/ma·tri·mò·nio/ – Gaia Siria Meloni, ricerca sociale e cinematografica

Tommaso Paris

14.01.2025

Resta Aggiornato

«Ogni crepa ereditata è uno spiraglio di luce»

(Gaia Siria Meloni)


/ma·tri·mò·nio/ di Gaia Siria Meloni è un mosaico di discontinuità poetica e politica, in cui crepe, eredità, spiragli e luce trovano una loro composizione armonica, per cui la forma si specchia e si riconosce nel contenuto.

«Quanto possono le nostre origini femminili fare di noi donne ciò che siamo?» si chiede Gaia Siria Meloni, iniziando così una ricerca personale e politica attraverso le storie Mirella, Assunta e Gaia Siria, tre generazioni legate da un filo invisibile di memoria, eredità e identità. Compiendo un viaggio intermediale composto da materiale d’archivio personale e non, /ma·tri·mò·nio/ si svela un’intersezione tra studi sul linguaggio cinematografico, il femminismo e la società contemporanea, seguendo la linea sottile tra intimità personale e riflessione universale con uno sguardo attento e sensibile.

Attraverso fotografie, filmati e lettere, il film non solo racconta, ma decostruisce la narrazione del passato, mettendo in dialogo l’intimo con il collettivo, il personale con il politico. La regista si pone come narratrice, autrice e spettatrice della storia, incarnando un approccio che è al contempo personale e metanarrativo. La sua voce, linea tra le linee, si inserisce tra i frammenti di memoria per costruire un discorso che è sia intimo sia universale.

Attraverso un’asincronia audiovisiva che collega passato e presente con uno sguardo rivolto al futuro, Gaia Siria Meloni trasforma l’intimità in un racconto collettivo dando voce a uno spazio-tempo perduto, trovando una sintesi tra complessità intellettuale e forza emotiva. Familiarità e straniamento convivono, legando immagine e suono in un montaggio frammentato che produce senso non per accumulazione, ma per contrappunto.

/ma·tri·mò·nio/ non è solo un’opera sulla famiglia di Gaia Siria Meloni, ma un’indagine critica sulle strutture che condizionano l’esperienza femminile nella società italiana, che invita il pubblico a ripensare non solo la memoria personale, ma anche i meccanismi culturali e sociali che la modellano.

Il pubblico di /ma·tri·mò·nio/ è stato vario e costante, dalla vittoria del Premio Zavattini 2022-23 a numerosissimi festival italiani come FilmMaker Fest, Premio Libero Bizzarri e DocuDonna, fino a premi a Visioni Italiane e il premio della critica al nostro ArteSettima Fest.

Ecco a noi, pubblico, Gaia Siria Meloni e il suo (e nostro) /ma·tri·mò·nio/, distribuito da Pathos Distribution.

Ci racconti come si è evoluto il processo e che valore dai a questo concetto di “ricerca” nella vita e nel cinema?

GAIA SIRIA MELONI

La ricerca è stata spinta, detonatore e linfa di questo film, intesa tanto in senso privato, quanto in senso sociale e politico. Credo che la vita e le scelte di ognuno abbiano un valore intrinsecamente legato alle vite degli altri, e per far in modo che questo divenga visibile è necessario individuare degli elementi universali nelle storie private. Non è un percorso facile, è lungo e tortuoso, ma è stato per me di vitale importanza. Non ho mai voluto che questo film parlasse solo delle donne della mia famiglia, desideravo parlasse a tutte e a tutti. Ciò di cui volevo parlare mi era chiaro, ma il come lo è diventato immergendomi nella ricerca visiva e in quella dei racconti orali raccolti negli anni da mia nonna e mia madre.

Ho visto nascere il film al montaggio, attraverso la scrittura del testo del voice-over e la scelta delle musiche. Il percorso di questo film è nato dall’esigenza di cercare nella mia storia ciò che non fosse immediatamente visibile, e da lì, proprio come accade nella ricerca, mi sono presa dei rischi, ho sbagliato strada, mi sono persa e poi trovata e ritrovata.

Quando hai capito di essere pronta da dire la ricerca fosse conclusa? Come hai capito che ciò che avevi trovato fosse pronto per essere rappresentato?

