Immagina di nascere senza che nessuno sappia della tua esistenza, immagina essere trovato, abbandonato, su una nave, senza sapere chi ti ha abbandonato e perchè, mentre l’unica cosa che riconosci sono il viso e le mani di qualcuno che ti ha trovato e raccolto dal mare dell’esistenza, cercando di darti un nome.
Questo è l’inizio della vita di Novecento (interpretato da Tim Roth), protagonista de La leggenda del pianista sull’oceano, film ispirato al monologo teatrale di Alessandro Baricco Novecento e girato da Giuseppe Tornatore, allora già autore dell’indelebile Nuovo Cinema Paradiso.
Una vita sull’oceano, fuori dal mondo
La nave su cui viene trovato il protagonista, il Virginian, sarà testimone delle grandi migrazioni da parte degli europei verso l’America durante i primi anni del ‘900. Infatti, L’ambiente variegato, sia a livello sociale che strutturale, ha offerto a Novecento numerosi contatti con persone che salivano e scendevano dalla nave periodicamente, senza incontrarli una seconda volta. In queste interazioni fugaci e transitorie, ciò che immaneva era il suo adorato pianoforte, grazie al quale ha ammaliato i facoltosi che viaggiavano in prima classe e impressionato gli umili della terza classe.

Nell’affascinante storia di Novecento, sicuramente ciò che colpisce di più, a primo impatto, è la stravagante scelta di vita di rimanere sulla nave e condurre la sua vita lì, sin da bambino. Certo, vedere una persona non scendere mai dalla nave sulla quale è esistito fin da quando ha memoria, all’occhio dello spettatore, può sembrare affascinante; nonostante ciò, però, questa dinamica nasconde, secondo chi scrive, un’ulteriore questione da affrontare: quanto può essere autentica la vita di Novecento, scegliendo di non scendere mai dalla sua nave?
Per affrontare questa domanda, bisogna andare a ritroso nella storia della filosofia, quando nel 1927 Martin Heidegger pubblica Essere e Tempo, opera che fornisce vari spunti che possono essere utili per interpretare diversamente l’opera di Giuseppe Tornatore qui esaminata.
L’opera di Heidegger nasce, se vogliamo, dalla necessità di mettere in discussione l’epoca in cui il filosofo si trovava, ma ciò non lo condanna ad essere congelato nel suo tempo, bensì di rendere questo pensiero eterno ed attuale, tanto da essere valido e applicabile anche ad opere cinematografiche come quella presa in esame.
Il pensatore tedesco smantella tutte le certezze su cui si stava fondando la società novecentesca del tempo in cui compone l’opera: ciò che affascina di più ad Heidegger è la fervida, viva e incategorizzabile contingenza umana, che non può essere incasellata nei tecnicismi che non possono determinare l’esistenza umana. Questi stessi tecnicismi dell’esistenza da cui Heidegger si allontana, sono gli stessi che, probabilmente, ricercano le persone che suggeriscono a Novecento di, appunto, incasellarsi in una routine normale, consueta e lineare.
La chiave del pensiero Heideggeriano lo si trova nel concetto di “essere-nel-mondo”, definito poi come “esserci”, unico modo con cui, si può conoscere veramente il proprio mondo o la propria verità. La chiave dell’esserci è nello sperimentare la vita per quella che è e per come la possiamo rendere migliore, facendo delle scelte dettate dalla nostra Etica, non dalla Morale altrui.
«Puoi conoscere il mondo solo attraverso l’esserci-nel-mondo, l’esserci, vivere nel qui ed ora, nel presente»
(Martin Heidegger, Essere e Tempo, 1927)
Forse Novecento non cerca di conoscere il mondo inteso come posto al di fuori della nave, ma riesce ad entrarci in contatto grazie alle persone che incontra sulla nave, quelle che salgono, quelle che scendono e quelle che rimangono piú tempo. La sua esperienza, quindi, per esserci nel mondo è il contatto con le persone stesse.
