«Salva l’anima dalla spada, salva il cuore dal potere del cane».
(Libro dei Salmi, 22-20)
Che cos’è «il potere del cane»? Si tratta di un’espressione molto particolare. Intuitivamente associamo questo animale a un’immagine positiva, che rimanda all’affetto e alla fiducia, non a un pericolo da cui bisogna salvarsi. Tuttavia il cane discende direttamente dal lupo, bestia che invece rimanda alla caccia, alla forza e all’istinto più primordiale.
Un’altra domanda sorge allora spontanea. Che cosa c’entra questa espressione biblica con il nuovo, atteso film di Jane Campion?
Escludendo la serie Top of the Lake, era da ben tredici anni che l’acclamata regista neozelandese non prendeva in mano la macchina da presa. Adattando l’omonimo romanzo di Thomas Savage, Jane Campion si è così cimentata nella realizzazione de Il potere del cane, un dramma western ambientato negli anni Venti del secolo scorso.

Se si vuole parlare de Il potere del cane, bisogna partire dai suoi personaggi. Nel Montana del 1925, Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons) sono due fratelli che gestiscono un vastissimo ranch.
Phil è un cowboy rozzo e brutale, che vive nel ricordo del suo defunto mentore Bronco Henry. Quest’ultimo lo ha educato a un rigido modello di mascolinità che Phil ora segue alla lettera, non lasciandosi mai andare a sentimenti di pietà o affetto. Al contrario, George è un uomo gentile e di buon cuore, che subisce passivamente il comportamento scontroso e offensivo del fratello.
George si innamora della dolce Rose (Kristen Dunst), una vedova che gestisce una locanda insieme al figlio adolescente Peter (Kodi Smit-McPhee). Presto i due si sposano e Rose si trasferisce nel ranch del marito. George inoltre finanzia gli studi di Peter per diventare un dottore.
Questo cambiamento turba profondamente la quiete di Phil, che inizierà a tormentare psicologicamente quelli che considera dei veri e propri intrusi. In particolare, l’uomo mostra un profondo disprezzo verso l’indole raffinata, quasi femminile del giovane Peter, in netto contrasto con quella virilità che considera intoccabile. Tuttavia con il tempo la situazione si rivelerà molto più complessa del previsto e i tesi, precari rapporti tra i personaggi avranno epiloghi inaspettati.
Centrale ne Il potere del cane è senza dubbio la mascolinità tossica e autodistruttiva che contraddistingue il personaggio di Phil Burbank. Una mascolinità ormai irraggiungibile, che trova le sue radici nel passato. Bronco Henry, personaggio invisibile della storia, è infatti il simbolo di una virilità al tramonto, destinata a essere superata dal progresso. Non riuscendo ad accettare l’inevitabile trascorrere del tempo, Phil sfoga le sue frustrazioni sulla cognata e sul figlio.
Nel corso del film lo spettatore scopre come, dietro la mascolinità tanto ostentata da Phil, si nasconda una profonda, inconfessabile vulnerabilità. Questo spiraglio di umanità verrà risvegliato attraverso il suo complesso rapporto con il giovane Peter.

Fin dall’inizio è chiaro come la personalità di Peter sia in netto contrasto con quella di Phil. Non è un caso che la sua entrata in scena lo veda intento a fabbricare dei fiori decorativi per i tavoli della locanda: il ragazzo ha un animo delicato, a tratti femmineo. In seguito alla prematura morte del padre, è inoltre molto legato alla madre Rose, la quale probabilmente gli ha trasmesso questa sensibilità.
Tuttavia il personaggio di Peter è forse il più ambiguo de Il potere del cane. Se infatti le sfumature psicologiche di Phil vengono pian piano svelate, i sentimenti del giovane non vengono mai del tutto chiariti. Si capirà però presto che, dietro la corporatura esile e i modi gentili, si nascondono intenzioni molto meno innocenti di quanto possano apparire.
Nonostante il tema principale sia la mascolinità e le sue sfumature, Il potere del cane non dimentica il personaggio femminile. All’inizio la sorte di Rose sembra più che positiva: dopo aver passato anni da sola, si sposa con un uomo che la ama e si trasferisce nella sua grande villa. Le violenze psicologiche del cognato fanno però presto cessare il suo idillio: man mano che il tempo passa, Rose si sente sempre più a disagio e fuori posto, tanto che affogherà le sue frustrazioni nell’alcol.
Se da una parte la causa principale del suo crollo risiede nel comportamento del cognato, dall’altra è palese l’atteggiamento passivo, indifferente del marito. Il fatto che quest’ultimo, nella seconda metà della storia, sembri scomparire non costituisce una pigrizia di sceneggiatura, ma una scelta intenzionale: dopo il matrimonio, George è sempre più assente.
Rose è probabilmente l’unica vera vittima de Il potere del cane: angosciata e impotente, non le resta che una lenta e silenziosa autodistruzione.

Questi tre personaggi non avrebbero forse avuto lo stesso impatto senza i loro ottimi interpreti. Benedict Cumberbatch si conferma uno degli attori migliori della sua generazione: la sua interpretazione di Phil Burbank rasenta la perfezione, diventando immediatamente uno dei favoriti per la corsa all’Oscar. Kristen Dunst, che già aveva dimostrato il suo talento, soprattutto in Melancholia (2011) e Fargo (2015), si conferma un’interprete intensa. Ma la vera rivelazione è il giovane Kodi Smith-McPhee, perché riesce a donare al suo personaggio un’ambiguità tale da renderlo indecifrabile per tutta la durata del film.
Se c’è un elemento che potrebbe allontanare alcuni spettatori dalla visione de Il potere del cane è probabilmente il suo ritmo. Dividendo la storia in capitoli, Jane Campion sceglie di raccontare questo dramma psicologico attraverso uno stile lento, fatto di poche parole e lunghi silenzi scanditi dall’ansiogena colonna sonora di Jonny Greenwood.
In fondo, Il potere del cane mette in scena un gruppo di persone che non fa altro che ferirsi reciprocamente in un lento gioco al massacro. E si sa, i rapporti umani non sono fatti di lunghi monologhi o sentimenti urlati, ma di continui “non detti” e azioni apparentemente insignificanti.

Vincitore del Leone d’argento per la miglior regia al festival di Venezia, Il potere del cane è un intenso dramma psicologico sulle conseguenze della mascolinità esasperata. Nonostante il film sia aperto a più interpretazioni, Il potere del cane, dal titolo sembra infatti riferirsi a tutti gli istinti, dai più umani ai più animaleschi, repressi dalla volontà di raggiungere un modello di virilità impossibile.
Ribaltando i canoni classici del genere western, Jane Campion realizza così uno dei film più interessanti dell’anno.




