The Whale o sulla trasformazione del corpo

Giulia Pilon

Marzo 21, 2023

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The Whale o sulla trasformazione del corpo

C’è qualcosa di vagamente cronenbergeriano nella nuova creazione di Darren Aronofsky. L’attenzione per il corpo, il focus sulla metamorfosi dell’organismo e le conseguenze che questo ha sul reale. Per la percezione che cambia, così come per il movimento stesso all’interno dell’ambiente. E tutto si svolge in una stanza, che racchiude simbolicamente l’universo del protagonista dal quale sembra non riuscire a fuggire.

The Whale, fresco di premiazioni di ogni tipo – incluso l’Oscar al Miglior Attore protagonista – era atteso da una grossa fetta di audience. L’hype mediale, infatti, era abbastanza alto, per chi non aveva avuto modo di vederlo a Venezia. Molti erano rimasti stregati dall’incredibile trasformazione di Brendan Fraser, pieno di protesi in un still che lasciava spazio ad ogni tipo di immaginazioni. Altri, invece, incuriositi dal ritorno sulle scene dell’attore.

L’operazione di Aronofsky, infatti, ha intelligentemente puntato i riflettori su di esso fin da subito, conscio forse dell’impossibilità di scommettere su altro. Il mutamento di Fraser, infatti, è stato e continua ad essere al centro del dibattito. Volano concetti come politically correct, fat body-suit, grassofobia.

Esso, dunque, occupa il il punto nevralgico non soltanto in senso extratestuale, ma anche intratestuale.

Brendan Fraser è Charlie in The Whale

The Whale è Brendan Fraser, e la sua viscerale interpretazione di Charlie, anch’esso fulcro essenziale – nonché, forse, unico aspetto davvero significativo.

Ma andiamo con ordine.

The Whale – adattamento da una pièce di Samuel D. Hunter – ruota attorno a Charlie, un professore autoisolatosi in seguito a diverse vicende. Qualche anno prima degli avvenimenti narrati, Charlie lasciò moglie e figlia di otto anni per vivere una storia d’amore con un suo studente. Da allora, il protagonista continua a portare un peso ingombrante sulle spalle, un senso di colpa verso il vecchio e il nuovo sé, entrambi rei di aver causato – e di continuare a causare – sofferenze a chi lo circonda. Per tali motivi Charlie, dilaniato da tali pensieri, si chiude in sé, riversando il senso di angoscia esistenziale nel cibo e nel completo isolamento dal mondo.

La sua vita, infatti, cupa e solitaria, si concentra nel suo appartamento, dove riceve le amorevoli cure dell’infermiera Liz. È qui che si consuma la sua esistenza: tra una lezione a distanza e trashfood, Charlie non riesce a vedere uno spiraglio. La sua è un’autodistruzione – nonché autosabotazione – lenta e dolorosa, ma pur sempre consapevole.

Hong Chau è l’infermiera Liz

Il suo corpo, allora, così ingombrante, è la rappresentazione concreta della vasta desolazione nella quale egli si trova. La sua voluminosità è direttamente proporzionale al suo enorme senso di colpa nei confronti del passato, del presente, e dell’Altro in generale. Charlie non riesce ad uscire dal suo microcosmo, diventato ormai tossico, invivibile.

L’appartamento, in questo senso, assume una dimensione altra.

Charlie in uno still da The Whale

Esso, infatti, non è soltanto ambiente fisico, ma assurge a entità ben distinta a sé stante. L’atmosfera che si respira in quello che si presenta come un Kammerspiel, propagata dall’angustia della stanza, è la stessa che aleggia dentro Charlie. La casa, pertanto, simboleggia una sorta di correlativo oggettivo del protagonista, essendo essa diretto suo prolungamento nonché metafora concentrata del suo stato d’animo.

