Orecchie – Sull’incapacità di sentire… e ricordare
Il suono di un citofono, un ronzio incessante e incalzante. Poi una scritta su un post-it attaccato al frigo: «È morto il tuo amico Luigi, mi dispiace. P.S. Mi sono presa la macchina!».
In queste prime sequenze è già racchiuso tutto l’animo, anzi il suono di Orecchie (2016), diretto dal regista Alessandro Aronadio, alla sua seconda opera.
Il film narra le gesta della giornata di un uomo ordinario dai confini sbiaditi, che di suo non ha nulla compreso il nome. Una giornata che però è riempita da un suono che fa capolino nelle orecchie appena apre gli occhi, appena mette i piedi nel mondo.
C’è ancora speranza nel mondo?
Roma, mattino. Lui (Daniele Parisi) si sveglia solo nel letto della compagna con un suono atono simile a un ronzio. Prima però sente un campanello, forse un fischio. Si tocca le orecchie. Forse è un campanello.
Due suore alla porta gli chiedono se ci sia ancora speranza nel mondo. Scombussolato dallo strano risveglio, pare non capire cosa succeda. Lui cerca di frenare l’incalzare delle sorelle utilizzando il paralogismo.
Intanto una vicina, allontanatasi dalla fede dopo la recente scomparsa del marito, si fa largo nel discorso e i tre entrano in casa di Lui attonito. Attraverso un album dei ricordi, l’anziana signora inizia a ripercorrere la storia con il marito. Il racconto ridonda fino a diventare rumore di sottofondo. Annoia le stesse sorelle che, dopo aver notato una fotografia incorniciata di Lui assieme alla compagna, gli fanno notare quanto lei non sembri così felice.
Suora: «Si vede che non è felice…».
Lui: «Eh?».
Suora: «Che non è felice, si vede. Guardi gli angoli della bocca».

Dopo questo incontro, concluso da un tragicomico episodio, la compagna Alice gli ricorda al telefono di un post-it che non ha notato, con sopra la notizia della scomparsa di un amico di nome Luigi.
A partire da questo momento, Lui inizia a prodigarsi per scoprire la causa del fischio alle orecchie e per ricordare l’identità di Luigi che ha dimenticato. Alla ricerca di un nome da dare alle cose.
Ciò che appare fuori è ciò che è dentro
La segretaria del pronto soccorso presso cui si reca lo ignora. C’è un plexiglass tra di loro, ma non è quello che li separa. La macchina dei ticket per le visite non funziona. C’è un’interferenza con un tecnico. Un medico lo visita e si prende gioco di lui. È una giornata che potrebbe essere semplicemente atipica, ma che spinge per mostrare dell’altro.
Il mondo di Orecchie è un mondo leggermente fuori dal comune. Lo spettatore non si trova mai dinanzi alla narrazione di un mondo del tutto surreale: il mondo resta il mondo, farcito dalle sue bizzarrie, ma in Orecchie queste si sentono in maniera più forte. Bizzarrie che lasciano spazio agli interrogativi senza però mai oltrepassare quel limite nel ritenere che ciò a cui si assiste possa non essere vero.
Di tanto in tanto Lui porta la mano all’orecchio come a proteggersi dal fastidio irruento del fischio, simile a un monito che lo risveglia dal torpore che dirige la sua esistenza.
Lui non ha un nome ed è pure ingrigito come il mondo in bianco e nero che lo circonda. Bianco e nero come il pragmatismo che utilizza con le sorelle, e che forse usa da sempre anche con se stesso per evitare di interrogarsi pur essendo un insegnante di filosofia.
Ed è qui che il mondo che osserva lo spettatore, insieme al protagonista, inizia ad acquisire senso. Le stranezze di Orecchie sono stranezze che il protagonista pare non associare al suo mondo interno e che, anzi, proietta al di fuori di sé come a creare egli stesso le fattezze di quel mondo esterno.

L’importanza di ricordare in Orecchie – La visione di Aristotele
Per Aristotele la possibilità di udire suoni è strettamente connessa alla memoria ed è questo legame che consente di apprendere. Quanto alla reminiscenza, l’udito ha priorità su tutti gli altri sensi.
Con l’udito compromesso, Lui perde la possibilità di vagare nei ricordi. Possibilità a cui probabilmente non ha mai dato ascolto forse neanche prima. Un professore di filosofia troppo preso nella retorica dei suoi stessi insegnamenti da non riuscire a concedersi l’unica esperienza reale possibile: quella di apprendere realmente dalla vita per definirsi e tracciare i suoi contorni.
«Il difetto più grande della filosofia è quello di allontanarsi dalla realtà» sostiene la caporedattrice di una rivista presso cui va a sostenere un colloquio. In effetti non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire – e infatti il suo fischio diventa all’occorrenza un utile stratagemma per estraniarsi da ciò che lo circonda. Diventando concretamento una piacevole melodia che sovrasta il parlare della caporedattrice. Una storia, quella di Orecchie, che oscilla tra rumori di fondo, melodie e interferenze.
Collega: «Forse quel fischio sta per qualcosa di altro, come la spia sul cruscotto».
Un insegnante di filosofia, dunque, che non si dedica all’indagine del sé, ma che anzi lascia il mondo fuori e che solo grazie a un collega opportunista e stolto inizia a notare la possibile reale natura che si cela dietro quel fischio.
Lui continua la ricerca sull’identità dell’amico defunto fino a scoprire che Luigi non esiste, o meglio che esiste, ma che viene scambiato come un amico per via di una telefonata sbagliata.
L’essenziale è invisibile agli occhi (e sordo alle orecchie)
La domanda che conduce lo spettatore lungo la storia e che ne detta il ritmo, svanisce. Un interrogativo però resta, un sottotesto che finisce per insinuarsi nel protagonista. Sotteso alla domanda “chi è Lui-gi?”, resta lui. Aveva dimenticato l’assenza di sorriso nella sua donna, aveva dimenticato persino di sé.
La vera domanda tematica del film dunque si disvela nell’essenzialità. Un essenziale che in tutta la sua potenza viene paragonato, metaforicamente, al dimenticarsi dell’esistenza di un caro amico: non ricordare il sorriso della sua compagna, quindi, equivale a non vederlo.
Letteralmente non viene mostrato allo spettatore fino a quando il protagonista capisce quanto sia necessario vederlo. Sorriso coperto fino a quel momento da una mascherina.

La narrazione agisce sul concetto specchio del ricordare/riconoscere. Questo filo bidirezionale ne tesse la storia e connette indissolubilmente il non capire il mondo al non capire se stessi e viceversa.
Un binomio, quello tra il sentire e il ricordare (riconoscere), già indagato da Aristotele, entro cui si muove e prende forma tutto il film, mostrandosi nelle scene finali del funerale di Luigi. L’omelia tenuta dal protagonista per tentare di commemorare comunque quell’uomo sconosciuto si rivela tentativo per ri-conoscersi e ri-affermarsi attraverso quello che di fatto diventa un monologo interiore.
Non è la storia di un uomo sconosciuto, ma è sconosciuta la sua di storia.
Come sconosciuta è la natura del fischio che gli resta comunque nelle orecchie, anche dopo questo momento catartico.
Il mondo resta matto o forse solo incomprensibile come lo siamo tutti a noi stessi. Ma in fondo, come dice Lui in battuta finale:




