Le vie del Signore sono finite – La coscienza di Camillo

Camilla Sanvi

Maggio 4, 2022

Resta Aggiornato

«L’amore è il passo più vicino alla psicosi».

(Sigmund Freud)

Camillo Pianese (Massimo Troisi), protagonista del film Le vie del Signore sono finite (1987) si rivela essere un esempio più che fedele alle parole del padre della psicoanalisi. Camillo è un malato di amore, affetto da una malattia psicosomatica che lo rende paralitico dalla vita in giù. L’esame clinico non rivela alcuna patologia, ma il suo medico-analista si interroga sull’esistenza di una possibile correlazione tra la rottura del fidanzamento con Vittoria, una ragazza di origini francesi, e la comparsa di tale indisposizione.

Secondo la concezione freudiana Camillo Pianese è un inetto, una figura passiva e vittima delle turbolenze della vita
Camillo Pianese e suo fratello Leone in treno di ritorno da Lourdes ne Le vie del Signore sono finite (1987)

Il protagonista si dimostra intollerante di fronte all’abbandono. La sedia a rotelle diventa così un pretesto per manipolare gli altri e ottenere ciò che desidera, facendo leva sulla pietà. Camillo pretende a tutti i costi di essere amato. Ed è proprio tale presuntuosità a fare di lui una persona pigra e immatura.

Camillo: «Io non leggo mai, non leggo libri, cose…pecché che comincio a leggere mo’ che so’ grande? Che i libri so’ milioni, milioni, non li raggiungo mai, capito?… pecché io so’ uno a leggere, là so’ milioni a scrivere, cioè un milione di persone e io uno mentre ne leggo uno…ma che m’emporta a me?».

Che senso ha cominciare a leggere un libro quando nel mondo ogni giorno ne vengono pubblicati di nuovi? Questa è la domanda che il protagonista pone a Orlando, un ragazzo realmente paraplegico, durante il ritorno dal pellegrinaggio a Lourdes. Camillo naviga nell’inerzia più totale e questa dichiarazione avvalora tale posizione.

Il ritratto di un uomo pigro, egocentrico e manipolatore non fa altro che rinforzare l’idea che il sentimento provato da parte del protagonista di Le vie del Signore sono finite nei confronti di Vittoria non sia altro che un amore-bisogno.

Lo scrittore C.S. Lewis divise l’amore in due tipi: l’amore-bisogno e l’amore-dono; se il primo dipende dall’Altro, ed è quindi un amore immaturo, il secondo comporta un’incondizionata volontà di donare amore, indipendentemente che l’Altro ci sia o meno.

le vie del signore sono finite
Virginia e Camillo ne Le vie del Signore sono finite (1987)

Il tentativo di sfruttare il prossimo a proprio vantaggio fa sicuramente storcere il naso circa la validità dello stato paralitico di Camillo Pianese. Noi spettatori non sapremo mai se ciò che tiene il protagonista legato alla sedia a rotelle sia il prodotto di un capriccio o meno, neppure dopo la sua miracolosa guarigione a seguito della rottura tra Vittoria e un ricco e giovane francese.   

                Camillo: «Lui mi dice “tu non sei malato nelle gambe, tu sei malato in testa, c’hai l’inconscio”… la nuova cura…inconscio…che vuol dire…in testa, penso poi non lo so…».

Lo scetticismo del medico-analista di Camillo riguardo la sua diagnosi diventa il movente per tentare di intrattenere una corrispondenza con il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. Una corrispondenza che però non si verificherà mai. Il motivo? L’ostilità della cameriera del filosofo austriaco nei confronti degli italiani, dopo la vittoria di questi ultimi nella Prima Guerra Mondiale.

L’assurda ragione per cui le lettere non hanno mai ricevuto risposta traspare dunque nel risentimento della domestica verso il vittorioso popolo italiano. Ella decide quindi di cestinare le missive non appena raggiungono la dimora di Freud.