Heidegger in Novecento
Novecento è gettato, come del resto tutta l’umanità secondo Heidegger, nel mondo della vita, dove l’umano è un essere in balia della propria contingenza, ma in perenne contatto col mondo. Questo fa sì che l’essere, per autodeterminarsi, debba realizzare una vita autentica, ovvero fatta di decisioni prese consapevolmente e allontanandosi dall’omologazione verso la quale la società ci spinge.
È la stessa omologazione che alcuni passeggeri della nave suggeriscono a Novecento di vivere, non, ovviamente, in senso esplicito, ma facendogli continuamente notare che lui, fin quando sceglierà di restare sulla nave, non sarà una pianista affermato, che non potrà andare in tournèe e fare il successo che ogni migrante auspica individualmente a bordo del Virginian con cui parlava Novecento.
L’omologazione, nel senso heideggeriano del termine, è concepita come l’arrendere la vita a un “si” passivante: “si fa”; “si dice”; “si sale sulla nave”; “si scende dalla nave”, come se fosse una consuetudine automatizzata. A questa tendenza, Novecento oppone il suo “io non scenderò dalla nave” scegliendo di non intraprendere la vita ordinaria e affannosa della New York di quei tempi e del sogno americano che in quei tempi si diffondeva come idea.
Novecento: intrappolato in se stesso o libero dagli altri?
Giunti a questo punto, si potrebbe pensare che, allora, Novecento rappresenti la tanto desiderata vita autentica concepita da Heidegger, fatta di un soggetto che comprende il suo esserci nel mondo per realizzare un progetto di vita, altro argomento ricorrente nella filosofia del pensatore tedesco. Il progetto di vita di Novecento è rimanere, fin quando la vita glie lo permetterà, sulla nave per suonare. Ma tutto ciò, come si può capire da uno dei monologhi più celebri della pellicola, è stato scelto da Novecento perché, paradossalmente, scendere dalla nave avrebbe implicato una serie di scelte una volta che sarebbe stato ri-gettato nel mondo della terra ferma.

L’angoscia data dalle numerose scelte, necessarie per il raggiungimento della vita autentica da realizzare sulla terra ferma, è lo stesso motivo che causa in Novecento una rinuncia alla possibilità di scegliere tra le migliaia di vite che poteva vivere fuori dalla nave. Diremmo in altri termini, la paura di uscire dalla comfort zone e di essere gettati sulla terra ferma guida Novecento verso la rinuncia a scegliere e rimanere nella sua nave natia. Proprio per questo, la stessa, ipotetica, vita autentica di Novecento vacilla fino a toccare anche il confine ontologico, oltre il quale, si nasconde una vita inautentica, fatta di assenza di scelte da fare per paura della stessa angoscia.
Il discorso tra le idee di Heidegger e La leggenda del pianista sull’oceano culmina, secondo chi scrive, nel momento in cui Novecento decide di morire sulla sua amata nave, piuttosto che scegliere quale vita intraprendere a di fuori di essa.
Novecento: «Io che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita».
In questo passaggio cruciale, emerge la qualità di Novecento dell’ “esserci per la morte”: il protagonista prende atto del fatto che per rendere la sua vita valida, nel solo modo in cui egli voleva condurla, suonando e vivendo sulla nave, non poteva far altro che morire, proprio perchè sulla terra ferma, secondo la sua prospettiva, avrebbe sprecato tempo, avrebbe rincorso affannosamente vite che non gli appartenevano. La morte, per Novecento, è l’unico compromesso: essendoci per la morte, lui stesso c’è stato per la vita, seppur costellata di rinunce o successi che si esaurivano nel tempo di un brano suonato da lui. Con queste azioni, starà poi allo spettatore decidere se, alla fine, Novecento avrà vissuto una vita all’insegna della comfort zone di una vita singolare ma inautentica, oppure la più autentica di tutte.