In preda alla disperazione e alla consapevolezza di non avere molto altro tempo, si lancia nel tentativo di recuperare i rapporti con la figlia. Ellie, ormai adolescente, accetta ma propone un accordo. Lei farà visita a Charlie e lui, in cambio, scriverà per lei i temi scolastici e le prometterà l’eredità.

Nel tempo che trascorrono insieme, tra una litigata e una strillata, padre e figlia si (ri)conoscono e si (ri)scoprono. L’estrema difficoltà di tale atto di riscoperta vicendevole è da rintracciarsi nel bagaglio recondito che entrambi recano con sé. Charlie ed Ellie, infatti, sono due facce della stessa medaglia. Tutti e due si impediscono di guardare al passato con limpidezza, finendo così per non vederlo per davvero proibendosi di andare avanti. Ambedue profondamente segnati da quanto successo, non riescono ad elaborare poiché accecati dal desiderio di dimenticare.

Sadie Sink è Ellie, la figlia di Charlie in The Whale

In questo turbinio emotivo e traumatico, i ruoli si intercambiano. Vittima e carnefice si cambiano di posto. Dopo essere stata ferita dal padre, Ellie, satura di una rabbia impossibile per lei da concretizzare, e mossa da una sorta di istinto di sopravvivenza, vuole a sua volta ledere. Colpire dunque Charlie nell’unica cosa che gli è rimasta, il sentimento per lui più puro e che lui custodisce gelosamente: l’amore per sua figlia. L’adolescente si mostra pertanto respingente e severa nei confronti di chi una volta è stato suo padre, mentre ora altro non è che uno sconosciuto.

Al contrario, Charlie è una persona accogliente. Un personaggio delicato che fa della purezza dell’amore paterno il suo stendardo. Nonostante Ellie si dimostri pungente e distante, Charlie accoglie. E non demorde – pur ricadendo in dannose abitudini tossiche come il riversare la sua sofferenza sul cibo.

Il rapporto padre-figlia, dunque, occupa il nucleo narrativo centrale, dal quale si propaga poi tutto il resto. Questo è insieme problema e soluzione del film tout court. L’impressione finale che si ha è che si riponga troppa attenzione ai momenti sbagliati, come ad esempio la sottotrama di Thomas, il missionario della New Life Church. È ben chiaro il servizio che essa presta alla narrazione – l’esplorazione dell’estrema umanità di Charlie – ma una volta conclusosi lo spettatore concretizza la sua inutilità.

Se l’operazione di Aronofsky – che reca sempre con sé la tendenza all’affollamento delle tematiche – coincideva con l’esplorazione della tormentata condizione di Charlie, essa può dirsi riuscita a metà.

L’attenzione che il regista ripone sull’esplorazione di Charlie vira verso orizzonti che paiono non restituire a pieno ciò di cui il personaggio avrebbe bisogno. Il risultato è una narrazione satura di contenuti e punti di svolta che risultano eccessivi, non necessari. Un susseguirsi di piccoli episodi che non fanno altro che spingere la narrazione verso lo status quo di partenza.

A ciò, si aggiunge l’overacting di Fraser – e in particolare di Sadie Sink – che in un contesto teatrale renderebbe sicuramente meglio, mentre sullo schermo risulta stucchevole.

Charlie in The Whale

Le pareti di una stanza – ce lo insegna Polanski con il suo Carnage – sono in grado di rappresentare una moltitudine di ambienti e, insieme, di sondare l’animo umano. In questo senso, allora, l’appartamento di Charlie è il vero protagonista di un film incerto, seppur discreto, però comunque senza arte né parte. La sua aura cupa che si carica di grigio fino ad esplodere di luce sul finale, incarna perfettamente l’animo di un uomo buono, vittima del suo senso di colpa. Ma questo è forse uno dei pochi aspetti che possono dirsi riusciti.

Aronofsky e il suo The Whale, infatti, ne escono claudicanti.

Lasciando noi pubblico preda di un dubbio esistenziale: e se la narrazione si fosse impegnata un po’ di più, Charlie avrebbe potuto risplendere maggiormente?

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