La storia dei ricordi raccontata da Alina Marazzi.

L’intimità della vita di uno sconosciuto è spesso un tabù dal quale ci sentiamo rifiutati, osservatori voyeuristici della psiche altrui. Siamo interessati fino a quando ci sentiamo invitati, come nel caso di un libro o di un film, oppure incuriositi quando si tratta di giudicare, ma spaventati quando si tratta della quotidianità. Il contatto tangibile con l’interiorità altrui respinge. Eppure la vocazione delle volte è più forte di tutto, ed è proprio nel coraggio di affrontare questa oscurità che si annida il cuore del lavoro documentaristico di Alina Marazzi, capace di rendere i segreti personali universali.

«Non è importante capire se quella cosa scritta è la verità assoluta, l’importante è che sia la verità in quel momento stesso in cui viene scritta»

(Alina Marazzi, MioCinema, 28 luglio 2020)

Alina Marazzi

Il diario in pasto al mondo

«Ho capito che volevo impiegare la possibilità che ho di fare film per parlare di donne, partendo dagli aspetti che interessano a me, con la presunzione di sperare che interessino anche ad altri»

(Alina Marazzi)

Il lavoro della regista milanese nasce da un bisogno personale di raccontare delle storie di importanza emotiva per lei. Già in Un’ora sola ti vorrei decide di raccontare la storia della madre, uccisasi deliberatamente quando la regista era ancora bambina. Per immergere ancora di più all’interno della storia della madre, ha costruito l’intero montaggio del documentario sul found footage, in questo caso i filmini di famiglia girati dal nonno, mentre lei stessa legge le parole scritte nei vari diari della madre. La regista ci permette così di penetrare per davvero nella quotidianità della sua famiglia, nei colori che hanno dipinto la loro vita e nei pensieri che ne hanno tranciato via una parte.

Tutto quello che vediamo è vero e tangibile, la gioia e la tristezza. Gli occhi della protagonista che si rabbuiano lentamente, avvolti nella solitudine. Tutto quello che sentiamo è vivo: leggendo lei stessa le parole della madre crea un legame ancora più forte con il presente e con le influenze dei genitori sui figli, come se quelle parole piene di dolore e rimorso fossero passate dallo spirito di sua madre a lei.

Questo è il grandissimo potere del repertorio, delle immagini che a dimentichiamo nelle soffitte e nelle cantine. Nel momento stesso in cui questi ricordi diventano storia la loro universalità è sancita. Il confine fra realtà e finzione si disgrega per sempre toccando solo l’emotività dello spettatore.

Repertorio come spaccatura nel tempo

Se i diari letti nei suoi film riescono così fermamente a rompere lo schema fra privato e sociale, fra intimo e universale, molte deriva dall’uso magistrale della ricostruzione e da una profonda e lunga ricerca. Grazie al montaggio la cineasta riesce ad amalgamarsi con le sue storie, dando vita ai suoi pensieri quanto a quello delle protagoniste.

Obbligate a una figura di madri e donne focolare, soffrono silenziosamente in questi diari che ora prendono voce. I diari diventano quindi inchieste su quello che è stato il loro tempo, specchi non solo delle loro vite ma della società nella quale vivevano. Mediata dalla sua sensibilità Alina Marazzi assembla la storia a sua immagine e somiglianza, leggendola insieme a noi come una nonna davanti al focolare.

«Come se al crollo dell’ideologia ospedaliera nelle cure delle malattie mentali associassimo il crollo delle categorie del cinema classico, la fine di baluardi analitici in stile Grande Storia nel dolore per una forma-madre-dea che se ne è andata col Novecento»

(Marco Bertozzi, Documentario come arte)

Una scena in particolare rappresenta la realtà stessa che viene manipolata, ma non per questo stravolta, anzi.

Un primo piano di Liseli, la madre della regista, montato con un fantomatico controcampo di sua madre, la nonna di Alina. Mettendo a confronto queste due figure vengono rotte le regole spazio temporali del cinema classico, mettendo sul piatto una tristezza e una rabbia che trascendono i secoli. Chi guarda si sente di troppo per via della veridicità delle immagini, ma non riesce a non ricercare dentro di sé un momento simile nella propria di storia familiare.

E incastro dopo incastro tutto prende significato e l’eclissi di Un’ ora sola ti vorrei diventa racconto dello stato emotivo di Liseli.

