M – Il vangelo secondo Benito Mussolini
La penna. Unica vera spada dell’uomo. La penna che riscrive una storia già nota. Che si affila negli uffici del governo. Che si sfodera nelle aule parlamentari. Nelle chiese e nelle scuole. Penna capace di riportare nell’ombra l’omicidio di Giacomo Matteotti. Penna che, se supportata da una voce ferrea, dalle mani ferme e dagli occhi indiavolati, non si piega davanti a nessun manganello, a nessuna spada e a nessuna storia. Questo ci ricorda M – il figlio del secolo, questo ci aveva detto José Saramago nel suo capolavoro Il vangelo secondo Gesù Cristo: la penna segue dei binari già scritti che portano l’individuo a compiere niente più che il suo destino.

Il divino uomo
«Io non ho colpe» ci dice guardando in camera Benito Mussolini. E forse, per un breve attimo, ci crediamo pure. Perché la storia che lui ci ha raccontato ha fatto vedere un uomo a tratti debole, incapace di destreggiarsi come vorrebbe nei salotti e di comandare le truppe. Un uomo il cui destino è stato scritto da altri e che lui ha saputo afferrare e stritolare come pochi prima. Ma più di tutto, un uomo con le sue fragilità, con l’ulcera allo stomaco, con una famiglia a carico, con la paura costante del fallimento e della morte.
Anche Gesù Cristo nella lettura di Saramago non è niente di più che un uomo: nato da un coito fra Maria e Giuseppe, scelto per caso da Dio, eccitatosi alla vista di Maria. Un ragazzo adolescente che scappa di casa sottraendosi alle fatiche familiari (ti ricorda qualcuno, Rachele?) e che viene ingannato dal padre.
«Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio»
(José Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo, 1991)
Due figure legate indissolubilmente al fato. Pronte a rifuggire tutto pur di salvarsi, o almeno così sembra in prima fase: Mussolini pronto a scappare in Svizzera con Margherita Sarfatti e Gesù che scappa di casa dopo la morte del padre. L’egoismo come unico sovrano.

La parabola discendente del Gesù Cristo umanizzato di Saramago è molto simile a quella del Benito Mussolini di M. Un grande mentore, il Diavolo per Gesù e la Sarfatti per Mussolini. Una filosofia ferrea, per quanto agli antipodi, e la capacità di districarsi fra gli eventi. Di volgerli a proprio vantaggio: la sfida costante al divino e al supremo.
Benito Mussolini: «Se esiti fulminami, perché me lo merito»
La caduta del Dio
Il bisogno di affermazione per paura della solitudine e, più di tutto, il difficile rapporto con la figura femminile. Se per Gesù è rappresentato da Maria, per Mussolini il focolare è Rachele, la moglie, la madre ma mai l’amante. Una fuga dai doveri da loro stessi professati. Mossi da rabbia, passione ed egoismo seguono il loro percorso fatto di gioie e umiliazioni.
Entrambi storicamente rappresentati come al di sopra delle emozioni si ritrovano in balia degli eventi. Emblematica è la scena in cui Mussolini insegue Cesare Forni, ribelle squadrista che non si rivede più nel partito. Joe Wright sfrutta la coreografia per raccontarci la debolezza di Mussolini. Sempre lo abbiamo visto con il petto villoso e gonfio, fieramente diritto e la mascella ferma. Vederlo così, seduto e debole dinanzi a un suo adepto, afflitto dalla paura della morte, altro non è che il momento della caduta di una divinità. Fragorosa. Tremebonda per sua definizione.
Le umiliazioni costanti lo hanno portato a comandare un paese. La capacità ultima di non spezzarsi.
«Vedeva nel potere amore assoluto, voleva amore da tutte le parti»
(Luca Marinelli, ArteSettima Podcast ep. 86)
Amore che Gesù trova in Maria Di Magdala. Amore che invece Benito trova solo in se stesso. Un amore marcio e pieno di mosche che invadono le sfarzose sale di Palazzo Venezia. Ed è qui che si crea la prima vera scissione fra i due personaggi. Gesù scopre finalmente l’empatia con il mondo, cresce come uomo e individuo. Usa il potere conferitogli dal padre per fare del bene. Si innalza come figura, le rabbie giovanili vengono represse. L’amore lo pervade e le lacrime possono scorrere sul suo viso. Ha il potere di tornare sui suoi passi. Almeno così crede.
«Lazzaro si sarebbe alzato perché questo sarebbe stato il volere di Dio, ma in quell’istante, ultimo e finale, Maria di Magdala posa una mano sulla spalla di Gesù e dice: “Nessuno ha compiuto tanti peccati in vita per meritare di morire due volte”, a quel punto Gesù lasciò ricadere le braccia e si allontanò per piangere».
(José Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo, 1991)

Mussolini no, peggiora nelle sue colpe. Viene logorato dalle sue scelte. Perseguitato dalla proiezione della vedova di Matteotti, da dei membri di partito che non sono niente di più che picchiatori e assassini. Criminali sanguinari che sporcano le sue di mani. Non le loro. È sulla responsabilità che si chiudono entrambe le opere.
Tutti e due gli umani di questi due viaggi si trovano a doversi sobbarcare delle responsabilità di molti. Gesù scopre che Dio, suo padre, gli ha donato i poteri e vuole il suo sacrificio per il bisogno più umano di tutti: il potere sanguinario.
Avvolti dalla nebbia, avviene una delle scene più controverse e maestose del libro. Dio, Gesù e il diavolo sono bloccati su una barca in mezzo al lago e Dio elenca per pagine e pagine i nomi di miriadi di martiri che moriranno in nome del figlio. Il diavolo cerca di dissuadere Dio, ma lui è inamovibile. Gesù cerca di evitare che tutto accada andando a consegnarsi a Ponzio Pilato. È proprio così che il suo destino si compie. La penna aveva già messo il punto.
Benito si trova solo ad affrontare le sue responsabilità. Un paese indignato per l’omicidio Matteotti, Cesare Rossi pronto a raccontare tutte le atrocità ordinate dal Duce, Margherita e Rachele non più al suo fianco. Benito è solo per la prima volta. Solo con la sua prima arma: La penna.
Benito Mussolini: «Non è un discorso parlamentare, è un atto di accusa. L’accusa contro me stesso»

Proprio come Gesù, Mussolini si responsabilizza adempiendo per sempre al suo destino. La penna ha parlato. Nessuno è capace di opporsi. Il disegno è stato concluso. Il Vangelo potrà essere scritto. Le spade sguainate si rinfoderano al cospetto dell’unica vera arma dell’uomo: la parola.
Benito Mussolini: «Basta che uno di voi ne faccia richiesta. Ne basta uno, solo uno. E il sottoscritto sarà finito, per sempre.»




