Luigi Mangione e Travis Bickle.
Cosa sembra legare attraverso una suggestione il personaggio di uno dei più grandi capolavori cinematografici del Novecento e la persona il cui volto sta affollando tutti i media che ci circondano?
Per arrivarci dobbiamo prima parlare di altri due personaggi, indissolubilmente legati anche se per motivi diversi.
Ci sono due fondamentali autori nel panorama critico-artistico occidentale. Due giganti che con le loro opere e teorie hanno influenzato l’intero sistema di indagine e fruizione del concetto di opera artistica legata al reale. Quando l’immenso filologo Auerbach scriveva i due volumi di Mimesis, Vladimir Nabokov era alle prese con i suoi corsi universitari di analisi letteraria.

Tra realtà e rappresentazione: tra Auerbach e Nabokov
Il terreno accidentato che percorriamo è quello della rappresentazione, la più grande delle menzogne sincere. Cosa vuol dire rappresentare? Questo si chiedeva Auerbach. La risposta sembra facile, ma non lo è. Bazin in Che cos’è il cinema? suggeriva che fosse una delle caratteristiche ancestrali dell’essere umano, senza dubbio. Dalla pittura rupestre, al cinema, fino ai modernissimi TikTok; l’essere umano si differenzia dagli altri esseri viventi anche per l’incessante bisogno di rappresentarsi fuori da sé, in modo da avere davanti agli occhi le immagini. L’essere umano si fida principalmente del suo sguardo; di fatti, nella maggior parte delle occasioni, sbaglia.
Come ben sappiamo, l’arte è spesso composta e costruita tramite delle suggestioni. Le suggestioni, a volte, hanno il profetico potere di sovrapporsi alla quotidianità innalzandola a simbolo di qualcos’altro. Potremmo dire che le suggestioni possono assumere caratteri di similitudine con il quotidiano. Sono innumerevoli i casi in cui l’arte è riuscita a farci sentire un brivido lungo la schiena grazie al suo potere catartico.
Attraverso le immagini di un film abbiamo spesso provato quel senso di liberazione legato a delle esperienze, delle situazioni, che pur non avendo vissuto ci sono sembrate comunque altrettanto vere. Abbiamo, attraverso le immagini cinematografiche, fatto i conti con la guerra, con la perdita e con il ritrovarsi, con la fame, con il lutto e con diverse sfaccettature della vita; pur non avendo mai provato direttamente tanto di ciò. Abbiamo imparato a vedere il mondo con occhi diversi. Addirittura abbiamo visto il mondo, sotto certi punti di vista, per la prima volta. Abbiamo imparato a criticare, a riflettere, a metterci nei panni altrui. Abbiamo imparato quanto le immagini possano sedurre ed essere perfino pericolose se in mano a dei poteri di propaganda.
Ma come è possibile carpire qualcosa del mondo senza viverla direttamente? Tutto ciò sarebbe definibile “reale”? Cerchiamo di fare ordine, o meglio, cerchiamo di distruggere l’ordine seguito finora.
Torniamo alla domanda di Auerbach, cosa vuol dire rappresentare? Dopo quanto appena detto, allora la risposta sarà «riportare la realtà su una superficie, fisica o astratta, su un dispositivo». Stiamo però commettendo lo stesso errore, ci stiamo fidando del nostro sguardo. Allora Auerbach riprende il suo caro collega Nabokov e ci ricorda che la risposta è nella domanda, lo è sempre stata. Riportare la realtà, dicevamo, ma cosa vuol dire “realtà”? Cosa è questa “realtà”? Secondo il romanziere russo, naturalizzato statunitense, la stessa parola, prima del concetto, è ingannevole; per questo andrebbe sempre scritta tra virgolette.
Arriviamo ora al punto che ha dato vita a questa precisa suggestione.
Nel 1976 gli Stati Uniti avevano già consolidato la propria egemonia culturale sull’occidente “liberato” dalle oppressioni nazi fasciste. La libertà americana veniva elargita dall’alto mentre nel paese vi era il caos assoluto. Un’intera generazione di giovani americani e americane avevano affollato le strade e mettendo a ferro e fuoco diverse città, in aperta protesta contro la vergognosa carneficina colonialista in Vietnam. Orde di contestatori urlavano e richiedevano a gran voce il rispetto dei propri diritti: la popolazione nera, il mondo operaio, la comunità LGBT; come dimenticare i moti di Stonewall?
La gente, allora, non perdonava certi abusi di potere e il cinema non era affatto indifferente a questo fenomeno. Se solo cambiassimo la parola Vietnam con altre, oggi avremo una situazione non lontana da allora. Non si tiene facilmente il conto dei film critici verso il sistema che nel decennio dei Settanta affollavano le sale. Uno di questi, forse il più drastico e violento, è stato Taxi Driver.

