono che il film di finzione va fatto in un altro modo. E allora mi dicono di fare un passo indietro, di dire quello che non è vero, cioè che Atlantide è un documentario. Vogliono che io dica che questo sia un documentario affinché tutti possano rimanere comodi al loro posto. La fotografia, a parte le parti strutturate, l’ho curata io. Sopra i barchini c’ero io. Ma ti conviene non dire che le hai fatte tu perché la gente si spaventa. È inutile che state in duecento dietro la macchina da presa.
L’unica cosa finta è la televisione. Fa schifo, dicono solo cazzate e quindi era giusto che ci fosse. Tolto quel tassello, il film rimane in piedi lo stesso. Se tu lo togli, Daniele sta sognando.
È un film che vuole mettere insieme tutti i linguaggi che hanno caratterizzato l’immagine-movimento fino a oggi. Tutti parliamo di “grande cinema”, ma alla fine il cinema è immagine in movimento e ne sono arrivati di tipi di immagini in movimento. È arrivato il video ed è cambiato lo stile: nascono le inquadrature a mezzo busto che prima neanche esistevano o il fenomeno dei videoclip musicali, che erano un susseguirsi di immagini sconnesse, ma a ritmo di musica.
Noi viviamo completamente influenzati da immagini in movimento, quindi non mi sta bene questa cosa dei generi, di dire che cos’è. C’è anche un tutto, è giusto che ci sia. Le cineprese non sono più cineprese, sono telecamere. Un videomaker che usa la Canon per i matrimoni, gli dai una red e ci mette cinque minuti per imparare a usarla. Mi fa ridere quando mi dicono che è un documentario, con tutto il casino che c’è dentro questo film.

Il Kinder Pinguì. È un simbolo efficacissimo delle contraddizioni adolescenziali. Mi ha fatto pensare alla scena di Non è un paese per vecchi, quando Javier Bardem di fronte al benzinaio, dopo aver finito le noccioline, lascia la confezione accartocciata sul tavolo e va aprendosi lentamente. Un mondo in cui i vecchi non trovano più posto. Ma i tuoi giovani? Quale pensi sia il loro rapporto col mondo?
Yuri Ancarani
Il film dice che devi guardare dentro di te, perché se guardi fuori devi seguire il gruppo, seguire il branco e omologarti. Il finale di questo film è fatto per guardare dentro di te. Devi uscire da questo sistema che ti tiene lì e non ti fa evolvere. Gli adulti si scandalizzano per il fenomeno adolescenziale, ma nessuno fa niente.
Tutti giocano a essere dei vincenti, ma tutti finiranno per lavorare in fabbrica. Se ti guardi dentro e credi nei sogni, ce la puoi fare. Pochi ce la fanno. Rimaniamo tutti schiavi dell’omologazione se non guardiamo dentro noi stessi. È quella la corsa che devi fare, non quella col barchino. È un percorso complicato, difficile, tortuoso, ma poi arriva la luce.
Antonioni diceva: «Penso che gli uomini di cinema debbano sempre essere legati, come ispirazione, al loro tempo. Non tanto per esprimerlo nei suoi eventi più crudi e più tragici, quanto per raccoglierne le risonanze dentro di sé». Pensi che l’autore di cinema debba essere legato al suo tempo?
Yuri Ancarani
Quello che faccio deve essere oggi. Anche se facessi un film di fantascienza ambientato nel 3000, deve essere oggi. Non si può cercare di fare il cinema che era stellare una volta, oggi. Non posso pensare di fare quel cinema che non esiste più perché “quello è il cinema di valore”.
Ma ti senti addosso una responsabilità sociale?
Yuri Ancarani
Fortunatamente non sono il solo a fare questo ragionamento. Non mi sento solo, oggi danno dei termini diversi, come “il cinema del reale”; e comunque c’è una scena, nonostante la critica non se ne renda conto. Questa scena è tutto. Ma non si spinge la scena. Questo è un grosso problema. Sarebbe più divertente e interessante per tutti se si ammettesse che c’è una scena. Una scena nata proprio in Italia.
A quale scena ti riferisci?
Yuri Ancarani
Una scena di autori che si muovono in un ambito nuovo. Io non ti faccio nomi, son cazzi vostri. Posso solo salutare i festival e scuotere la testa quando tutte le volte qualcuno parla di una scena.
Mentre quali sono i miei obiettivi sociali? Gli obiettivi di un artista sono portare alle persone nuovi punti di vista possibili.

Dai voce alla trap. Mi sembra che ci sia quasi un rigetto costante da parte degli adulti e anche dei giovani verso la trap.
Yuri Ancarani
Fa ridere. Fa ridere perché l’adulto ha dei limiti. È cresciuto a dover essere un vincente in ogni ambito, se non faceva 85 doveva fare 86. La musica dei vent’anni è la musica che sarà la colonna sonora della tua vita. La trap è da comprendere. La trap è spettacolo, è una messa in scena, non c’è nulla di reale.
Hai ragione, la trap va compresa e a me sembra che alcuni autori si stiano facendo carico di questa indagine. Un esempio è Lovely Boy, il nuovo film di Francesco Lettieri. E da questa indagine sulla trap mi sembra venga fuori una profonda incomunicabilità e disinteresse, dovuto all’impossibilità di dare senso alle cose e alla vita. Daniele ascolta Non mi interessa, cerca di piegare la realtà a proprio piacimento, ma una volta piegata si rende conto che non c’è senso. Ma allora cosa rimane ai ragazzi?
Yuri Ancarani
Qualcuno si salverà e si eleverà. Salvarsi vuol dire elevarsi.
Sono tutti male-educati da una male-educazione consapevole. Un adulto educa come è stato educato e si ripetono gli stessi errori. Ma è una maleducazione inconsapevole. Parlo dell’educazione sul rapporto tra uomo e donna, dell’educazione agli obiettivi. L’educazione da principio è volta a separare il mondo maschile da quello femminile, attraverso regole, connotazioni. I maschi hanno quasi un rifiuto del mondo femminile, un distacco. I maschi iniziano quasi a odiare le donne. È assurdo, ma è così.

Hai rappresentato una Venezia con una doppia faccia. La solare e giovanile zona delle isole, come Sant’Erasmo, e l’oscura e inquietante laguna verso il finale. Volevi dare un certo aspetto a Venezia? Se sì, quale?
Yuri Ancarani
Volevo scardinare i meccanismi dei luoghi comuni ed è stata una sfida iniziale. Potevo andare da qualsiasi parte per dire ciò che volevo dire. Ma ho scelto la città più pericolosa e sapevo che avrei trovato il luogo giusto per mostrare un lato oscuro della città.
Mi sono fatto aiutare dagli occhi degli adolescenti. Se mi fossi fatto aiutare dagli adulti avrei dovuto impostare un discorso su come sarebbe dovuta essere la città, come si dovrebbe vivere, come addirittura ci si dovrebbe spostare. Mi è parso che fosse tutto un “come”, ma alla fine nessuno fa un cazzo. Tutto una teoria, ma nessuno fa niente, sono tutti a bere gli spritz. Era ottimo guardare Venezia dagli occhi sognanti o senza futuro di questi ragazzi, che sono tutti veri e generosi.
Possiamo criticare quanto vogliamo, ma questi ragazzi amano enormemente il loro spazio, al punto che preferiscono affondare con Atlantide. Preferiscono.