GAIA SIRIA MELONI

La parola fine per me è sempre molto difficile da mettere, sia per la mia natura molto nostalgica e refrattaria al ‘lasciare andare’, sia perché la ricerca è un elemento mutevole e può cambiare continuamente forma senza smettere mai di risultarmi interessante o degna di essere perseguita. Tuttavia ho capito che la ricerca fosse giunta al punto che mi interessava, con l’arrivo nella narrazione della mia nascita. Ho sempre avuto molto chiaro di non voler parlare di me come Gaia Siria in questo film, ma di me come una donna frutto di una stratificazione di altre vite vissute prima di me e questa considerazione si è riversata in modo molto naturale anche nell’approccio visivo che questo film ha assunto, quando ho visto che le immagini stavano andando nella direzione di ciò che sentivo senza ancora vederlo, ho capito che ero sulla strada giusta. 


Oggi, in un mondo cui l’immagine è divenuta realtà e massimo oggetto di consumo feticista, qual è la potenza del materiale d’archivio? È una forma di resistenza al mondo contemporaneo?

GAIA SIRIA MELONI

Credo che il riutilizzo creativo del materiale di archivio sia la necessaria risposta al principio di ecologia delle immagini (qui cito Susan Sontag), secondo cui il consumo spasmodico di audiovisivo sia giunto ad un livello talmente estremo da aver disabituato il nostro sguardo all’osservazione. La grande opportunità che ci consente l’archivio è quella di allenare il nostro sguardo alla cura, all’attenzione, allo stupore.

Lavorare con l’archivio richiede in primis la disponibilità di dedicare del tempo all’osservazione delle immagini, spostando il nostro atto creativo dalla produzione distratta alla fruizione consapevole e questa è già una forte presa di posizione autoriale: concepirsi soggetto attivo mentre si fruisce e si seleziona ciò che colpisce il nostro sguardo e che attraverso la nostra immaginazione può generare un nuovo significato. Astenersi da produzione e fruizione distratta e consumistica è tra gli atti più resistenti e creativi che possiamo fare con l’audiovisivo oggi.

Essendo materiale d’archivio, il contenuto era chiaro, ma la forma poteva essere qualunque cosa. Come ti sei rapportata all’aspetto formale del tuo lavoro? Si è evoluto facendolo o era chiaro sin da subito?

GAIA SIRIA MELONI

L’aspetto formale mi è stato chiaro fin da subito perché rispondeva alle esigenze che avevo sul piano autoriale: ricercare il non immediatamente visibile e mettere in scena l’eredità trasmessa di generazione in generazione dalle donne della mia famiglia. La manipolazione che viene fatta sulle immagini rappresenta il lavoro di ricerca intima e visiva che ho fatto nella fase di raccolta del materiale d’archivio: l’attenzione quasi chirurgica che ho dato agli elementi, bloccando in un frame le immagini in movimento o mettendo sotto la lente di ingrandimento le fotografie o i diari. Inoltre la rielaborazione del materiale di archivi istituzionali (AAMOD, Luce, HomeMovies) mi ha consentito di creare dei contrappunti di senso poetici di forte impatto. In fase di montaggio con il montatore ci siamo divertiti a sperimentare queste mie esigenze e dargli una forma, tanto sul piano visivo che su quello sonoro. Il lavoro si è evoluto continuamente facendolo; per far emergere ciò che veramente desidero vedere tendo a costruire e distruggere più volte per poi innamorarmi finalmente di ciò che si è sedimentato.

Mi puoi parlare del ruolo della “voce” nel tuo lavoro?

GAIA SIRIA MELONI

Non avrei voluto usare la mia voce per raccontare questa storia, ma allo stesso tempo non avrei voluto che nessun’altra voce la raccontasse, perché nella mia di voce confluiscono anche quelle di mia nonna e di mia madre: quella voce sono i racconti che mi sono stati trasmessi. Ho scritto un testo che è variato innumerevoli volte nei mesi, fino via a via a prendere una forma quasi cantilenata, in cui ho cercato di trovare dei ritornelli che si ripetessero, così come alcuni percorsi di vita di mia nonna e di mia madre, percorsi che assomigliano a quelli di tutte le donne. Questa potenza della somiglianza delle storie volevo emergesse non solo dalle immagini, ma anche dalle parole. Decido solo alla fine del film di parlare in prima persona, quando arrivo a presentarmi, ma fino a quel momento Mirella e Assunta potrebbero essere chiunque, così come non svelo fin da subito che Mirella e Assunta sono madre e figlia. Questa voce, più che raccontare la mia storia, indica  una possibile prospettiva da cui osservare questa storia.