Tenterei ora di sconvolgere le sorti di Le vie del Signore sono finite ipotizzando che la corrispondenza epistolare si realizzi. Freud inaspettatamente risponde. Arriva a teorizzare una diagnosi per la malattia del protagonista e liquida qualsiasi perplessità riguardo l’insolita infermità. Quale sarebbe il suo responso?

Durante gli anni ’20 l’agenda di Freud, straripante di impegni, non gli avrebbe certo consentito molto tempo da dedicare a rispondere a un medico di un piccolo borgo recondito nel Sud Italia. Nonostante la lunghezza stringata della missiva le parole risulterebbero sufficienti per comprenderne la grandezza e il valore. La personalità freudiana emergerebbe senza ombra di dubbio, mostrando una visione  pessimistica e stoica nei confronti del genere umano.

Il carattere schivo e severo di Freud sarebbe intervallato da espressioni quasi confidenziali nei confronti del suo interlocutore, d’altronde suo collega. Dunque ci imbatteremmo in una lettera lungi dall’essere meramente basata su una spinosa formalità, ma contraddistinta da un registro composito di terminologie professionali e tecniche.

Secondo la concezione freudiana Camillo Pianese è un inetto, una figura passiva e vittima delle turbolenze della vita
Sigmund Freud – Il padre della psicoanalisi

“Caro collega,

Il paziente da lei preso in cura rivela dei sintomi legati indiscutibilmente all’aspetto psichico. Questa inattesa condizione paraplegica viene affibbiata a un soggetto particolarmente sensibile alle sofferenze della vita. L’abbandono rappresenta una delle innumerevoli e spiacevoli esperienze che noi tutti, prima o poi, sperimenteremo; ogni uomo, presto o tardi che sia, ne sarà vittima.

Le ricerche da me svolte in campo psichico hanno collaborato con numerose teorie in campo medico, dando alla luce una branca intermedia, la psicosomatica; quest’ultima evidenzia la stretta correlazione tra la psiche e il corpo (o soma). Essa può potenzialmente dare vita a numerose patologie, tra le quali quella di cui il paziente in questione è presumibilmente affetto.

Nonostante ciò, la diagnosi non si conclude qui. La sollecito ad andare oltre. La invito a investigare l’attitudine del signor Pianese nei confronti della vita e degli imprescindibili patimenti che la riguardano. Dal profilo del paziente da lei delineato riscontro una certa pigrizia dello stesso nel fronteggiare la quotidianità, quasi un vittimismo cronico, un individuo in balia delle onde dell’esistenza.

Questo stato di inoperosità si riscontra nella paralisi mentale voluta dal paziente. Utilizzo il termine di volontà poiché abbiamo a che fare con un soggetto inetto, incapace di agire. Convinto di trovarsi ad affrontare qualcosa di troppo grande per lui, l’inetto si siede, rimanendo a guardare la vita scorrergli innanzi.

La terapia parte dalla psiche del paziente. Il signor Pianese deve essere portato al corrente dell’inevitabilità delle sofferenze che la vita comporta. La esorto, dunque, a far intraprendere un percorso di autoanalisi all’inetto in questione, interessandosi a pratiche quali il monologo interiore e il flusso di coscienza. Ritengo che questo sia il primo passo necessario (purtroppo non sufficiente), verso la guarigione dalla paralisi somatica, ma prima di tutto psichica, che domina il paziente.

Distinti saluti,

Sigmund Freud”

L’inettitudine diviene la risposta allo stato paralitico di Camillo Pianese ne Le vie del Signore sono finite. Una condizione, quella dell’inetto, che al giorno d’oggi rappresenta il vizio capitale di una società divenuta eccessivamente vulnerabile e protetta.

I media, in particolare, si dimostrano i primi a costruire una barriera difensiva, col fine di nascondere, quasi mistificare all’uomo la vera faccia amara della realtà.