Gli Usa ieri, oggi. E domani?
Il giovane Martin Scorsese era ossessionato dalla volontà di rappresentare la totale disgregazione dell’uomo tardocapitalista. Un uomo “libero” inseguito da una società persecutiva. Travis, il protagonista di Taxi Driver, ha combattuto in Vietnam e ne ha conosciuto gli orrori. Poco cambia però al suo ritorno in patria. Dalla giungla alla metropoli, le differenze sono tante e in fondo nessuna. La mente di Travis comincia a disgregarsi sotto i colpi della violenza, del razzismo, della prepotenza, dell’indifferenza e della crudeltà cinica e spietata della metropoli più importante del mondo: New York. Mai tante persone sono state così vicine e allo stesso tempo così lontane.
La voglia di vendetta, o di coltello direbbe Nietzsche, porta il protagonista a convincersi di fare del bene perpetrando, ineluttabilmente e tragicamente, il male. Allora il senatore Palantine diviene il simbolo del male nel mondo, perché se c’è un responsabile allora sicuramente il primo ambito in cui cercare, in quegli anni, è la politica. L’attentato al senatore fallirà e Travis si macchierà di pluriomicidio con l’uccisione di una serie di personalità deprecabili: dei papponi e i loro sudici clienti. Un assassino, senza dubbio. O un salvatore per la società mediatica degli anni Settanta? Questo sembrano suggerire i titoli dei giornali che Scorsese ci mostra prima della chiusura del suo capolavoro. Mostro, pazzo, oppure liberatore, eroe?
Facciamo un salto temporale di quasi cinquant’anni.
Nella stessa New York in cui Travis trascina la sua misantropia, Luigi Mangione, studente brillante, con una pistola creata in maniera amatoriale così come Travis in Taxi Driver, spara e uccide Brian Thompson amministratore delegato di UnitedHealthcare. Come sappiamo, le modalità di accesso alle assicurazioni negli Stati Uniti sono un tema complesso che non tratteremo qui. Molto interessante è, invece, al riguardo un documentario del grande Michael Moore dal titolo Sicko; invito alla visione per approfondire la questione.
Il gesto del ventiseienne italo americano è a tutti gli effetti un gesto non propriamente ad personam; quello che Mangione ha voluto colpire è un simbolo. Il cinema stavolta non c’entra, parliamo di quotidianità. Eppure a qualcuno sarà parso di essere già stato lì, di aver già vissuto una situazione del genere anche senza nessuna effettiva arma, nessun concreto assassino. Dopo l’assassinio abbiamo visto, non solo i giornali come per Travis, tutti i media esistenti creare una campagna mediatica che chiedeva al lettore di esprimere il proprio giudizio sui fatti. Allora via con t shirt e post con il volto di Luigi, eroe per alcuni, assassino squilibrato per altri. Giudizi a cui la gente è più che abituata. Perché in fondo ciò che non è cambiato in cinquant’anni è che la gente pensa ciò che, in parte, le viene detto di pensare.

Simboli o sintomi?
E se vedessimo Luigi Mangione come un moderno Travis? E Travis come un futuro Luigi Mangione? L’artista è un profeta, a volte. Crea personaggi profetici. Personaggi che, figli della performatività obbligata, della vertigine di un presente frammentato, scaricano la loro rabbia (mai evidentemente ascoltata) contro un simbolo, facendosi portavoce di un’umanità spezzata. Nulla di nuovo nella storia umana, dei servi e dei padroni. Cosa nuova, invece, nell’occidente regolato dall’autocensura dei pensieri, figuriamoci di gesti così drastici.
Il nemico di Travis era il senatore Palantine, simbolo del decadimento e del male sociale. Il bersaglio di Mangione non è un senatore. Nell’epoca dei privati miliardari e dei CEO che detengono tra i più alti patrimoni mondiali, tanto da influenzare in base ai propri interessi la vita di un numero vertiginoso di persone, rei di avere il potere di decidere della vita o della morte degli individui scavalcandone i diritti, i nemici principali non sono più gli uomini di stato.
Cinema, arte, reale; ma cosa vuol dire “realtà”? Travis Bickle e Luigi Mangione sono due assassini, o due eroi veri alla stessa maniera, perché in fondo conta la percezione che si ha della parola “realtà”.





