Lee Miller e Civil War – L’Etica del Fotogiornalismo in Guerra

Dario Bellantoni

Maggio 13, 2025

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Oggi, in un mondo dove ogni individuo può diventare testimone istantaneo grazie a uno smartphone, il valore della fotografia come atto consapevole, meditato e necessario si fa più evidente che mai. L’immagine non è più solo documento: è racconto, scelta, responsabilità. In questo contesto, il fotogiornalista o ancor di più l’inviato di guerra, è una figura che assume un ruolo che va ben oltre la cronaca. È colui che racconta la realtà, conserva il ricordo degli eventi e fa da tramite tra la brutalità del mondo e la coscienza collettiva.

La fotografia da sempre ha la capacità di saper descrivere tramite immagini, scenari e momenti di vita. Spesso associata al quotidiano, cattura e blocca attimi di vita, trasformandoli in ricordi. Quegli scatti rimarranno immutati nel tempo, vivi.

Ma cosa accade se il mezzo fotografico si sposta in un contesto più complesso, in cui anche solo la scelta di scattare un’immagine metterebbe a rischio la propria incolumità? In quel momento, quei semplici scatti assumono un’importanza maggiore, diventano la sola testimonianza di un evento, in cui il racconto e la verità diventano fondamentali per sensibilizzare e mostrare la realtà.

La fotografia di guerra, per esempio, ci interroga non solo per ciò che mostra, ma per come ce lo mostra. Come diceva Robert Capa (considerato uno dei più famosi fotografi di guerra), una vicinanza non solo fisica, ma emotiva, morale.

 «Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino»

(Robert Capa)

Il fotoreporter osserva, senza voltarsi, rimane con la macchina fotografica accesa per documentare quegli scenari che richiedono emergenza. A differenza della spettacolarizzazione mediatica, che spesso anestetizza lo spettatore, il fotogiornalismo etico si fonda sulla capacità di raccontare senza sfruttare, di mostrare senza invadere, di coinvolgere senza deformare. Ed è lì che si gioca tutta la coscienza del fotografo: quanto deve essere lucido, quanto empatico, quanto disposto a sporcarsi le mani?

Domande come “si può empatizzare senza perdere lucidità?” o “la fotografia è un atto etico o solo estetico?” trovano risposta non nell’immagine in sé, ma nel modo in cui viene costruita, condivisa, contestualizzata. Per questo, come ricordava James Nachtwey (fotoreporter e fotografo di guerra americano):

 «Sono stato un testimone, e queste fotografie sono la mia testimonianza»

(James Nachtwey)

La macchina fotografica diventa voce e ogni click è una dichiarazione di presenza. Da Robert Capa, James Nachtwey a Lee Miller, la figura del fotografo di guerra ha sempre oscillato tra il testimone e il sopravvissuto. Hanno saputo raccontare attraverso le loro lenti una realtà spesso nascosta. Ma c’è qualcosa di unico nella figura della fotografa: Lee Miller ha riscritto le regole. Non solo ha sfidato la storia, ma l’ha fissata nei suoi momenti più crudi.

Lee Miller: la scelta di vedere

Nel film Lee, Kate Winslet dà volto e carne all’inquietudine lucida e coraggiosa di una delle più straordinarie fotografe del Novecento. Il film, diretto da Ellen Kuras, è strutturato a flashback, con una Lee anziana che racconta la propria vita. Lee Miller ha scelto di impugnare la macchina fotografica per raccontare la verità, anche e soprattutto quella più scomoda.

Lee Miller (Kate Winslet)

La scena in cui Lee entra nel campo di concentramento di Dachau è il cuore emotivo e visivo del film. Non ci sono urla né eccessi melodrammatici. La scena mantiene alta la tensione, Lee Miller e il suo aiutante David (Andy Samberg), prima di avvicinarsi nel campo di concentramento, seguono l’odore insopportabile che li porta sempre più lentamente ai vagoni dei treni contenenti i corpi.

