«Ali Jenaban è un artista, di quelli che ridono e piangono ma non smettono mai di essere sinceri. E la scomodità di essere autentico oggi rimane l’unica cosa che il mondo non può togliergli. Perché è proprio nel tentativo del potere di svuotare un artista che l’artista esiste, resiste, crea. Ali Jenaban scende in piazza, si sporca, vive il suo sguardo a costo di essere censurato da chi non vuole guardare. È intellettuale e politico, crudo e sofisticato. Ali Jenaban è la persona in cui credo quando il mondo mi delude»
(Andrea Vailati)
Ecco Ali Jenaban e il suo ultimo film: Le urla di silenzio, una storia di lotta, resilienza e solidarietà sulle difficoltà dei rider di Just Eat. Come ex dipendente dell’azienda e regista del film, ha scelto di raccontare questa storia per portare alla luce le sfide e le ingiustizie affrontate dai rider.

Ci racconti com’è nato il film? Come si è evoluto in un senso sia cinematografico che esistenziale?
ALI JENABAN
Le Urla di Silenzio è nato dalla nostra lotta per i diritti dei rider a Bologna, prima ancora che Just Eat implementasse il suo sistema di assunzione diretta. Per anni abbiamo protestato contro condizioni di lavoro ingiuste: contratti precari, mancanza di assicurazione, stipendi bassi e totale assenza di tutele. Il 24 ottobre 2019, Just Eat ha licenziato tutti i lavoratori tramite una semplice email, senza alcuna spiegazione. In realtà, noi eravamo assunti attraverso Foodpony, un intermediario usato da queste piattaforme per aggirare le regole. Così, Just Eat si è lavato le mani, dicendo che non aveva più responsabilità nei nostri confronti.
A quel punto, siamo scesi in piazza, abbiamo organizzato assemblee e proteste per reclamare i nostri diritti. Tra noi c’erano studenti, lavoratori stranieri, italiani, persone che con quel lavoro pagavano affitto e spese quotidiane. Per alcuni era l’unico mezzo di sostentamento. Uno dei personaggi del film, per esempio, vede il suo futuro cambiare drasticamente dopo un incidente che gli impedisce di continuare a studiare.
Io stesso ero un rider, affiancando questo lavoro alla mia carriera nel cinema e nel teatro, perché purtroppo anche in questo paese vivere solo d’arte (come documentarista indipendente) non era possibile. Ma per me, la macchina da presa è sempre stata uno strumento di lotta, la mia arma per raccontare quello che non va. Così, nel mezzo di questa battaglia, ho deciso di uscire in strada con la videocamera e documentare tutto. È da lì che è nato Le Urla di Silenzio.

Come hanno reagito e come si sono rapportati le tue colleghe e i tuoi colleghi all’idea e poi alla realizzazione del film?
ALI JENABAN
Per me, i documentari non sono mai qualcosa di separato dalla mia vita. Non racconto storie dall’esterno, ma dall’interno, perché sono le mie storie, le storie delle persone con cui vivo e condivido il quotidiano. Le Urla di Silenzio non è nato come un progetto ‘a parte’, ma come una parte della mia esistenza, della mia lotta per i diritti umani.
Quando lavoro a un film, non arrivo con una telecamera per riprendere persone sconosciute. Sono già dentro quella realtà. I miei colleghi non vedevano la macchina da presa come un oggetto estraneo, perché conoscevano me, conoscevano il mio impegno. La fiducia c’era già, ed è questo che mi ha permesso di entrare nelle loro vite senza forzature.
Non ho mai voluto fare un film su di loro, ma con loro. Questo mi ha permesso di raccontare la loro voce in modo autentico, senza filtri o distanza. Per me il cinema è questo: essere parte della storia, non solo raccontarla.