Il sistema mediatico ci protegge, ci colloca all’interno di una bolla dalle pareti alquanto fragili e demolibili in ogni momento. Ed è proprio a seguito di tale demolizione che veniamo catapultati negli abissi, in balia di un mondo che pensavamo di conoscere e che ora sembra non proteggerci più. E come Camillo, ci ammaliamo.

L’incapacità di fronteggiare le percosse della vita ha condotto Camillo alla rassegnazione, a ricoprire un ruolo di vittima. Egli si accomoda sulla poltrona della pigrizia, diventando spettatore e non protagonista. La fine di un amore lo ha profondamente ferito e lui si è arreso, immergendosi nel mare dell’inettitudine, oppresso da un sistema che sembra negargli serenità.

Tuttavia risulterebbe impreciso confinare il vizio dell’inettitudine alla sola contemporaneità, dominata dall’asfissiante sistema mediatico. È sufficiente compiere un breve excursus storico-letterario per scoprire quanto l’inettitudine non sia una condizione insolita, ma risulti a tratti innata nel genere umano.

Se poniamo lo sguardo alla letteratura italiana del Trecento possiamo accorgerci che la figura dell’inetto, sotto la denominazione di ignavo, compariva già nella Divina Commedia. Il poema epico- didascalico di Dante Alighieri, ricco e composito di storie e modus vivendi, non poteva certo escludere una figura così emblematica e peccatrice.

Gli ignavi, vennero collocati dal poeta fiorentino nell’Antinferno, posizione che suggerisce la negativa connotazione conferita non solo dall’immaginario dantesco, ma dall’intera società trecentesca di quel periodo. Presentati come soggetti che «mai non fur vivi», in vita sono stati affetti da una pigrizia tanto influente quanto dissuadente.

Siamo di fronte a una considerazione dantesca assai drastica nei confronti di individui all’apparenza deboli e indifesi, afflitti da una “paralisi fittizia”, che in realtà non hanno mai scelto di passare all’azione, offuscati dalla nube dell’inoperosità.

Secondo la concezione freudiana Camillo Pianese è un inetto, una figura passiva e vittima delle turbolenze della vita
Illustrazione della prima parte del Canto III, Priamo della Quercia (XV secolo) – Rappresentazione degli ignavi nell’Antinferno

L’incarnazione novecentesca dell’ignavo di Dante possiamo ritrovarla compiendo un notevole salto temporale. Nel Novecento si distingue un grande classico letterario, che pone al centro dell’intreccio narrativo il personaggio di Zeno Cosini. L’opera in questione è La coscienza di Zeno di Italo Svevo, un romanzo psicoanalitico, un continuum di memorie di un inetto malato e insoddisfatto della propria vita. La forma autobiografica del romanzo presenta per filo e per segno i pensieri di un personaggio-spettatore passivo e incapace.

Sollecitato dal suo psicoanalista, Zeno mette nero su bianco le proprie riflessioni sotto forma di flusso di coscienza, col fine ultimo di raggiungere la guarigione. Si parla di un’autoanalisi, un percorso volto a svelare i perché dei nostri stati d’animo.

Zeno, così facendo, si rende conscio del fatto che la sua malattia, in realtà, non sia altro che la “salute” del mondo. Un virus insito nel genere umano, talmente tanto impregnato nella società da considerarsi quasi normale, addirittura sano. Chi si sente sano è in realtà malato e viceversa.

Il flusso di coscienza si dimostra esser il miglior mezzo per comprendere l’inevitabilità della sofferenza umana, tanto da venir addirittura consigliato da Freud per la cura di Camillo. Significa cominciare a essere consapevoli della propria vulnerabilità e delle sfide che ogni giorno la vita ci riserva.

Se secondo Zeno nessun uomo può guarire dalla “malattia dell’inettitudine”, nemmeno con la medicina, allora tanto vale autoanalizzarsi, per poter scoprire che in fondo siamo tutti malati, malati di inconsapevolezza. Zeno docet, Camillo discit.

Leggi anche: Il Postino, Neruda e Pino Daniele

Correlati
Share This