E del ruolo del montaggio invece cosa mi dici? Perché tutta quella frammentazione? È stato importante lavorare insieme a un montatore per avere uno sguardo distaccato dalla storia?

GAIA SIRIA MELONI

Il montaggio nel mio film ha avuto un ruolo centrale, il lavoro autoriale e quello tecnico sono andati di pari passo. Ritengo che Jacopo Benini, il montatore di “/ma·tri·mò·nio/”, sia stato a tutti gli effetti un co-autore del film. Non ha avuto solo uno sguardo più ‘distaccato’ rispetto al mio, ma ha avuto uno sguardo suo, che si è affinato nei mesi, che si è tradotto in scelte di montaggio che leggevano spesso molto più chiaramente di quello che io dicessi, cosa avevo in testa e nel cuore. Non parlerei di frammentazione, ma di scelte di posizionamento dello sguardo tanto mio quanto dello spettatore in alcuni specifici angoli di possibile senso delle immagini. Abbiamo lavorato sulla stratificazione delle immagini, dei ricordi e delle esperienze, che vanno in somma e non in sottrazione, e per far in modo di accorgercene bisogna allenare lo sguardo a guardare laddove non guarderebbe, per questo sezioniamo le immagini, per guardarle meglio, per entrarci dentro.

Dammi, se vuoi, una reference cinematografica, una letteraria e una filosofica.

GAIA SIRIA MELONI

Ammetto di non avere delle reference specifiche da poter indicare. Credo che molto di ciò che ho letto, visto e ascoltato in questi anni sia entrato in questo film. Posso dire che leggere Annie Ernaux ed Irène Némirovsky mi ha dato modo di trovare le parole del testo; la mia laurea in sociologia mi ha dato modo di capire come la ricerca sociale potesse essere applicata ad ogni cosa, come potesse diventare il mio modo di guardare alla storia e alle storie; vedere film di registe donne che raccontano la propria storia con consapevole cura e struggente sincerità mi ha dato il coraggio di farlo anche io con la mia e poi la musica di Gabriella Ferri, Patty Pravo, i suoni dei carillon che associo alla mia infanzia, le voci di mia nonna e mia madre hanno fatto il resto.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Dove si direziona la tua ricerca? Vuoi proseguire con un metodologia artigianale legata all’arte del fare e dell’impegno civile?

GAIA SIRIA MELONI

Tendo sempre a lavorare su più progetti contemporaneamente, per dar modo e tempo a me stessa di capire dove veramente voglio restare. Intendo proseguire sulla strada del documentario ibrido, sull’utilizzo del materiale d’archivio sia passato sia su quello del presente, sulla strada della ricerca, coltivando uno sguardo laterale sui fenomeni privati nella loro dimensione politica, intendo parlare ancora di donne, di corpi e di scelte e di ricerche di spazi di libertà. Penso che in questo momento storico potersi dedicare al lavoro creativo sia un grande privilegio e non orientarlo in un senso sociale, civile e politico sia un’occasione persa.

Ci sono molti modi di fare cinema politico senza seguire gli stilemi cinematografici previsti. Credo nel cinema militante poetico, capace di generare empatia facendoci al contempo stare scomodi mentre lo guardiamo. Mi auguro per questo nuovo anno di fare e vedere più cinema di questo tipo, un cinema che sia capace di farci sentire tutte e tutti parte di un’unica storia e che intenda il prendere e sentirsi parte di qualcosa come un irrinunciabile valore di condivisione.

Leggi anche: Alla ricerca del Super 8 perduto: Pathos e la Cineteca dello Stretto per riscoprire l’archivio di famiglia

Autore

  • Tommaso Paris

    «Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento molto bene»

Share This