Le Urla di Silenzio è il film del racconto di una lotta e di un riscatto. Realizzando questo film, tu pensi di avere fatto dei passi avanti verso questo riscatto? E i tuoi colleghi e colleghe?
ALI JENABAN
Io non faccio film per cambiare il mondo. Il cinema è il mio modo di esprimermi, di sentirmi vivo. Quando qualcosa mi colpisce, mi ferisce, mi fa riflettere – che siano i diritti, la dignità umana o le ingiustizie sociali – io prendo la mia macchina da presa e racconto. Non perché penso che un film possa risolvere tutto, ma perché questa è la mia voce, il mio sguardo sul mondo.
Le Urla di Silenzio è nato così, come un atto necessario per me. Non era un’operazione politica o strategica, era il mio bisogno di raccontare quello che vedevo e vivevo. Non mi aspetto che il film cambi la realtà, ma so che ogni piccolo gesto conta. Se ognuno di noi fa un passo, qualcosa si muove. Se invece aspettiamo che siano altri a cambiare le cose, non succederà mai nulla.
Quindi questo film è stato il mio passo, la mia azione. Non per salvare qualcuno, ma per non restare in silenzio. E se attraverso questa finestra che ho aperto qualcuno vedrà qualcosa di diverso, allora avrò fatto quello che sentivo giusto fare.
La lotta dei rider ha ottenuto dei risultati, ma il percorso è ancora lungo. Dopo anni di proteste, qualcosa si è mosso: oggi si parla di più delle condizioni di lavoro nelle piattaforme, alcune aziende hanno iniziato a riconoscere più diritti, e ci sono stati cambiamenti a livello legale. Ma il problema dello sfruttamento del lavoro precario esiste ancora.
Per me, Le Urla di Silenzio non è solo un film, ma una testimonianza di questa battaglia. Non è solo un racconto del passato, ma un modo per continuare a far sentire la nostra voce. Se il film può far riflettere, sensibilizzare anche una sola persona in più, allora è già un passo avanti.
Per i miei colleghi e colleghe, il vero riscatto sarebbe avere condizioni di lavoro dignitose, senza dover sempre lottare per diritti che dovrebbero essere garantiti. Il film da solo non cambia la realtà, ma può aiutare a non far dimenticare, a mantenere viva la consapevolezza. E questo, secondo me, è già una vittoria.

Questo non è il tuo primo film in cui la tua presenza di regista entra in scena dichiaratamente. Ci racconti che significato ha questo per te? Entrare personalmente nella storia è un’esigenza metodologica dei tuoi documentari?
ALI JENABAN
La mia presenza nei film non è mai un dato fisso; dipende dal tipo di storia che sto raccontando e dal metodo che scelgo. Ad esempio, in film com Hailstone Dance o La Danza della Garanti, non sono presente nel racconto perché il mio approccio era più legato alle immagini, alla storia che si costruiva da sé. In quel caso, ero dietro la macchina da presa, cercando di osservare e raccontare senza interferire.
Ma in film come Salmon o Le Urla di Silenzio, la mia presenza è un’esigenza metodologica. Mi sento parte della storia, perché mi trovo immerso nella realtà che racconto. Non si tratta di un espediente narrativo, ma di una necessità personale. In questi film, sono tra i ragazzi, tra i lavoratori, tra le persone con cui condivido la lotta. Non è solo un aspetto tecnico, ma emotivo, una sorta di connessione che sento con loro.
A volte, in alcuni momenti, mi sembra che non stia solo girando il film, ma che faccia parte della scena, che la mia presenza possa anche avere un valore per la storia, per chi è davanti alla macchina da presa. Non è solo un atto di documentazione, ma un modo di vivere la storia insieme ai protagonisti. Per esempio, se durante una scena qualcuno ha bisogno di aiuto, mi sento di intervenire. La vita umana per me, in quel momento, è più importante del film.
Il documentario non è solo un mezzo per raccontare una storia, ma anche un modo per vivere un’esperienza, per essere parte di qualcosa. E spesso ci sono momenti che non finisco nel film, ma che per me sono stati più importanti del film stesso, come quando la curiosità dei bambini si accende per la macchina da presa e io preferisco spegnere la telecamera per rispondere alle loro domande.
Che ruolo ha la voce? Che ruolo ha la voce all’interno del film e che ruolo ha la voce in una società che permette solo urla ma di silenzio?
ALI JENABAN
Mi piace giocare con le parole, amo la poesia e scrivo anch’io. Per me, dare un nome a un’opera d’arte o a un progetto teatrale è un processo affascinante. È lo stesso approccio che ho adottato con Salmon, la storia di tre donne attiviste che lottano per aiutare persone in difficoltà, migranti e meno fortunati. Per me, loro sono come salmoni che nuotano controcorrente per tutta la vita. In realtà, c’era chi sosteneva che il vero andare controcorrente fosse ignorare gli altri e pensare solo a sé stessi. Ma io ho voluto ribaltare questa idea e usare Salmon come simbolo di resistenza, di chi non si arrende.
Anche con Le Urla di Silenzio il nome ha un significato profondo. Spesso mi è stato detto: “Siamo in Italia, non sotto una dittatura. Qui possiamo parlare, possiamo urlare, possiamo protestare.” Ed è vero, ma la domanda è: qualcuno ascolta?
Dopo undici anni in Italia, da immigrato e da osservatore di questa società, ho capito una cosa: qui si può urlare, ma le voci spesso restano inascoltate. Si può protestare, ma chi detiene il potere non sempre risponde. Basta guardare i mesi di scioperi a Parigi: milioni di persone in piazza, ma alla fine il presidente ha imposto comunque la sua decisione. Oppure, le battaglie per i diritti in Italia: abbiamo manifestato, parlato con le istituzioni, ma spesso i risultati non arrivano subito. Forse nel tempo qualcosa cambia, ma nell’immediato il nostro grido sembra svanire nel nulla.
Ecco il doppio significato di Le Urla di Silenzio. Da un lato, c’è l’idea di un’umanità che urla senza essere ascoltata. Dall’altro, c’è il silenzio stesso che diventa un grido, un’arma di protesta ancora più potente. Perché quando una società riesce a sentire anche il silenzio, allora significa che qualcosa sta davvero cambiando.
La voce ha un ruolo essenziale nel film. Ma per sentire una voce, come diceva Sant’Agostino, bisogna prima fare silenzio. Solo nel silenzio si può ascoltare veramente. Io non sono più credente, ma questo concetto mi aiuta a esprimere il cuore di questo progetto: la ricerca di un ascolto autentico, in un mondo in cui le parole spesso si perdono nel rumore di fondo.