Della sua discesa nell’oblio fra cartelle cliniche e paure d’inadeguatezza. Grazie al lungo periodo di selezione l’animo della regista è vivido in ogni sequenza: legata spiritualmente alla costruzione e alla frammentazione di questo puzzle che esiste solo grazie a lei entriamo nel suo mondo. La realtà storica viene scolpita a sua immagine e somiglianza creando un mondo altro, diverso e parallelo, ma altrettanto vero.

Dar vita al silenzio

ll lavoro attuato dalla regista non si limita alla scrittura, ma assume anche l’incredibile capacità immaginativa di ricreare i suoni di questi diari. Se in Un’ora sola ti vorrei è capo saldo la scena in cui Liseli parla del padre, uomo dedito al lavoro e sotto la cui storia è montata una cassa che si apre continuamente, in Vogliamo anche le rose, gemello diverso di Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini, la storia delle protagoniste è vivida nei suoni ricreati. Il momento dell’aborto di Teresa, costruito solo su un’immagine-ombra dei ricordi di quello che è successo, trasmette tutto il dolore e l’ansia della protagonista grazie al sound design.

Nel momento in cui Teresa attende nella sala d’attesa improvvisata, noi spettatori siamo affianco a lei col fiato sospeso. Quando sentiamo finalmente bussare alla porta non possiamo fare a meno di saltare anche noi sulla sedia. Avviluppati da quei profondi e echeggianti battiti sentiamo il cuore in gola.

Teresa: «Io, donna di quasi diciassette anni, ho diritto alla dignità, ho il dovere di farmi rispettare. È stato come se mi si aprisse uno squarcio nel cielo: per la prima volta ho visto la libertà possibile, non in un lontano futuro, ma nel mio presente. La libertà conquistata non con la menzogna, come mi hanno sempre costretta a fare, ma con il coraggio e la dignità»

Ogni scelta sonora non fa altro che arricchire e ritmare questo favoloso mondo cinematografico. Ognuna diventa punto di svolta, di contrasto o di asserzione, perché tutte le inquadratura lasciano alla regista libertà comunicativa totale. Qualsiasi sequenza cambia completamente di significato in base alla costruzione sonora che viene apportata, una risata diventa un grido di dolore e un giro in piazza in mezzo a una protesta un manifesto di solitudine.

Nuovamente il confine fra passato e presente viene meno e quello fra realtà e finzione viene completamente annullato. La voce-pensiero resta sospesa nell’etere e vive di vita propria, accompagnata da immagini di persone diverse, di vite e storie che confluiscono tutte nella storia del mondo. Nella storia che ha contribuito a rendere anche noi quello che siamo.

E allora si può dire: il potere del cinema di Alina Marazzi è quello di ricordare a chiunque che siamo parte della storia. Che ognuno ha il diritto di vivere per sempre nei ricordi altrui e che la memoria è reale e tangibile quanto il presente stesso.

Le storie dimenticate

Alina Marazzi ha deciso così di diventare la voce delle storie che vivono nel suo cuore prima ancora che nel film. Storie raccolte da pagine ingiallite con parole ormai impigrite che è più facile dimenticare e lasciare indietro. Storie di donne qualunque, perse nelle folla dei ricordi collettivi.

Così i diari sono diventati un meraviglioso mezzo di comunicazione per permettere a tutti di entrare in questi personaggi. Di dare dignità alle loro debolezze e emarginazione. Di sperare nella loro felicità, o, come ci tiene a raccontare una delle intervistate in Vogliamo anche le rose, a dire queste cose pure al Papa.

Nel suo cinema non ha mai avuto paura di schierarsi anche all’interno della sua famiglia o contro un senso di abbandono presente oggi come allora. Di leggere ad alta voce i referti medici della madre che si toglierà la vita da lì a poco. Di montare il freddo articolo di giornale nel quale è descritto il suicidio.

Così come lo specchio del nostro paese in Vogliamo anche le rose è vivo come non mai nella nostra quotidianità ricordandoci che il tabù della paura deve cadere, mettendoci di fronte a storie che cerchiamo di circoscrivere in un passato che speriamo non ci riguardi. Alina Marazzi ci avvolge nell’intimità di storie che forse vivono anche nella nostra famiglia, fra le nostre mura e nei silenzi dei nostri parenti.

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