Che ora è? – Generazioni a confronto

Francesco Saturno

Maggio 19, 2023

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Del 1989, Che ora è? è un film di Ettore Scola, interpretato da Marcello Mastroianni e Massimo Troisi.

I due protagonisti della pellicola, rispettivamente padre e figlio nella narrazione, trascorrono una giornata insieme dopo tanti anni di lontananza. Registicamente si realizza proprio il racconto di quest’unica giornata, dall’arrivo del padre Raffaele a Civitavecchia – dove il figlio Michele, laureato in lettere, sta concludendo gli obblighi di leva – fino alla sua ripartenza, con un treno che a mezzanotte lo ricondurrà nella città in cui vive e lavora, Roma.

Che ora è di Scola ripropone un tema ancora attuale, la critica ad una cultura del successo che non sempre lascia spazio alla soggettività.
Raffaele (Marcello Mastroianni) e il figlio Michele (Massimo Troisi) in una scena del film

Tra la commedia e il dramma

Ettore Scola volle chiaramente rappresentare, con questo film, un rapporto padre-figlio che è anche e forse soprattutto un confronto tra generazioni, tra due modi diversi di concepire la vita e il suo svolgimento.

Le inquadrature registiche, mentre padre e figlio sono a pranzo insieme per esempio, o nella scena in cui parlano al porto, seduti a guardare il mare – scene così ravvicinate, così serrate – denotano da un lato l’attenzione di Scola verso i dettagli, anche minimali, e dall’altro servono a rappresentare in modo microscopico i sentimenti, la stanchezza, lo sguardo che si fa messaggio, la voce che si fa forte malinconia e la vecchiaia che avanza.

Se l’eterna lezione del neorealismo aveva uno dei suoi maggiori focus nell’oggettività dei contesti emarginati e popolari, qui si respira già l’aria di un’interpretazione soggettiva di quest’ultimi.

Ettore Scola, tra gli ultimi portatori dello stile della commedia all’italiana, riesce con questo film a mescolare magistralmente toni comici a toni più propriamente drammatici.

La commedia sta nella bravura stessa dei personaggi: il padre, Raffaele, uomo integerrimo, rigido fautore di ideali di vita, avvocato romano che ha avuto successo economico nella vita, si scontra con la bonarietà del figlio Michele che, alle prese con gli ultimi mesi del suo servizio militare, appare ancora confuso circa il suo futuro e circa la direzione da far prendere alla sua vita. Gli elementi comici non mancano proprio nella sfasatura tra i due diversi atteggiamenti esistenziali, e la spigliatezza dei due attori riesce a donare al film una sfumatura spontanea e naturale insieme.

La drammaticità riguarda, invece, l’imbarazzo e la soggezione nei quali i due protagonisti si trovano, nel rincontrarsi dopo tanti anni. L’elemento drammatico, cioè, si fa vivo nella scarsa comunicabilità che i due riescono ad intrattenere: sintomo di una parola tra genitori e figli che non riesce veramente a comunicarsi se non nel silenzio; lo scontro è palese nel tentativo di forzare quell’intrasmissibile che abita qualsiasi relazione umana, specialmente se a saldarla è il cemento duro di un affetto di sangue.

Che ora è di Scola ripropone un tema ancora attuale, la critica ad una cultura del successo che non sempre lascia spazio alla soggettività.
I due protagonisti del film guardano verso la stessa direzione, per una volta

«E poi chi l’ha detto che padre e figlio debbano parlare?»
«Ma no Miche’, bisogna parlare, bisogna dirsele le cose… ma come faccio io a sapere le cose di mio figlio se non me le dice? (…) C’è un muro!».
«Vabbè, oggi abbiamo parlato però…».
«Sì, “abbiamo parlato”… ci siamo detti un mare di parole per non dirci niente… abbiamo parlato di tutto pur di non parlare di niente»
(Marcello Mastroianni e Massimo Troisi in Che ora è?)

Il confronto generazionale

Come capita a tutti noi, sempre figli di qualcun altro, il paragone con la vita dei nostri genitori apre scenari densissimi in cui situare la portata delle scelte di ciascuno degli attori di quello specifico tempo. Ma cosa si tramanda e cosa, invece, proprio non riesce a trasmettersi da una generazione all’altra? Sentirsi a proprio agio con la generazione che ti ha partorito, com’è? Si può fare e che significa farlo? 