Che importanza ha, secondo te, sia come regista che come oppresso, il documentario sociale?
ALI JENABAN
Per me il documentario sociale è sia un’esigenza personale che un atto di responsabilità. Come regista, è il mio modo di raccontare realtà che spesso vengono ignorate, di dare voce a chi non ce l’ha, di mostrare il mondo da una prospettiva diversa, più umana e meno filtrata. Non cerco di cambiare il mondo, ma di aprire una finestra, di invitare le persone a guardare e a riflettere.
Come oppresso, il documentario sociale è uno strumento di resistenza. Quando vivi certe realtà sulla tua pelle, quando vedi le ingiustizie da vicino, il bisogno di raccontarle diventa quasi vitale. Non è solo cinema, è un modo per esistere, per non essere cancellato, per far sentire che ci siamo, che la nostra storia conta. Il silenzio imposto è il primo passo verso l’invisibilità, e il documentario sociale serve proprio a rompere quel silenzio.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
ALI JENABAN
Attualmente sto lavorando a un documentario intitolato Timeline, “Dove il posto di arrivarci che racconta la storia dei migranti afghani dopo il lockdown da Covid-19. prima la caduta del governo e l’arrivo dei talebani, ancora molti afghani si sono ritrovati senza patria, costretti a cercare rifugio in Europa. Il documentario si concentra su un gruppo di migranti bloccati sotto un ponte alla periferia di Parigi, in condizioni durissime, in attesa di una risposta dalle autorità. Il progetto non si limita solo all’Afghanistan, ma affronta il concetto più ampio di immigrazione e le difficoltà di chi cerca una vita migliore. Attualmente, mancano ancora due scene fondamentali, che saranno girate in forma di fiction per rafforzare il racconto e immergere ancora di più il pubblico nella loro realtà. Per completare il film sto cercando finanziamenti e collaborazioni.
Parallelamente, sto sviluppando due cortometraggi di fiction. Il primo racconta la storia di una coppia che ha dedicato tutta la vita al lavoro e alla famiglia, finché un evento inaspettato sconvolge il loro equilibrio. Il secondo progetto è ancora in fase di scrittura, ma esplora tematiche legate alla memoria e all’identità attraverso un approccio visivo sperimentale.
Ci sono altre idee come performance e la mostra dopo il movimento di Donna, Vita, Libertà in Iran che sto cercando per liberarmi a trovare uno spazio per farla.
Questi sono i miei prossimi passi, sempre con l’obiettivo di raccontare storie che facciano riflettere e che diano voce a chi spesso viene ignorato.





