I rallentamenti sui set cinematografici dovuti alle misure di sicurezza contro il Covid sono diventati essi stessi materia di un film. Questo è il tentativo di Judd Apatow con la sua nuova commedia Nella Bolla, da poco disponibile su Netflix. Traendo spunti da fatti di cronaca recentissima, il regista ironizza sugli effetti della pandemia in campo cinematografico. All’alba delle prime ondate di Covid, ancora senza vaccini, quando al primo caso positivo le riprese dovevano essere fermate per settimane.
Nella Bolla ci porta a seguire le vicende di Coral Cobb (Karen Gillan), attrice la cui vita inizia ad andare a rotoli dal momento in cui entra nel cast di un film d’azione di serie C. Bloccata su un set asettico e blindato all’inverosimile, deve tirare avanti tra riprese frustanti, colleghi presuntuosi, produttori avidi e le serratissime restrizioni contro il Covid che non fanno che aumentare la tensione.

Attraverso le celebrità bloccate su questo set opprimente, Apatow trova il giusto pretesto narrativo per lanciarsi in una satira contro il cinema mainstream contemporaneo.
Togliendo qualche dente amaro, l’obiettivo di Nella Bolla è svelare le squallide dinamiche della produzione di un blockbuster moderno ricco di effetti speciali, spinto solo da fini di profitto ma privo di valore artistico.
Cliff Beast 6, il blockbuster al centro della produzione (con un trailer pubblicato come Pesce d’Aprile), è infatti uno di quei film ad alto budget pieno di irreali scene d’azione. Tra scalate sull’Everest, dinosauri volanti, battaglie con il lanciafiamme e – per non farsi mancare proprio nulla – qualche balletto pensato per TikTok. Un cinema di dinosauri e di TikToker (fortemente caricaturizzato, ma dai lampanti riferimenti reali) pensato esplicitamente per «un pubblico con aspettative basse, fatto di bambini, non di persone intelligenti». Eppure, l’unico apparentemente in grado di riempire le sale.

Se guardi troppo a lungo nell’abisso…
Eppure, nonostante l’ostentata visione critica e ironica su quello che pare essere un problema del nostro presente (senza dimenticare citazioni al recente Batman di Robert Pattinson), Nella Bolla convince poco, risultando meno originale e graffiante rispetto alle proprie ambizioni. Sotto una patina di novità formale, le critiche e osservazioni veicolate contro il mondo dello show business risultano abbastanza banali, poggiandosi su una sceneggiatura che ripropone stereotipi già ampiamenti diffusi.
Mostrando celebrità eccentriche, viziate, interessate ai soldi e non all’arte, dipendenti da droghe e con diversi divorzi alle spalle, Nella Bolla non stupisce e non diverte.
Si limita a evocare un repertorio di figure già ampiamente assimilato dall’opinione comune, già trattato da una vastissima schiera di film. Dopotutto, la Hollywood che parla di Hollywood è ormai un genere a sé state, rinnovato quotidianamente dagli scandali che popolano le notizie di cronaca.

L’impressione è che Nella Bolla giri a vuoto su scenette comiche già viste, senza reggere alcun discorso autentico. Si percepisce totalmente la mancanza della profondità e della cattiveria necessaria per un simile prodotto satirico.
La spregiudicatezza è solo apparente, nonostante le proprie ambizioni devianti dal cinema di massa. Il film si sviluppa nel più assoluto conformismo di atteggiamenti e di idee, banalizzando le tematiche affrontate e limitandosi a secondare l’opinione corrente su argomenti quali il poco valore artistico del cinema commerciale, la macabra figura dell’influencer, l’eccentricità dell’artista indie o l’avidità degli studios.
Ma sorge forse il dubbio che questa superficialità sia del tutto intenzionale. Non è forse lecito supporre che Nella Bolla si poggi di proposito su stereotipi assodati per proporsi a un vasto pubblico generalista, pigro e senza aspettative? Non sacrifica forse uno sguardo critico in favore di innumerevoli siparietti comici solo per aumentare la smerciabilità del film?
Insomma, è possibile che Judd Apatow, guardando troppo a lungo nell’abisso del cinema commerciale, si sia lasciato guardare dallo stesso abisso? Potrebbe quindi essersi ritrovato a dirigere la solita minestra piena di cliché e di facile consumo, lo stesso oggetto detestato dalla sua satira?





