Belfast e il ricordo approssimativo dell’infanzia

Giulia Pilon

Marzo 1, 2022

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Entrare nel territorio del ricordo non è mai semplice, e nemmeno scontato.
È un’operazione dall’alone concitato ed emozionato, doloroso e sentito, soprattutto se si tratta dell’infanzia. Un tempo così autentico che lo stesso bisogno di ricordare è rischioso, in quanto zona franca, pura e purificatrice. Ecco, si può parlare di tentativo di purificazione per il nuovo film di Kenneth Branagh, Belfast.
Un vero e proprio atto di liberazione.

Per il regista si tratta di un momento d’emancipazione, un’opera di riscatto, il sollievo di poter parlare (e far parlare) di sé senza retorica. Questa l’intenzione di fondo, evidente e lampante. Purtroppo, però, la spinta verso la necessità di essere riconosciuti risulta eccessiva, quell’amarcord resta soltanto un esperimento non riuscito, troncato a metà, dalle belle inquadrature e le tinte artificiose. Ciò che resta è una riflessione approssimativa sul luogo, sui rapporti, e un chiaro bisogno di appartenenza.

Belfast
Buddy (Jude Hill) estasiato dalla visione di un film in sala, in un frame di “Belfast“

«For the ones who left, for the ones who stayed».

(Kenneth Branagh)

Belfast, 1969. In auge un conflitto etnico-nazionalista, i cattolici vengono discriminati dai protestanti. Un clima di incertezze, violenze tra le vie del paese, sguardi inquisitori. Una moderna caccia alle streghe, mentre Buddy, alter ego di un piccolo Branagh, si crogiola sereno tra l’amore familiare e quello per il cinema.

Nonostante il panorama terrificante, Buddy esperisce la vita con la stessa innocente purezza di un classico bambino di nove anni. Gioca a pallone, si innamora, va a scuola, fa nuove amicizie, si riempie gli occhi di cinema, e corre. Buddy corre sempre, durante tutto il film, con quella cartellina sulle spalle, gli shorts e le sue scarpette. È tutto bellissimo, i genitori, i nonni, e il loro amore così genuino, armonioso, pulito. Un quadretto che spicca per la sua smaccata artificiosità, filtrata dalla messa in scena di un momento di vita in cui è impossibile non immedesimarsi.

Eppure, Branagh ci riesce. È capace di rendere leziosa anche la spensieratezza di un bambino. Di trasformare uno spezzone di vita così determinante e formativo in una caratterizzazione manierata e inconcludente. Il regista rincorre il film d’autore nello stesso modo in cui Buddy scappa dagli incendiari del quartiere per raggiungere un porto sicuro, quello di casa.

Buddy, armato di spada di legno e coperchio del bidone della spazzatura

Branagh vuole arrivare, la sua è un’operazione di convincimento volta a forzare un sentimento sullo spettatore, l’empatia. Disgraziatamente, così facendo, annulla ogni possibilità di identificazione con ciò che si sta guardando, annientando anche lo spazio a disposizione per lo sviluppo dei personaggi.

Gli attanti sono rappresentazioni bidimensionali, la loro assenza di caratterizzazione si sposa perfettamente con l’ambientazione asettica che viene proposta. Il vissuto che lega il regista alla città e, conseguentemente, Buddy al suo quartiere, è evidente. L’attenzione per il dettaglio, il cielo, i tetti delle case e la loro architettura interna, concorrono tutti alla creazione di una intimità, di un lessico familiare. I rapporti sono qui mostrati nella loro forma più genuina. Ce lo dicono gli sguardi, ce lo ricordano i movimenti, ce lo suggeriscono i dialoghi.


Buddy: «Penso che papà vuole che lasciamo Belfast».
Nonno: «E tu che cosa vuoi?».
Buddy: «Ogni notte prima di andare a dormire, dico le mie preghiere e chiedo a Dio di sistemare le cose, così quando mi sveglio sono il miglior calciatore al mondo».

Belfast
Nonna (Judy Dench), Buddy e Nonno (Ciaràn Hinds) in un frame di “Belfast“

Mamma: «Come posso lasciare Belfast?».
Zia Violet: «Non me ne preoccuperei. Gli irlandesi sono nati per partire. Altrimenti, il resto del mondo non avrebbe pub. Abbiamo solo bisogno che la metà di noi resti, così che l’altra metà possa diventare sentimentale su quelli che se ne sono andati.
Per sopravvivere gli irlandesi hanno solo bisogno di un telefono, una Guinness e la partitura di Danny Boy».

Il punto focale, il perno attorno al quale vuole ruotare la narrazione, ciò che si vuole trasmettere, è un profondo senso di familiarità. Un cameratismo che discende dalle relazioni umane e dal sodalizio instaurato con lo spazio, così radicato in chi lo abita. Tutti si conoscono e tutti conoscono tutto. E questo meccanismo di riconoscimento è atto a instaurarsi anche tra lo spettatore e ciò che sta vedendo. Il fruitore deve identificarsi nel nido familiare, nella fraternità, deve accedere alla sua umanità mediante un’azione di immedesimazione con lo schermo.

A m’arcord molto bene

Tutto avviene secondo quella logica di “cinghia di trasmissione” che attua il testo con lo spettatore: l’emittente della comunicazione si interfaccia direttamente con il suo destinatario. Ce lo dice a chiare lettere la tradizione semiologica della teoria dell’enunciazione, l’osservatore viene collocato nella narrazione, gli viene assegnato un punto di vista così da predefinire il suo percorso di lettura.

Nel caso di Belfast, il punto di vista assegnato è quello di Buddy, uno sguardo quindi puro e incontaminato, lo stesso tipo di sguardo che lo spettatore dovrebbe assumere sulla narrazione. Tuttavia, a tratti, ciò non funziona.

Lo spazio rappresentato nel film risplende di retorica, assurgendo di conseguenza a luogo astratto, in cui i personaggi, bidimensionali, si muovono visivamente, ma restano bloccati nel loro evolversi. L’artificiosità allora impedisce il meccanismo di riconoscimento, dando allo spettatore la sensazione di aver visto una bella favola, ma niente più.

Molto si è detto e molto si è fatto, a proposito del recupero dell’infanzia in termini di rappresentazione filmica. Amarcord, in questo senso, è uno stendardo del filone del ricordo. Così come Roma, o il più recente È stata la mano di Dio.
Ciò che accomuna Fellini, Cuaròn e Sorrentino è l’urgenza artistica di ricordare e, nel farlo, scoprire anche qualcosa in più di sé.

La messa in scena dell’autoritratto in questo senso corrisponde a una profonda riflessione sul luogo, l’appartenenza a esso e la sua condivisione. Ma soprattutto, lo snodo fondamentale è l’esigenza di dipingere il particolare, dare forma all’inconsistente, non dimenticare.

La rievocazione in chiave nostalgica di personaggi come la Gradisca in Amarcord, per esempio, aiuta a dare colore al ricordo, e dimostra una conoscenza penetrante del vissuto. Una conoscenza che Branagh certamente possiede, ma che non lascia dispiegare del tutto.

Il regista Kenneth Branagh a tu per tu con Buddy, interpretato da Jude Hill

Gli “amarcord” sono per loro natura disgiunti, proprio come i ricordi. Lo sussurra anche il voiceover di Jonas Mekas nell’imponente film sperimentale As I was moving ahead, I occasionally saw brief glimpses of beauty.

«Memories, memories, they come and go, in no particular order.
I remember this, I remember that; places, faces, they come and go».

(Jonas Mekas, As I was moving ahead, I occasionally saw brief glimpses of beauty)


Con Belfast, non ci aspetta pertanto una narrazione dai classici tre atti o un’articolazione lineare, è prevedibile la realizzazione di un dipinto di situazioni. Ma qui, oltre all’amore incondizionato della famiglia, non c’è niente a reggere le fila di un discorso spezzato a metà.

Il tentativo di Branagh di ripercorrere il suo passato lascia un po’ l’amaro in bocca. Lo spettatore resta un po’ in sospeso, come Buddy che saluta la nonna dal finestrino di un autobus. Ciò che rimane è la consapevolezza di aver condiviso un momento importante, che certamente poteva essere di più.

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