Il padre, che non vedeva il figlio da quando aveva 8 anni a causa dei suoi continui impegni lavorativi, lo raggiunge perché ha un rimorso, quello di non essergli stato abbastanza vicino. Al di qua di questo rimorso c’è la volontà di riparare all’assenza prolungata con una serie di regali (un attico su Roma, un’auto ultimo modello, delle scarpe alla moda) che lo lasciano impreparato. In effetti, Raffaele pensava di sapere di cosa avesse bisogno Michele e si accorge, invece, che le circostanze ne denotano altre esigenze. Raffaele è un padre invadente, un avvocato anche fuori lo studio, che in ogni occasione mette in piedi un processo, ogni circostanza è buona per mettere suo figlio alla prova. Anche sulla fidanzata Loredana (Anne Parillaud) ha da dire, considerando la sua leggerezza sintomo di frivolezza e inconsistenza.

Fa a tratti tenerezza, questo padre, figlio della guerra e della penuria che essa portava con sé, che cerca di cogliere qualcosa del mondo di suo figlio mentre si accorge che è tutto così lontano e diverso da lui.

Che ora è di Scola ripropone un tema ancora attuale, la critica ad una cultura del successo che non sempre lascia spazio alla soggettività.
Michele e Raffaele si parlano davanti al porto di Civitavecchia

Nel tono da commedia che caratterizza una certa declinazione dello stile di Scola si veicola, dunque, anche un messaggio sull’importanza del rapporto tra padri e figli.

I due, che non si conoscono abbastanza, hanno bisogno di dirsi parole a volte anche aggressive per giungere, alla fine, ad una sorta di accordo – sebbene lasciato insolubile da Scola – tra generazioni. Nel film si fa luce su una parola che a tutta prima potrebbe sembrare importante solo e sostanzialmente da piccoli, quando si cerca qualcuno che guidi, tracciando se non una strada almeno i limiti entro cui valicarla, e che qui si dimostra invece viva, in un modo diverso, a tratti più conviviale, nell’età più adulta, quando si ha forse un altro bisogno, che è quello di condividere, poter dire a qualcuno di sé, dimostrando un’eredità diversa da quella che ci si aspettava.

Un esempio di eredità autentica è l’orologio del nonno che il padre dona al figlio, antico e tipico gesto che sancisce il valore di un tramandamento simbolico. Non a caso il titolo evoca una domanda specifica, quella che solo un orologio ben calibrato sul proprio tempo interiore può dire.

«So’ inconcludente…»
«No, tu non sei inconcludente, sei riflessivo».

(Raffaele e Michele)

C’è nel film, al di là dei loro scontri, un momento molto intimo tra padre e figlio, un momento di leggerezza sulle giostre. Insieme, dopo, si fanno delle foto: sembrano due bambini, ma tutto peggiora nuovamente quando Raffaele continua a progettare il futuro del figlio mentre lui guarda solo al suo presente. Michele si sente sommerso dalle aspettative paterne, segno delle sue preoccupazioni; si sente perso in questo, vorrebbe costruirsi qualcosa di suo, non ha ancora le idee così chiare su ciò che vuole dalla sua vita. 

È solo allora che il padre si rende conto di un al di là del figlio che non conosce, che qualcosa di lui gli sfugge, che non tutto ciò che si aspettava di sapere va proprio come credeva.

«Saper perdere i propri figli è il dono più grande dei genitori (…). Essere padri, come ci ricorda lo scandaloso racconto biblico del sacrificio di Isacco, implica innanzitutto la dimensione della rinuncia radicale al possesso dei propri figli, implica saperli “affidare al deserto”».
(Il complesso di Telemaco, Recalcati)

In definitiva, questo film, amaro e commovente, rivendica, di fronte ad una generazione che sceglie costantemente, che esprime sicumera su tutto, che crede sempre di sapere e che in quegli anni, a ridosso dei Novanta, inizia ad esprimere capitalisticamente la cultura del lavoro per il lavoro, del benessere economico come soluzione ad una vita magra, una visione diversa, in cui è possibile lasciare spazio all’incertezza e all’indecisione. 

Il conflitto, fatale riproposizione di un’incomunicabilità insita nel linguaggio, ad esso aderente, si risolve in un gesto filogenetico, dal nonno al nipote: che ora è? Forse non ancora il tempo di decidere senza incertezze, prima che i propri pensieri e le proprie emozioni si allineino.

Che ora è di Scola ripropone un tema ancora attuale, la critica ad una cultura del successo che non sempre lascia spazio alla soggettività.
Raffaele, prima di ripartire per Roma, chiede al figlio “Che ora è?”, stimolando Michele a riproporre lo stesso gesto, con lo stesso orologio, del nonno ferroviere

E allora padre e figlio ripartono insieme, guardandosi a vicenda, forse più pronti ad accettare le rispettive mancanze.

Leggi anche: Ettore Scola – Tra crisi di valori e infelicità in un’Italia in transizione

Autore

  • Francesco Saturno

    Napoletano, psicologo e psicoterapeuta in formazione psicoanalitica, ventinovenne.

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