I due fotoreporter rimangono attoniti e coscienti della drammaticità del luogo continuano la loro testimonianza silenziosa. Una delle scene cardine avviene quando si avvicinano all’interno di un forno crematorio. La stanza è avvolta nell’oscurità e nel silenzio. La giornalista si affida alla macchina fotografica per orientarsi e solo il lampo del flash consente ai protagonisti e agli spettatori di vedere cosa si cela all’interno: centinaia di corpi ammassati. Di fronte a quella visione, Lee e David restano paralizzati, poi lasciano la stanza in silenzio. Mentre cammina tra i corpi ammassati e i forni crematori, testimonianze di un genocidio, la macchina da presa rimane vicina al volto di Miller: solo lo sguardo di una donna che si trova davanti all’orrore assoluto e si rifiuta di distogliere gli occhi.

Le sue fotografie non cercano lo shock, ma la dignità della verità. Quelle foto, seppur silenziose, descrivono attraverso le immagini, colpiscono e feriscono l’animo umano. Il senso, forse più profondo, della fotografia di guerra non è solo mostrare il dolore, ma renderlo inevitabile. La fotografia, nelle mani di Lee Miller, diventa atto etico. Il suo sguardo non salva, ma custodisce. E in quel custodire, sta la vera forza della fotografia: rendere immortale ciò che il mondo vorrebbe dimenticare.

Il presente secondo Garland: Civil War

Civil War (2024) di Alex Garland è un film che riflette sulla potenza del linguaggio fotografico in tempo di guerra, riprendendo il lascito della fotoreporter Lee Miller, cui si ispira la protagonista Lee Smith (interpretata da Kirsten Dunst). In un’America devastata da un conflitto civile, Lee guida un gruppo di reporter attraverso un viaggio pericoloso per documentare la crisi in corso. La trama si sviluppa seguendo il punto di vista di quattro giornalisti: Lee, fredda e lucida veterana; Jessie (Cailee Spaeny), giovane idealista che cerca un modello da seguire e vede in Lee il suo mentore; Joel (Wagner Moura), determinato e impulsivo; e Sammy (Stephen McKinley Henderson), anziano e riflessivo.

Il film esplora la responsabilità morale del fotogiornalismo: fotografare significa scegliere e ogni scelta comporta un peso etico. Garland mostra come i giornalisti diventino parte di un Road-Movie: devono attraversare l’America per raggiungere la Casa Bianca per poter intervistare il presidente degli Stai Uniti. In una realtà segnata da conflitti interni, guerre civili tra fazioni, dalla censura e dal crollo delle parole, la fotografia resta l’unico linguaggio possibile, un gesto politico e di memoria.

Attraverso Jessie, che evolve da ingenua a testimone consapevole, Civil War racconta anche un percorso di crescita: l’abbandono dell’innocenza e l’accettazione di un distacco necessario per documentare l’orrore. Il regista rinuncia al sentimentalismo e all’eroismo, presentando la guerra come un errore senza giustificazioni morali. La macchina fotografica diventa simbolo di libertà e di denuncia, mentre i protagonisti riflettono sul senso del loro lavoro in un mondo dove la verità è in pericolo.

Jessie (Cailee Spaeny) e Lee Smith (Kirsten Dunst) che conversano.

Fotografia come arma e testamento

Alex Garland adotta una regia dinamica, con riprese a mano per enfatizzare la desolazione e l’imprevedibilità del conflitto. La violenza esplode in scene ricche di azione come gli scontri tra fazioni. In Civil War, le macchine fotografiche sono trattate quasi come armi, ne è cardine una scena precisa, nella prima occasione in cui il gruppo di fotoreporter si imbattono in uno scontro a fuoco. La piccola Jesse simula attentamente i movimenti di Lee rapidi e veloci per cogliere le poche occasioni e riuscire a scattare prima di tornare al riparo.

«Noi non chiediamo, noi registriamo perché gli altri chiedano»

(Lee Smith)

Lee smith (Kirsten Dunst) che fotografa e documenta.

La fotografia diventa un gesto di sopravvivenza, oltre che di testimonianza. Il regista descrive queste sequenze rimanendo il più possibile all’interno dello scontro a fuoco, la tensione si percepisce e ad ogni risposta di uno sparo ne segue uno scatto. Garland costruisce un montaggio che alterna le sequenze d’azione con le fotografie scattate dai protagonisti, mantenendo così alta la tensione narrativa. Gli scatti non solo documentano ma raccontano con intensità emotiva ciò che accade.

Il regista sceglie di dare ampio spazio alla fotografia, trattandola quasi come un mezzo capace di dilatare il tempo. Dopo ogni scena, le immagini realizzate dai reporter appaiono sullo schermo, accompagnate dal silenzio, senza suoni né musica. Questo silenzio crea un momento di sospensione che permette allo spettatore di soffermarsi su ogni fotogramma, assorbendone il significato.

Le figure umane immortalate sembrano restare intrappolate nella fotografia, bloccate in un tempo sospeso che le sottrae momentaneamente alla realtà. Ma questa pausa è fugace: la narrazione torna presto alla brutalità del presente, mostrando quei corpi ormai senza vita. In questo contesto, la fotografia assume il ruolo di strumento capace di trattenere le anime, anche solo per un istante, prima che il mondo le dimentichi. Ogni fotogramma è un addio silenzioso. La pellicola trattiene corpi e rovine, ma lascia andare chi li ha vissuti. Chi scatta una foto decide cosa resterà nella memoria: fotografare significa anche determinare come verrà ricordato il mondo, riscrivendone in parte la storia.

Jessie (Cailee Spaeny) durante uno scontro a fuoco.

La potenza di esserci

La forza della fotografia non è solo nell’estetica o nella tecnica. È nella presenza. Lee Miller ha documentato e visto grazie alla sua presenza; Garland ci mostra una generazione di fotografi che “ci sono”, nonostante tutto. In Civil War, la protagonista attraversa scenari apocalittici non solo per documentare, ma per vedere con i propri occhi. Fotografare sotto una dittatura reale o ideologica significa scegliere: essere fedeli alla verità o piegarsi alla paura. Lee Miller, come Jessie e Lee Smith di Civil War, non si limita a “scattare”: sfida il potere con l’obiettivo puntato. Oggi più che mai, nell’epoca delle immagini effimere, la vera rivoluzione è uno scatto che resta. La distinzione tra osservare passivamente e comprendere davvero, tra raccontare i fatti e trasformarli in spettacolo, tra trasmettere verità e distorcerla, non risiede nello strumento fotografico, ma in chi lo utilizza.

Questo concetto viene espresso perfettamente anche per il film No Other Land (2024), film documentario realizzato da un collettivo palestinese, Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor. Il film, realizzato dal 2019 al 2023, racconta la distruzione del territorio di una comunità palestinese in Cisgiordania che, dopo aver resistito a uno sfollamento forzato, è stata dichiarata “zona di tiro” israeliana. In questo contesto la documentazione tramite video è l’unica arma a disposizione per rispondere a questa ingiustizia politica.

Come per Civil War, e come per il percorso storico di Lee Miller, No Other Land  pone al centro una domanda essenziale: cosa significa essere presenti? Filmare diventa quasi l’unico modo per documentare, per testimoniare che tutto quello che sta accadendo sia reale. Ancora oggi molti paesi e popolazioni non ottengono la stessa considerazione mediatica o visibilità rispetto ad altre. In un mondo dominato sempre più da egoismi politici e sociali, l’interesse collettivo si sposta altrove, come se prevalesse il pensiero per cui: “se non lo vediamo, allora non sta accadendo davvero”.

«Ci hanno reso stranieri della nostra terra»

(testimone palestinese)

Proprio per questo, in contesti simili, anche un semplice video acquista un grande valore: diventa portatore di significati profondi e di esigenze urgenti. Nel documentario No Other Land, filmare è un atto politico, etico e personale. Raccontare queste realtà attraverso le immagini è l’unico modo per farsi notare. I registi non sono osservatori esterni, ma persone direttamente coinvolte, sia emotivamente che fisicamente. Scelgono consapevolmente di mostrare la demolizione delle abitazioni palestinesi da parte dell’esercito israeliano, le reazioni delle persone colpite e la loro quotidiana resistenza. Ancora una volta il mezzo fotografico o il video diventa uno strumento per creare memoria collettiva in un contesto dove il potere cerca di cancellare l’identità di un popolo.

Come Lee Smith in Civil War, e come Jessie che diventa consapevole del potere del suo sguardo, i registi di No Other Land ci insegnano che documentare è un atto di coraggio. E che la differenza la fa l’essere lì, nonostante tutto.

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