«Il cinema è un’esperienza umana, come tutte le arti.»
–Liliana Cavani
Nel 1974, Liliana Cavani realizza Il portiere di notte, un film così terribilmente perturbante che a tratti ci fa rasentare la follia, facendoci dubitare di noi stessi. Si può tranquillamente dire che, dopo Il portiere di notte, il cinema non fu più lo stesso. Liliana Cavani ha dunque segnato un prima e un dopo nella storia del cinema italiano e di quello europeo.
Sicuramente Il portiere di notte non è un film di facile interpretazione, anche perché bombarda lo spettatore di emozioni torbide e contrastanti. Alla fine del film bisogna prendersi del tempo per assimilarlo e per affrontarlo.
Il film segue più filoni narrativi, tematiche umane legate tra loro dal sesso. Il sesso è dunque potere, rivincita, colpa, distruzione ed espiazione. Partendo da queste premesse possiamo affermare che il portiere di notte è un film morbosamente carnale.

Un affascinante Dirk Bogarde e un’eterea Charlotte Rampling interpretano, rispettivamente, l’ex nazista Maximilian e l’ebrea Lucia, sopravvissuta al lager. Attenzione però a non cadere nella retorica del film storico sulla memoria perché, come si può ben intuire, è tutto tranne che questo.
I due protagonisti si rincontrano nel 1957, 12 anni dopo la guerra. Lui ha trovato lavoro come portiere notturno e vive tormentato dalle colpe del passato e voci e rumori di un’altra vita si insinuano nella sua coscienza.
Maximilian, insieme ad altri ex nazisti, affronta un processo farsa per prepararsi ad un ipotetico ed eventuale processo da parte degli alleati e ascolta le strategie messe in atto per eliminare eventuali testimoni. Maximilian però prova profonda vergogna per quello che è stato e per quello che ha fatto, preferisce vivere nascosto come un ratto e di sera. Vivere alla luce del giorno è troppo faticoso quando la coscienza pesa come un macigno.
Di notte nessuno può vedere la vergogna nel suo volto, specchio dei suoi peccati. Liliana Cavani entra così nella complessa quanto intricata psicosi del carnefice.
«Una di queste donne mi ha dato lo spunto per Il portiere di notte, era una milanese di famiglia borghese, che faceva la Resistenza. È finita ad Auschwitz, e mi raccontava che la sua famiglia, vedendola incapace di riprendere la vita normale, le diceva: “stai serena, mettici una pietra sopra”. È andata a vivere da sola. Con me non riusciva a parlarne. Poi invece non riuscivo più a frenarla. Le ho chiesto: ma cos’è che l’ha turbata, che non perdonerà mai ai nazisti? Mi ha risposto: di avermi fatto trovare dentro di me la capacità di un’azione che non avrei mai pensato di fare. Mi ha fatto capire che, pur di campare, ha fatto cose di cui si vergognava, che non accettava, che faceva fatica a sistemare. Aveva conosciuto una parte di sé stessa capace di fare del male. Mi ha detto solo questo: “Ho incontrato il Male, il Male vero”.»
-Liliana Cavani
E poi c’è lei: Lucia, la sua Salomè, il suo tormento e il suo riscatto. Dopo la guerra lei sposa un direttore d’orchestra e si trasferisce in America, fa una vita rispettabile e agiata; ma allora perché decide di ritornare volontariamente dal suo aguzzino/amante? Perché il male affascina così tanto i sensi e la carne?
Ne Il portiere di notte, i ruoli di carnefice e vittima sono mutevoli. Nel lager Lucia è vittima ma fino ad un certo punto. Quando capisce che riesce ad attrarre Maximilian comincia a sfruttarlo a suo piacimento. La loro relazione sadomaso la soddisfa e nonostante l’orrore del lager, lei si sente attratta da quest’uomo.
Dall’altro lato, però, le piace il suo ruolo di vittima, il confine tra bene e male in situazioni del genere è labile e lei, turbata e sola, si affida a Maximilian.
Maximilian invece non è il carnefice o l’uomo tutto d’un pezzo che crediamo di vedere al lager. Senza dubbio il riuscire a possedere una donna che si pieghi al suo volere e a tutte le sue fantasie erotiche lo fa sentire l’uomo forte che dovrebbe essere. Questa maschera cade subito quando confessa lui stesso che la loro storia ha un che di biblico. È come se, per lui, fosse tutto scritto.

Dopo la guerra, quando si ritrovano, i ruoli si invertono totalmente. Adesso è la vita di Maximilian ad essere nelle mani di Lucia, potenziale testimone.
Lucia lo sa ed è come se provasse a vendicarsi, lo maltratta e lo picchia. Lui ormai è un uomo stanco e accetta tutto quello che lei gli fa. Stavolta però attraverso i loro rapporti, lui vorrebbe riscattarsi del male che le ha fatto, proteggendola dagli altri ex nazisti che vorrebbero ucciderla, è un modo per espiare una parte del male fatto.
Lucia tenta di ricreare le dinamiche del campo, alternando momenti in cui domina ad altri in cui subisce passivamente. Tra i due si crea una dipendenza affettiva e sessuale a tratti inquietante, si amano a modo loro, ma sia chiaro questa non è una storia d’amore, semmai possiamo catalogarla come una relazione tossica.
Lucia gli è cosi legata che durante la guerra gli si era sottomessa: lei non è più uscita da quel campo, lei continua a stare là. Chi vive traumi del genere non riesce a cambiare vita ma continua a rivivere quel trauma, come in un circolo vizioso.
Maximilian, invece, consapevole di vivere un’esistenza allo sfacelo, vuole ritornare ad essere il Nazista che vediamo nei vari flashback, vuole riprendere la sua posizione, vuole ritornare a quando viveva in sicurezza e dominare Lucia è un modo per farlo. Con lei ritorna nel lager.

Ma perché questa tensione si riflette nel sesso e nella carne? Come già detto il film fa della carnalità la sua ragion d’essere, e attraverso la dominazione del corpo e degli istinti i due riescono ad imprimere la loro forza, Lucia rivive il trauma, Maximilian espia quando è sottomesso ma ritorna a far da padrone quando la domina. È un circolo che li sta portando a una lenta auto-distruzione.
Solo attraverso l’ultimo atto, quello della morte, Maximilian e Lucia trovano la pace. Erano condannati a priori, perché l’unica salvezza per le anime dannate e senza possibilità di riscatto, è solo e unicamente la morte.




